Erano le sue parole. Per uccidersi aveva dovuto dimenticarle. E le aveva dimenticate! La sua fede in Dio non era tanto salda quanto pareva, giacchè ella si era uccisa! Si era uccisa pensando a un'estranea, senza lasciare a lui la parola del commiato, ridandogli invece i dubbii ai quali aveva voluto sottrarlo!
Questa era la realtà. Egli era stato vittima di un'illusione, dell'eterno inganno dell'amore, attribuendo a quella donna le sublimi virtù che non possedeva, esagerando la bellezza di quell'anima sino a farne una perfezione oltre umana.
«Io dovevo sapere,» diceva egli a sè stesso tentando di reagire contro la tristezza del disinganno, «che la perfezione è fuor dell'umano; che gli uomini possono pensarla e cercarla, ma non raggiungerla mai. Questa certezza mi avrebbe impedito di esaltare oltre ogni misura quell'anima; questa persuasione deve ora temperare la mia sfiducia e impedirmi d'avvilirla oltre misura.»
Perchè, infatti, mutata la disposizione del suo spirito, egli accusava la memoria di lei non soltanto di debolezza, ma di menzogna e quasi d'indegnità. Prima d'uccidersi ella gli aveva pur detto che lo amava; ed era evidente che gli aveva mentito. Chi assicurava che non avesse mentito altre volte?… Come tutti gli acri umori latenti in un sangue corrotto si ridestano alla più lieve ferita e l'esacerbano e l'incancreniscono, così il disinganno era in lui alimentato ed accresciuto da una moltitudine di pensieri rodenti, dei quali non aveva prima avuto coscienza. Egli ora quasi si sdegnava e si scherniva per aver fatto un ideale di perfezione d'una donna vissuta fuor della legge.
Non era vissuta fuor della legge? Il suo legame col principe non era indegno? Che valor dare all'impegno che ella sosteneva d'aver preso secretamente con sè stessa? Si poteva credere che fosse stata sincera nel prenderlo, o non aveva tentato con quell'asserzione di riscattarsi agli occhi altrui ed ai proprii dopo aver misurato la gravezza della sua colpa? Si poteva credere che ella si fosse data a quell'uomo per esercitare il gratuito ufficio di redenzione? Se almeno, senza la chimera della redenzione, senza la fede nella durata del patto, ella avesse amato d'amor puro! Ma il dolente negava anche questo; egli non poteva concedere che un uomo come Zakunine ispirasse una passione sincera. Sanguinario e tirannico mentre predicava la pace e la libertà, intento a godere avidamente mentre diceva di gemere alle sofferenze degli altri; cupido, dissipatore, infedele, bugiardo, colui non poteva essere amato nobilmente; poteva esercitare un fascino perverso, una curiosità malsana, una brama servile. Servile, malsana, perversa era stata la passione di quella donna.
La gelosia impotente, l'umiliato amor di sè stesso facevano accogliere al Vérod questi pensieri. Vivendo Fiorenza d'Arda, egli non li aveva concepiti; finchè aveva potuto vedere nella sua morte l'opera d'un assassino, finchè ella gli era apparsa cinta dell'aureola del martirio, nessun sospetto aveva potuto contaminarla; sentendosi amato, d'amor puro e fidente l'aveva ripagata. Ora egli scopriva che l'amore di lei non era stato verace. Se l'avesse realmente amato, avrebbe potuto lasciarlo così? Per trovare nel legame con Zakunine un impedimento tanto grave alla felicità, non doveva ella sentire ancora qualche cosa per costui? Era morta per restargli fedele! La nozione dell'astratto dovere può avere tanta forza se non si accorda con un sentimento concreto, con un interesse tutto personale e presente?… Il bugiardo pentimento di Zakunine, la mentita resurrezione d'un amore che non era mai stato credibile, avevano ridestato in lei la servile passione d'un tempo, e comprendendo la viltà del proprio servilismo, ma non potendola vincere, ella si era data la morte!…
Così egli vedeva corrompersi e a poco a poco dissolversi in putredine la figura già sollevata sopra un altare. Ma allora le profetiche parole di un giorno lontano gli tornavano tutte alla memoria:
«Troppo a lungo io sono vissuta fuor della legge perchè possa sperare di rientrarvi. Voi non vorrete crederlo, ora, e siete sincero; ma sarete egualmente sincero più tardi, credendolo. Il sentimento indelebile della mia decadenza deve contendere la vita alla fede, ora in me soltanto, più tardi anche in voi…»
Ed egli restava sovrappreso da un immenso stupore angoscioso vedendo finalmente avverarsi la profezia, comprendendo di non avere più il diritto di togliere la sua stima alla morta, se ella stessa, dolorosamente, umilmente, contro la fervida fiducia di lui, aveva riconosciuto la propria indegnità.
Egli si era ribellato, allora, pieno il cuore di reverenza; ora doveva riconoscere che ella non s'ingannava. Ella antivedeva l'avvenire immancabile: logicamente, fatalmente questo risultato doveva prodursi: «Verrà il giorno che mi giudicherete come io stessa mi giudico.» Non era quasi venuto in vita della infelice? Il giorno del loro ultimo incontro, quando ella gli aveva parlato dell'uomo al quale era legata, che tornava a volerla sua, l'impeto dell'odio contro Zakunine e l'insoffribile sentimento dell'impotenza del proprio amore non lo avevano quasi rivolto contro di lei?… «Sia come volete,» le aveva detto, «ma costui vi lascerà ancora una volta.» Il suo pensiero non era andato oltre quelle parole? La concitazione dello sdegno non lo aveva quasi spinto ad afferrare la mano di lei per dirle duramente: «E per un suo pari vi negate a me? E dopo esservi perduta per lui, per lui rifiutate di riscattarvi?…» Alla fosca luce di questi pensieri egli rivolgeva dubitosamente a sè stesso un'altra, una più ansiosa domanda: