Per la sola virtù della vista di lei, egli aveva già mirata, udita, compresa l'anima del mondo; voci misteriose dicevano cose memorabili; tutto viveva, palpitava e riluceva. Ora il silenzio e l'oscurità tornavano a premere d'ogni intorno. Ciò che prima aveva un senso evidente o recondito restava muto.

Tanto profonda e sincera era stata la sua conversione, che talvolta lampi dell'antica fede tornavano a rischiararlo; poi le tenebre si chiudevano, più fitte. E nelle alternative del dubbio egli ritrovava con un muto e disperato terrore il vecchio uomo che aveva creduto di seppellire dentro sè stesso. Come prima di conoscerla, il suo pensiero era oscuro, confuso, perduto. La miracolosa fioritura che aveva occupato ogni piega dell'anima sua s'avvizziva e sfrondava. Il chiuso cuore anticamente acquetavasi nella sua aridità; ora invece, dopo il benefizio, restava amareggiato da un rancore infinito.

Egli viaggiò. Vide altre terre, altri uomini, sperando disperdere il suo dolore lungo le vie del mondo; ma nulla valse a placarlo. Dinanzi alla tomba della sorella, a Nizza, pianse d'un pianto cocente che non fu lenimento, ma fuoco nuovo. Sul lago non era più tornato. Una mortale paura l'occupava al pensiero di rivedere i soli luoghi dove potesse dire di avere realmente vissuto. Credeva di morire soffocato rivedendo le rive di Ouchy, le pendici di Losanna, la villa dei Ciclamini, il bosco della Comte, le umili cappelle, il panorama del Lemano velato di nebbie o sorriso dal sole. Pure un giorno egli andò.

Ritrovò quelle prode quali le aveva lasciate. L'impassibilità della eterna natura lo ferì come un insulto: se almeno qualcosa fosse stata distrutta sulla terra, se almeno egli avesse ritrovato intorno a sè le tracce d'una devastazione simile a quella patita dentro di sè!

I monti secolari, le acque perenni, voraci sepolcri di viventi, restavano immutabili. Egli veniva riconoscendo ogni passo del cammino, ogni particolarità della vista. Con la disperata certezza che nessuna potenza avrebbe potuto compiere mai il miracolo di ridargli ciò che aveva perduto, egli pur figgeva intorno lo sguardo e porgeva intento l'orecchio, quasi un'apparizione, quasi una voce potesse suscitare lo svanito bene.

E una sera che dalla finestra della sua stanza contemplava le sommità della Dôle dietro le quali il sole scendeva radiosamente, egli trasalì al suono d'una voce che parlava dietro di lui.

Era zimbello d'un'allucinazione? Non sognava ad occhi aperti?

Il principe Alessio Zakunine gli stava dinanzi.

—Roberto Vérod,—diceva la voce,—non mi riconoscete?

Un brivido di raccapriccio gli passò per i nervi come alla vista di uno spettro. Che cosa voleva quell'uomo da lui? Perchè veniva a cercarlo?