—Di che potevo richiederla? Sospettate che io insistessi presso di lei, io che la fuggii quando temetti che il solo sguardo mi tradisse? Credete he io tentassi di violentarla e che ella si sia uccisa per sottrarsi alla mia violenza?

Tale era infatti il sospetto del giudice. La condizione nella quale la contessa e il Vérod si trovavano poteva durare, quantunque ambigua, se per opera del giovane nulla fosse intervenuto a tentar di mutarla. Ora che il Vérod, sentendosi amato, s'appagasse sempre della pura amicizia, non pareva al giudice credibile. E se l'artista aveva adoperato i sottili espedienti della poesia per sedurre quella donna, se aveva nobilitato con la magia dell'espressione letteraria il suo scontento e le sue brame, la contessa d'Arda, destatasi dal sogno d'un affetto fraterno, trovandosi inevitabilmente al formidabile bivio di vivere peccando o di morire per evitare la colpa, aveva potuto apprendersi al più disperato, ma meno indegno proposito.

—Non dico che voi foste violento, nè per un'anima come quella della vostra amica, con la dolorosa sensibilità della quale soffriva, sarebbe occorsa la violenza a toglierla dalla fiducia. La sola naturale vivacità della passione, una di quelle ardenti parole che l'amore inventa, che a voi poeti non costano molto, doveva bastare a toglierla dall'illusione che la seduceva, a dimostrarle inevitabile la trasformazione della vostra amicizia, e a darle, con la previsione del male, l'idea di sottrarsi finalmente a una vita troppo assediata dal dolore. Nè voi forse sareste rimasto diminuito nel suo concetto: ella doveva pensare che in voi, in un uomo, l'impazienza del desiderio era naturale; che l'errore era stato suo per non averla prevista!

—Avete ragione,—rispose il Vérod scrollando lentamente il capo.—Questa cosa era naturale. Voi non potete credere che una cosa naturale non si producesse. Non crederete che la fuggii, che la rispettai, che l'obbedii. Voi non sapete la trasformazione che per virtù sua avvenne in me.

—Ditemene qualche cosa.

—È difficile. Poichè io ho l'abitudine di dare forma letteraria ai pensieri, voi troverete probabilmente nelle mie parole l'esagerazione del retore. Non avete già sospettato che ricorressi agli artifizii dei retori per esprimerle i sentimenti miei?

Era vero. Il Ferpierre, quantunque dal dolore del Vérod fosse inclinato a un compatimento sincero, pure ne diffidava. Quell'uomo pareva migliore delle sue opere, ma l'arte sua era troppo amara e disperata. Del più nobile ed efficace strumento, della Parola, si serviva per un'opera dissolvitrice. Come credere alla sua bontà?

—Non dico,—rispose tuttavia, piegato mal suo grado dal chiaroveggente timore del giovane,—non dico che deliberamente, studiatamente, vi siate messo a sedurla. Ma se già in ogni uomo…

—Non pensate che io sia un uomo diverso dagli altri,—interruppe il Vérod.—La natura di ognuno di noi è duplice e le forze morali sono latenti anche nelle anime brute. Perchè possano operare bisogna che siano educate ed espresse da altre anime naturalmente migliori e più forti. Questa creatura mi rivelò cose che io ignoravo. Se voi credete alla verità, la verità è questa…

E con voce tremante, a occhi chini, narrò la storia della loro amicizia. Il magistrato l'udiva ora con attenzione più indulgente; tuttavia il dubbio che per vendicare la morta e perdere il rivale l'accusatore tacesse qualche circostanza e si facesse migliore, s'insinuava nell'animo suo.