Ma il Ferpierre s'arrestava a un tratto, prevedendo che ella non sarebbe rimasta senza risposta: «Non ho riso della menzogna perchè non potevo riderne, ma dovevo dolermene. Credendo alla vostra menzogna pensai ch'egli s'accusasse per salvar me, e siccome è innocente e la rea sono io, così non ho riso, ma ho tremato e ho detto la verità!…»
Che cosa risponderle? E come convincerla di mendacio?… E se ella non diceva il falso? Se era realmente colpevole? Se la sua condotta non era quella di un'eroica salvatrice, ma d'una rea confessa? Che cosa vietava di crederla rea veramente? Era possibile che ella avesse con tanta abilità ricostruito e colorito una falsa soluzione del dramma e che avesse saputo narrare un cumulo di menzogne con voce tanto turbata, con espressione tanto sincera?
Allora il Ferpierre tornava a misurare le probabilità, a vagliare le presunzioni, a rifare il lavoro di tutti quei giorni, arrestandosi ora all'una ora all'altra ipotesi, riconoscendo ancora una volta l'inestricabile difficoltà del caso.
Doveva egli proprio rinunziare a indagini ulteriori? La speranza d'avere una prova inoppugnabile era proprio perduta? E come concludere la sua lunga e vana istruttoria? Bisognava proprio accettare le ultime dichiarazioni degl'imputati? O negarle, e riaffermare che la contessa si era uccisa, e che la Natzichev s'incolpava soltanto per la paura di veder condannato il principe, pure essendo innocente quanto lui, e che per questa ragione le loro versioni non erano state concordi?… O tornare all'ipotesi, già esclusa come la più improbabile, che fossero colpevoli entrambi, che la Natzichev avesse aiutato l'amante a compiere l'assassinio per furto, e tentato poi di scagionarlo per accusare sè stessa?
Ciascuna conclusione ripugnava al magistrato, ma bisognava pure accoglierne qualcuna, e già egli pensava di fare un ultimo tentativo presso i due Russi; quando, nonostante gli ordini dati, udì picchiare alla porta. L'usciere, scusandosi della trasgressione, gli recava un piego della Procura generale, In un angolo del quale due parole sottolineate avvertivano che la comunicazione era urgente. Egli apri distrattamente la busta poichè niente gli pareva urgente se non uscire dalla lunga ambiguità, e ne trasse due carte: un telegramma, e un biglietto del Procuratore generale. Questi gli scriveva:
«Vi trasmetto immediatamente il dispaccio appena ricevuto dal console elvetico di Edimburgo. Potremo ora forse sapere qualcosa di preciso intorno al mistero di Ouchy.»
E il Ferpierre aprì con mano tremante dall'ansia l'altro foglio, che diceva:
«Suor Anna Brighton abita a Stonehaven, contea di Kincardine, Scozia. Sono stati presi gli accordi con la magistratura inglese per assumere la sua testimonianza.»
Già alla notizia che l'istruttoria non era, come prima avevano annunziato, ancora chiusa, e che il magistrato diffidava della confessione di Alessandra Natzichev, e che tutto tornava ad esser posto in forse quando il mistero pareva svelato, la curiosità pubblica s'era ridestata, più cupida di prima. Tra chi sosteneva la sincerità della nihilista e chi vedeva nella condotta di lei una nuova prova della colpa del principe e chi tornava con cresciuta fiducia alla versione del suicidio imputando ai metodi inquisitorii del magistrato la confessione strappata ad una innocente, le discussioni fervevano, appassionate ed inutili. Ma i più riconoscevano oramai che la giustizia si trovava dinanzi ad uno di quei casi dubbii della soluzione dei quali bisogna disperare finchè qualche circostanza inopinata non viene a rischiararli, e che più spesso restano insoluti, per sempre.
La notizia che suor Anna era stata finalmente trovata portò ai gradi della febbre l'aspettazione curiosa. La sua testimonianza, l'ultima lettera a lei diretta dalla contessa qualche ora prima della morte, avrebbero tutto spiegato.