—Da lei?

—Sì.

—Che cosa le diceste?… Parlaste del vostro amore?…

Vedendo che il Vérod esitava a rispondere, il magistrato insistè:

—Bisogna, ripeto, che siate sincero. Il fatto che pare meno importante, una parola, un niente possono metterci sulla strada della verità. Se la passione vi spinge a far punire un assassinio, la coscienza deve rammentarvi che la giustizia non conosce passioni. Le parlaste del vostro amore?

—Sì.

E Roberto Vérod tremava.

L'ultimo suo colloquio con l'amica, il più appassionato, il più intimo, quel colloquio dopo il quale egli aveva sperato con nuovo fervore, era per lui la massima prova contro gli assassini: poteva forse pensare alla morte la donna che lo aveva lasciato parlare d'un migliore avvenire? Ma egli comprendeva che, secondo le induzioni del magistrato, il valore di quella prova veniva ad essere invertito; che dalla prossima contemplazione d'una felicità alla quale credeva e sentiva di non potersi accostare, ella era stata appunto determinata all'ultimo passo. E se il magistrato aveva ragione, la severità delle sue parole restava giustificata; ma, più della severità di quell'uomo, l'intima coscienza del male fatto alla creatura che egli doveva e voleva vegliare con trepida cura lo straziava, ineffabilmente. Non più, come il giorno innanzi, egli gridava dal dolore; ma si sentiva premere, stringere, torcere il cuore da una mano di ferro; soffocava, le parole gli morivano sulle labbra, sentendo di dover dire la verità e comprendendo che la verità sarebbe stata contro di lui.

—Sì, le parlai dell'amor mio… Parlammo della nuova stagione, del freddo che presto ci avrebbe scacciati di qui… Io volevo sapere dove sarebbe andata, dove e quando avrei potuto rivederla. Ella mi disse: «Non so ancora dove andrò; forse a Nizza, forse a Biarritz. Non è meglio ignorarlo, per voi e per me?…»

—Vedete?… E poi?