Le cose dette dal Vérod si confermavano: l'idea di far del bene all'anima inferma di Zakunine appariva dominante nel pensiero della contessa: con la sua mitezza soave, per la legge d'attrazione fra i contrarii, ella doveva apprezzare la forza impetuosa, la foga indomabile del ribelle come greggie ricchezze dalle quali si sarebbe potuto esprimere un valor puro. Certamente qualcosa di più semplice, il solo amore, bastava a spiegare la relazione stretta fra i due; e dell'amor suo ella dava una prova eloquente quando confessava di comprendere i dubbii del marito e del padre intorno alla sua felicità d'un tempo. L'affetto del marito le era bastato; ella non aveva fatto un sacrifizio accettando di sposarlo nonostante la grande differenza delle età; quantunque la possibilità del matrimonio le fosse apparsa tardi, ella era stata veramente felice con lui; il dubbio era postumo, ma dimostrava con grande evidenza come più forte ed eccitante fosse il sentimento nuovo. Tuttavia la commozione per i mali che travagliavano il principe, la speranza e quasi il dovere di giovargli avevano dovuto determinarla ad assecondarne l'affetto.
«Se fosse vero! Se avessi questa forza!» Manifestamente il principe le aveva detto che l'amore di lei era il suo conforto, la sua gioia, la sua salute; fosse egli sincero, o fingesse calcolando sull'effetto di quelle parole, era certo che l'effetto non poteva mancare in un'anima amante. Liberi entrambi, niente avrebbe vietato che s'unissero legittimamente, se il ribelle non avesse disconosciuto e odiato le leggi, anzi diretto ogni suo sforzo a distruggerle. Della sua conversione avrebbe potuto darle la massima prova, sposandola; ma probabilmente non era sincero dicendosi convertito. Con più verisimiglianza nessuna allusione diretta avevano essi dovuto fare al loro avvenire; nè il principe aveva esplicitamente promesso di convertirsi al matrimonio, nè la contessa gli aveva rigorosamente imposto di mettersi in regola col mondo: durante un certo tempo entrambi avevano dovuto amarsi castamente, ella sperando di placare e redimere il negatore, egli forse sorridendo di questa sua speranza: un giorno la complicità delle circostanze, la dolcezza dell'ora, la debolezza della donna, la prepotenza dell'uomo avevano mutato repentinamente la natura dei loro rapporti. Ella cui la purezza delle intenzioni non doveva bastare se n'era intimamente doluta: ma non aveva espresso il proprio dolore, certa d'essersi impegnata dinanzi a Dio, sino alla morte, e fiduciosa di far presto o tardi riconoscere anche a lui la santità del dovere.
Da quale disinganno era stata amareggiata scoprendo l'inutilità della propria dedizione? Senza dubbio l'inganno non le era stato subito palese; finchè il principe aveva continuato ad amarla ella aveva sperato: credendolo sentendolo suo sposo con l'anima, nella sincerità della coscienza, ella aveva lungamente aspettato piena di speranza. La sfiducia morale aveva preceduto o seguìto la sentimentale delusione? Forse s'erano prodotte ad un tempo.
Il libro delle memorie mostrava, alla scrittura, all'inchiostro, d'essere stato ancora una volta interrotto. E lo sforzo di negar credito all'ingrata realtà era evidente nelle nuove confessioni. Ella scriveva:
«Bisogna credere. Bisogna sperare… Il più delle volte noi non ci conosciamo, dobbiamo essere rivelati a noi stessi…»
Quest'idea era senza dubbio riferibile all'uomo che le stava vicino, alla sua ostinata insistenza nell'opera di distruzione, alla speranza ancora viva di piegarlo, di farlo ricredere; poichè ella scriveva inorridita:
«Ancora l'odio, il sangue, le fiamme! No, mai: non sarà mai questa la via!… Come un'anima amante può parlare così? Egli dice che l'amore si ripaga con l'amore, l'odio con l'odio. Ciò sarà giusto, ma non è generoso. E coloro che egli combatte odiano veramente? Non soffrono anch'essi di dover ricorrere alla violenza?…»
Pareva così che la discordia fra l'istinto di ribellione del principe e la predicazione di pace della contessa avesse preceduto il disinganno sentimentale: ma nell'atto che riconosceva l'inutilità dei proprii sforzi non doveva ella sospettare che quell'uomo non era stato sincero assicurandole d'essersi per lei ricreduto? E un sospetto simile non doveva lederla, oltre che nelle sue credenze, nelle sue stesse speranze?
Ella non parlava del destino serbato all'amor suo. Faceva così perchè, più d'assicurare la felicità sua personale, le premeva di pacificare il ribelle? Od al contrario rivolgeva ella la sua attenzione al dissidio morale per distoglierla dalla più paurosa visione di un disinganno che le sarebbe riuscito ben altrimenti funesto? Se l'amore di quell'uomo era mentito, l'intima sanzione che la coscienza aveva dato a un legame fuor della legge non veniva a mancare? Per la cristiana, a cui la colpa era parsa, se non scusata, almeno attenuata dalla schiettezza dell'amore, dall'onestà degli intendimenti, dalla saldezza dell'impegno, l'improvvisa mancanza di queste condizioni non doveva implicare una condanna grave?
Il Ferpierre sentiva che questi pensieri avevano dovuto occupare la defunta a quel tempo; egli quasi li leggeva tra riga e riga. E come durante l'audizione di una frase musicale si prevede lo svolgimento e la cadenza della melodìa, le sue logiche anticipazioni erano confermate dai successivi passaggi delle memorie.