Bruscamente una pagina bianca interrompeva ancora il giornale: sulla seguente una sola riga era scritta:
«Padre, padre mio, vivi! Vivi per me!…»
E null'altro. Il Ferpierre quasi udiva il grido della disperata preghiera che al capezzale del padre agonizzante rompeva dal petto della figlia devota. Invano: nella pagina successiva una ciocca di capelli grigiastri era passata fra due tagli del foglio, con una data al margine: 3 giugno 1886. Poi il libro era pieno di memorie del morto: la contessa affidava a quelle pagine i più cari suoi ricordi di figlia con un dolore così cocente ma confortato dalla cristiana speranza, che, a certi passaggi, pareva parlasse ancora del padre vivo, come al principio del libro. Ma il giudice percorreva rapidamente quelle pagine, impaziente d'arrivare al dramma che presentiva immancabile.
Col tempo, con la vecchiezza del marito, con le seduzioni del mondo, non era fatale che la calma felice di quella donna finisse? Come avrebbe ella parlato della tentazione?
Non ne parlava. Il diario aveva però una lacuna maggiore delle precedenti; la scrittura appariva, dopo un'interruzione, ancora più modificata; e il senso delle nuove note riusciva incomprensibile.
«…. Io ne sono sicura. Le sue parole mi ritornano tutte alla memoria. Allora ne sorridevo, ne insuperbivo: oggi pago la superbia d'un tempo. A certi momenti dubito che la colpa sia mia. Che cosa avrebbe fatto un'altra? La colpa è certamente della mia ignoranza, della mia inesperienza…
«Non volle o non potè parlare? Forse non volle e non potè. Una sola volta gli domandai: «Ma come? Com'è stato?…» L'odo ancora rispondere, torcendo gli sguardi: «Più tardi…»
«Egli non credeva che l'uccidersi fosse male imperdonabile. Uccidersi per non saper vivere era a suo giudizio viltà; ma in altri casi la morte volontaria non era per lui condannabile. Molte volte discutemmo questo problema: egli mi dimostrò che il mondo onora giustamente chi si sottrae con la morte al servaggio, alla vergogna, al disonore; chi morendo salva od aiuta i suoi simili. Uccidersi per castigarsi, diceva ancora, è giustizia…
L'incertezza del Ferpierre sul significato di queste parole durò poco: il pensiero della narratrice si veniva precisando da una pagina all'altra: ella pensava che suo marito non fosse morto per una disgrazia, ma deliberatamente; che avesse cercato la morte tremenda sotto le ruote d'un convoglio.
«Le persone presenti dissero, e dicono ancora, di non capire come egli non udisse le loro grida, non vedesse i loro gesti disperati. Una di quelle vertigini delle quali soffriva nell'ultimo anno potrebbe spiegare l'accaduto, se io non sapessi.