Al cielo, alla terra, alla luce, Roberto Vérod chiedeva quella vita. Tratto tratto egli perdeva la coscienza dell'incredibile verità; dinanzi allo spettacolo che tante volte aveva rimirato con lei gli pareva d'esserle ancora d'accanto; poi, girando lo sguardo ansioso, la solitudine lo sgominava, l'orrore s'aggravava su lui. Andava, andava, ignaro della sua via, per respirare: l'immobilità lo avrebbe soffocato. Su per l'erta di Losanna, oltre la Croce, una carrozza lo avanzò. Allora egli fermossi, tremando.

Su quella via, in quel punto, alla stess'ora, egli l'aveva vista la prima volta apparire; un anno addietro, mentre errava per quella via, ella era passata, forse in quella stessa carrozza. L'imagine risorse in lui così viva, che ne fu abbagliato.

Che faceva egli a quel tempo? Che pensava? Che aspettava? Grigia, disutile, vuota era la vita sua a quel tempo. Trentaquattro anni, non rughe sulla fronte; ma quante nell'anima! Il chiuso pensiero, l'assiduo esame interiore, l'inveterato istinto e l'ostinato bisogno di guardare in sè stesso lo avevano avvelenato. La goccia d'acqua sembra più liquida perla quando l'occhio armato di lenti vi scorge dentro un orrido mondo? Col pensiero egli aveva guardato troppo sè stesso e le cose, e la bellezza aveva perduto ogni incanto, e della gioia egli aveva saputo il costo, e la speranza gli s'era consunta dinanzi. Una volta, in più fresca età, di quel suo genio dell'esame egli era stato superbo come d'una forza, come di una potenza; con gli anni aveva sentito che era la miseria sua. Nel mondo delle idee gli estremi orizzonti, le cime vertiginose erano a lui familiari; nella vita pratica moveva i suoi passi malcerto ancora più di un bambino. Quando tentava di reagire contro quell'impotenza, riconosceva che la volontà era inefficace, che egli restava condannato a una vita infeconda. Nato al confluente di tre civiltà, da una razza nella quale troppi elementi etnici si erano confusi, sollecitato in vario senso dagli istinti ereditarii e dai concetti acquisiti, sentiva di non poter gustare altre gioie fuorchè quelle dell'arido pensiero.

Aveva vissuto; ma come? Come il visitatore d'un cosmorama crede di trovarsi dinanzi agli spettacoli rappresentati: sapendo che sono dipinti sopra cartone. Egli non credeva alla vita. Gl'insensibili oggetti, le inanimate opere d'arte possono accenderci, pur sempre restando quelle che sono, fredde, mute, inerti: così egli aveva amato viventi creature. Ma dove il sentimento, non che essere ricambiato dalle cose, non si può neppure esprimere ad esse, da creature a lui simiglianti egli aveva un tempo sognato d'esser compreso; e poichè mai il suo sogno, il suo bisogno era stato appagato, un moto di superbia lo aveva persuaso d'avere un'anima diversa dalle comuni, di valer più che gli altri. La sua superbia era stata punita con la spaventosa solitudine che lo aveva circondato. Più triste della solitudine un'ultima persuasione gli aveva dimostrato che, pur valendo presso a poco egualmente, le creature umane sono condannate a non intendersi mai.

Così, con questa fede disperata, con l'amara compiacenza d'aver saputo comprendere la sterile verità, egli viveva da anni. L'arte sua rispecchiava troppo fedelmente queste opinioni; essa era negatrice fredda ed amara. Diceva che la vita è un inganno, che non c'è distinzione fra i sentimenti dell'uomo cosciente e le cieche potenze della natura, che tutto si riduce nel mondo a un meccanismo impassibile. Egli non aveva più nessuna ragione di vivere, e la sua vita era una continua morte. Egli frenava ogni sua tentazione cominciando da quella di morire; e col furore d'un iconoclasta distruggeva dentro di sè tutte le imagini delle cose e degli esseri. Così viveva da anni, quando ella era apparsa.

La vedeva ancora, nella carrozza che procedeva lentamente per l'erta, accanto a un'altra dama, incrociare un rapido sguardo col suo. Egli n'era rimasto stordito. Come era bianca, pallida, stanca! Che diceva lo sguardo?

E l'aveva riveduta, la sera stessa, qualche ora dopo, alla Casa di salute dove un dottore amico lo persuadeva a curare con un po' d'acqua tepida sulle spalle il male dell'anima. D'altro rimedio aveva egli bisogno! Non le docce, non l'aria, non l'esercizio dei muscoli potevano nulla contro il suo dolore. Anche una volta, alla terrazza della Casa di salute, egli le era passato dinanzi, più da presso; e quantunque il nuovo incontro fosse rapido come il primo, pure egli aveva notato che l'estenuata bellezza di lei era a un tratto tutta rianimata e lucente. E anche una volta l'aveva guardata negli occhi. Che diceva lo sguardo?…

Ora le ombre sorgevano più dense dalla conca del lago. Le nubi già d'oro erano grige, e solo per qualche pennellata cuprea e violacea la luce attestava di non essere morta interamente. Un riflesso di quelle colorazioni dava alle acque stagnanti l'iridescenza delle lamine metalliche. Le digradanti coste dei monti savoiardi parevano cadere a picco sul lago e le cime staccavansi nere sul chiaro fondo del cielo, come un intaglio. Egli riprese ad andare, anelante.

L'appressarsi della notte lo sgominava. Che avrebbe fatto, nella notte? Dovunque volgesse lo sguardo, ora vedeva almeno qualcosa che gli parlava di lei. Egli la rivedeva come l'aveva tante volte veduta, tutta vestita dell'ultima luce, contemplare immobile il muto spettacolo del tramonto; egli tratteneva il respiro ed il passo, come un tempo dinanzi alla figura vivente, pauroso di vederla sparire, di vederla dileguare, di perderla. Ed era sparita, si era dileguata, egli l'aveva perduta! Quante volte questo sentimento di paura aveva stretto il suo cuore! Era ella fatta per la vita terrena? Quante volte l'aveva udita dire, parlando del futuro, di disegni da compiere un giorno: «Se sarò ancora al mondo!…» Allora egli sostava, senza vedere più nulla, con gli occhi chiusi dal pianto; e il suo dolore era così acuto e ineffabile che diveniva quasi una mortale voluttà. Il pianto era stato la voluttà di quell'amore: di gioia, di speranza, di pietà, di paura, di dolore egli aveva pianto.

Così fortemente la prima vista di lei lo aveva percosso, che egli non aveva potuto tutta comprenderne la bellezza. Consisteva la sua maggior seduzione nella grazia languida e quasi vacillante della persona alta e tenue, o nella purezza dei lineamenti, del gracile viso, della fronte tersa come un'opera di scultura, cinta di chiome copiose nere e lucenti che le scendevano in due bande lungo le tempie e la rassomigliavano alle figurazioni della Vergine; o nella dolcezza dolorosa dello sguardo, nell'espressione profonda di un'anima ansiosa?