Questa fiducia non era tuttavia generale e lo stesso Ferpierre, dopo il primo movimento di stupore e di piacere alla comunicazione del telegramma, temeva anch'egli di non potere ancora uscire del dubbio. Se la morta confessava d'essere sul punto d'uccidersi, se mandava alla suora l'ultimo saluto, costei, ricevendo quella lettera, leggendo quell'annunzio, non avrebbe dovuto accorrere, o almeno rispondere e cercare di avere altre notizie, di sapere se il proponimento funesto era poi stato compito? E poichè tutti i giornali del mondo avevano parlato della catastrofe e delle accuse, degli arresti, dell'inchiesta, non era per la religiosa un dovere di coscienza far tenere alla giustizia la lettera? Nulla era venuto; dunque la lettera non annunziava il suicidio! Bisognava pertanto considerare come singolarmente peggiorata la condizione degli imputati. Mancando un'esplicita allusione al disperato proposito della scrittrice, sarebbe parso sempre meno probabile che, un'ora dopo, ella si fosse uccisa; ma a quale dei due accusati bisognava imputare il delitto? Si poteva sperare che ella avrebbe espresso la paura suscitata in lei dal minaccioso contegno di uno dei due? Non era più probabile che la lettera non sarebbe stata esplicita in nessun senso, e che, pure confermando l'ambascia dalla quale l'infelice era occupata, non avrebbe annunciato la determinazione di morire? In tal caso l'ambiguità sarebbe rimasta.

Una prima notizia, riferita dai giornali inglesi che annunciavano il ritrovamento di suor Anna Brighton, distrusse i dubbii del magistrato. La religiosa, dicevano i fogli, era colpita da una grave paralisi, non aveva più l'uso del corpo nè della favella.

Un telegramma da Londra al Journal de Genève precisò, il giorno seguente, che la malattia datava da un mese; che l'insulto apoplettico, secondo la dichiarazione della cugina di suor Anna, sola parente di lei, si era prodotto alla lettura di una notizia funesta.

E quando, una settimana dopo, con la conferma di queste voci, il Ferpierre ebbe il referto del magistrato scozzese, comprese d'avere ancora una volta sbagliato nelle sue previsioni. Suor Anna non aveva potuto rispondere alla contessa nè illuminare la giustizia, perchè era caduta come morta leggendo la lettera dell'antica prediletta sua allieva.

Quella lettera trovata presso di lei e unita al rapporto insieme con altre che non avevano importanza, diceva:

«Suor Anna, pregate per me. Pregate molto, con tutto il fervore della vostra anima buona, perchè ho bisogno di molto perdono.

«Questa è l'ultima lettera che riceverete da me. Se un giorno udrete ciò che avrò fatto, ricordatevi il nome che m'avete sempre dato, dalla prima volta che mi carezzaste: ricordatevi che mi avete chiamata ed amata come vostra figlia: a una figlia voi pregherete indulgenza.

«Dio mi legge nel cuore. A voi io non debbo e non voglio dire che tempesta mi travolge. Voi siete beata, che non conoscete l'errore; perchè parlarvi di quelli tra i quali io mi dibatto? Pensate una cosa soltanto: che se troppo peccai, io voglio ora sfuggire a nuove colpe. Io sono ridotta a tale, che dovunque è per me colpa ed orrore. La morte sola può liberarmi; dovrei aspettarla perchè non tarderà; ma il male, no, non aspetta.

«Se vi addoloro, scusatemi; pensate che io non ho altri al mondo cui dire queste cose, in quest'ora estrema. Vorrei anche darvi un'altra preghiera: di gradire le memorie che vi lascio. Sono certa che le serberete con l'amore che mi avete sempre portato.

«Suor Anna, pregate per me.»