«Il conte è più giovane del babbo: ha quarantaquattro anni. Non so bene se questa cosa mi fa piacere o dispiacere.»

«Ed io glie le ho spiegate come meglio ho potuto. Saperlo più giovane del babbo mi fece un senso di pena per il babbo mio, giacchè io vorrei che per lui il tempo non solo non passasse, ma tornasse indietro; ma poi, pensando che il babbo aveva me, mentre l'amico suo era solo, mi piacque e mi parve anche giusto che questi fosse più giovane, perchè doveva anch'egli prender moglie e crearsi una famiglia. Come mi ha abbracciata, Luigi! Che occhi ridenti! Che parole d'amore! Non l'ho visto mai tanto felice, neppure il giorno che gli dissi di sì! Ora non può più dubitare che i suoi quarantaquattro anni mi sembrino troppi; è anzi persuaso che l'idea di sposarlo non mi dovè sembrare poi tanto stravagante come egli ed il babbo temevano. Mi parve anzi naturale. Pensai un momento, è vero, che Luigi aveva il doppio dell'età mia; ma l'età degli uomini non si conta come quella delle donne. E poi, chi darebbe quarantaquattro anni a mio marito? Non importa l'età, importano le qualità dell'animo; e della bontà di Luigi io avevo questa gran prova: che è amico del babbo. Tutto ciò che gli avevo udito dire in due anni d'intimità mi dimostrava che il suo modo di pensare e di sentire è delicato, gentile, squisito, che il suo ingegno è alto ed eletto, che la sua cultura è varia e profonda.

«E ora capisco che la quistione è un'altra: Luigi non aveva tanta paura che non mi paresse giovane abbastanza, quanto che non mi piacesse come persona, come viso.

«Ebbene, se certe volte io ho giudicato stupida l'abitudine di prendere queste note, e se certe altre invece l'ho approvata, oggi mi pare che sia stata proprio una fortuna averle scritte, poichè ho potuto convincere Luigi con quella famosa esitazione. E così avessi scritto bene tutta la mia precisa impressione di quella volta che, sfidando il babbo per chiasso, prese un fioretto dal trofeo d'armi e si mise in guardia! Stava così bene con l'arma lucente in mano, con gli sguardi lampeggianti come la spada, era così forte ed agile che mi parve veramente una figura balzata fuori da quei romanzi di Walter Scott che mi piacciono tanto. Non pensavo ancora di poterlo sposare, ma pensai benissimo che potevo essere la dama per la quale egli scendeva in campo. E se sapesse che piacere diverso, non ancora provato, quando mi mandò quel cartellino dove si diceva, per chiasso, Fornitore di Sua Grazia la marchesina Fiorenza! Su quel cartellino si trovavano insieme i nostri nomi, come sopra una partecipazione nuziale: era scritto! Neppure allora io pensai con precisione che un giorno avremmo potuto essere uniti come ora: ma notai sì, che i nostri nomi erano messi accanto, pensai che egli stesso li aveva accoppiati, che m'aveva chiamata Sua Grazia, e sentii che il cuore mi batteva forte forte…

«Ah, se avessi scritto queste cose Luigi ora non dubiterebbe. Ero sul punto di dirgliele, ma poi le tacqui; un poco perchè egli si trovava in una delle sue ore di dubbio, un poco perchè pensai di far meglio scrivendole su questo libro dove egli le leggerà un giorno. Giacchè non crede, non merita ch'io le dica a lui; le confido a queste pagine che erano già destinate ad accoglierle. Se le scrivo più tardi di quando le pensai, non vuol dire che non siano vere!…»

E sotto quelle parole, a caratteri più grossi, più irregolari, tracciati con mano tremante, stava scritto:

«Ha letto! Ha creduto!…»

Così continuavano quelle memorie, piene delle espressioni d'un'intima contentezza, rivelatrici di un'anima amante, candida e schietta, della quale il giudice Ferpierre ora quasi s'innamorava.

Maritata in quelle condizioni, con uno che poteva esserle padre, non era però da prevedere che la giovanetta dovesse rinunziare alla vivace felicità e ottenere, nella migliore ipotesi, la quiete; una quiete presto o tardi insidiata dalle imaginazioni d'un bene maggiore?…

Le confessioni della morta distruggevano questo sospetto. Il Ferpierre amava credere che, se la narratrice non fosse stata felice, se avesse sentito d'essersi ingannata sposando il conte d'Arda, lo avrebbe confessato schiettamente, interamente; ma poichè ella aveva riconosciuto una volta di sentir cose che non poteva scrivere, forse non avrebbe nettamente dichiarato il proprio inganno; fors'anche, invece di adombrarlo, non avrebbe più scritto nulla, ed il silenzio sarebbe stato ancora più eloquente. Ma, non che tacere, non che alludere al disinganno, ella insisteva tanto nelle manifestazioni d'un affetto ingenuo e caldo ad un tempo, che il giudice non poteva dubitare della sincerità di lei. Del resto quell'amore d'una giovane di vent'anni per un uomo d'oltre quaranta era proprio incredibile? A spiegarlo il Ferpierre non teneva tanto conto delle qualità morali dello sposo quanto delle fisiche; e fra le carte rinvenute presso la defunta egli aveva visto alcune fotografie di parenti e d'amici, due delle quali, per dichiarazione di Giulia Pico, erano del conte: la figura di quell'uomo aveva una bellezza così forte e nobile, così piena di espressione, che l'amore della giovane sposa ne restava giustificato. E per lunghe e lunghe pagine ella non parlava d'altro: narrava orgogliosa tutte le prove d'amore datele dal marito, trascriveva le sue parole innamorate, esultava nel vederlo oramai ricreduto, nel sapere suo padre sicuro della loro felicità.