La donna rispose con una ambigua espressione del viso che poteva significare tanto ignoranza quanto consenso.

—Se sapeva della disunione, la sua gelosia non sarebbe stata però molto ragionevole…—soggiunse il Ferpierre, il quale si proponeva da sè stesso le obbiezioni e, nello sforzo di veder chiaro in quel mistero, annunziava tutti i pensieri che gli si venivano affacciando.—Seppe che erano in discordia?

—Non posso dire.

—S'accorse che ultimamente il principe era divenuto migliore per la defunta?

—Non so, signore.

—Quando se ne fosse accorta, se lo amava, la gelosia avrebbe potuto armarla?

Ma la donna non disse nulla, quasi comprendendo che il magistrato, più che interrogarla, non faceva oramai altro che parlare con sè stesso, che pensare ad alta voce.

III.

I RICORDI DI ROBERTO VÉROD.

Tramontava il sole. Dietro la catena del Jura i raggi d'oro che fendevano le nuvole agglomerate sui culmini davano imagine d'un immenso trofeo di spade. Sotto le rive di ponente il lago era di lavagna; verde come uno stagno fra le basse rive boscose di San Sulpizio, ridiveniva azzurro al largo, nell'alta conca chiusa dalle Alpi vallesi dove le nevi s'infiammavano all'ultima luce. Due vele immobili, incrociate come due ali, sulle acque immobili; una tenue riga di fumo verso Collonge; niun altro segno di vita. Nel silenzio infinito lenti rintocchi lontanamente dicevano che una vita erasi spenta.