—Io dissi: «Sia come volete. Da lontano, da vicino, pensate che vivo di voi…» Ella chiuse gli occhi. Io soggiunsi: «È la verità. Dovrei nasconderla? Non m'avete insegnato a dir sempre la verità? Non la sapete, d'altronde?…» Tacemmo. Il cielo si era oscurato; ella guardava i grigi vapori che salivano su per le coste dei monti e ne sbiadivano il verde; guardava il lago grigio e increspato come piombo che si liquefa; gli alberi piegarsi sotto il vento, perdere le prime foglie. Io ripensavo il suo pensiero elegiaco dinanzi alla visione autunnale. Le dissi: «Il colore che pare del cielo nei nostri occhi. L'azzurro è nero nella tristezza; nella letizia il grigio è celeste.» Una nube azzurrina fra i vapori cenerognoli pareva uno squarcio di cielo. Ella soggiunse: «Sì, ma è un inganno; il cielo è chiuso.» Replicai: «Fra breve si schiuderà.» A poco a poco tutto il paesaggio si era velato, tutti i colori erano scomparsi; non si vedevano altri toni che di bianco e di nero: i monti neri, le acque plumbee, le spume argentine, le nebbie cineree, nuvole candide, nuvole pallide, nuvole ferrigne. Ella disse: «Non pare un acquerello?» Assentii. Soggiunsi: «È altrettanto bello così come quando il sole risplende.» Parlai ancora. Dissi che una luce interiore illuminava tutta la mia vita, che io non vedevo se non forme della bellezza, ovunque. La sua bellezza pallida era meravigliosa, pareva tutta dipendere dal pallore delle cose circostanti. Presi la sua mano. Un calore di vita fluiva dalla sua mano per tutto il mio corpo. Ella la ritrasse impallidendo ancora. Non dissi nulla, ma il pianto mi gonfiò gli occhi. Disse ella: «Comprendete che bisogna lasciarci.» Risposi: «La vostra volontà sarà fatta, sempre. Se volete, io partirò domani. Aspetterò da lontano. Se volete che non aspetti, che non speri, cercherò d'obbedirvi. Sarà difficile svellere la speranza per la quale la vita si regge; ma pensate che il mio piacere, il mio orgoglio, il mio vanto consiste nell'essere come voi volete…» Tutto era scomparso alla vista: i candori delle nubi, le nerezze dei monti sfumavano e si confondevano in un grigio uniforme. La pioggia cominciava a cadere. Ella rabbrividì. Io ripresi la sua mano. Volevo significarle che era il gesto del saluto, che ella poteva lasciare la sua mano nella mia, un'ultima volta. Non seppi dire. Ella non ritrasse la mano, nè io potevo ancora parlare; troppi pensieri mi premevano…
—Non sentivate la lotta formidabile che si combatteva in lei?
All'interruzione il Vérod scrollò il capo ripetutamente.
—Non so, non so… Troppi pensieri volevano essere espressi; ma un'idea mi occupava: «Se parlerò, io perderò la sua mano.» Il velo della nebbia ora si veniva diradando; quando il lago appariva le ondate spumose che sorgevano e svanivano davano imagine di rapide accensioni abbaglianti. Un lembo di cielo sorrise. Allora dissi: «Vedete l'azzurro?…» Ella si levò…
—E poi?—domandò il giudice, alla reticenza del narratore.
Le cose da dire dovevano essere più gravi, il giovane doveva sentirle contrarie all'accusa per arrestarsi così.
—E poi?… Dite tutto: bisogna dir tutto!…
—Ella parlò di quell'altro. Io sapevo che non più l'amore, ma solo l'idea d'un dovere la legava. Mi disse queste parole, levandosi: «Io non merito l'amor vostro. La sincerità che lodo e pretendo negli altri mi è mancata. Voi sapete e già vi dissi che non sono libera… Ma l'uomo al quale ero unita mi aveva lasciata, voi non lo vedevate al mio fianco, entrambi potevamo credere che non sarebbe più tornato. Ora egli è qui. Se volete che io continui a stimarmi, non mi dite più nulla…»
—Vedete? Vedete?… E voi?
—Io risposi: «Sia come volete, ma costui vi lascerà ancora una volta!…»