«Ella ha dunque ben fatto, uccidendosi?»
Se un germe velenoso insidiava la vita dell'amor loro, era dunque meglio che fosse morta? Se ella aveva compreso che, volendola sua, ei pensava di riscattarla, di fare un atto generoso, non per fedeltà a Zakunine gli aveva resistito e si era uccisa, ma per la disperata certezza d'un malinteso fatale all'amor loro? Morta per lui, egli presumeva ancora di giudicarla? Se credendola vittima dell'altrui ferocia le aveva dato tutta la pietà del suo cuore, una più trepida pietà, la pietà alimentata dal rimorso, non doveva darle ora che il volontario sacrifizio l'aveva riabilitata?
Tutta la severità dei suoi giudizii si ritorceva allora contro sè stesso. Chi era egli che presumeva condannarla? E perchè l'aveva condannata se non perchè gli si era sottratta? Che altro se non la passione dell'egoista, l'inappagata rapace passione lo faceva severo contro la memoria di lei? Null'altro se non il sofisma della presuntuosa passione gli diceva che l'impegno da lei preso non era valido e che dimenticandolo per mettersi con lui ella sarebbe stata nell'onesto e nel giusto! Egli che la voleva perfetta non aveva, come tutte le creature umane, più di tante altre, le sue debolezze e le sue colpe?
Da questi opposti pensieri usciva finalmente rassegnato alla realtà inesorabile, disposto a riconoscere che se la povera morta non era stata così bella come l'amorosa fantasia glie l'aveva dipinta, non era stata neppure così trista come l'aveva veduta nel rancore dell'abbandono. Nondimeno egli restava mortificato e dolente. La rinunzia alla perfezione imaginata gli era grave. Egli diceva a sè stesso che nessuno al mondo è perfetto; ma perfetta voleva poter credere ancora la sorella sua d'elezione. E tutti i suoi sforzi per glorificare, o almeno per legittimare il volontario sacrifizio restavano vani.
Non era vero che dandosi la morte ella si fosse redenta. La redenzione è nella vita, non nella morte. La morte non risolve il problema morale, lo evita. Non volendo o non potendo accettare di essere, come egli aveva sperato, la donna sua, ella aveva una via da seguire: fuggirlo, sparire, ma senza rinunziare alla vita.
Non era questa la via?
Egli restava esitante, dubitoso, ansioso. Per l'efficace virtù dell'esempio, il suo giudizio intorno ai massimi problemi umani era stato illuminato e sicuro. Questo prodigio ella aveva compito: di farlo uscire dai dubbii, dalle incertezze, dallo scetticismo dei quali prima viveva. Ella era stata la sua fede. Egli era rimasto abbagliato dalla luce dei suoi pensieri, si era sentito guidare con ferma mano per l'intrico delle contraddizioni, degli inganni, degli errori; aveva saputo che cosa credere, che cosa negare. Ed ecco a un tratto ripiombava nell'esitazione. Doveva ella vivere? Doveva morire? Come risolvere il formidabile dilemma di vivere errando o di morire per evitare l'errore? Hanno gli uomini il diritto di disporre della loro esistenza? Se questo diritto è loro conteso, Chi lo contende?…
Al cielo che un tempo egli aveva sentito vuoto, deserto, impenetrabile, fiduciosamente aveva rivolto lo sguardo vedendolo mirato da lei. Ora non sapeva, o peggio, aveva paura di saper troppo. Ella si era uccisa! Non aveva avuto paura del giudizio di Dio! Non aveva pensato alla salvezza dell'anima, non aveva creduto alla sua vita avvenire: si era uccisa perchè con la morte tutto finisce.
«Non c'è dunque nulla? nulla?…»
La sua domanda restava senza risposta, inascoltata.