—Quest'ultimo vostro colloquio, del quale non volete riconoscere l'importanza, basta a spiegare la catastrofe. Io presentivo che qualche cosa dovesse essere avvenuta fra voi per la quale ella aveva visto spalancarsi un baratro dinanzi ai suoi passi. Se la disgraziata illudevasi sulla possibilità d'una pura amicizia, le ultime vostre parole doverono disingannarla. Tutti gli argomenti che le adduceste sono i consueti sofismi della passione. Voi non chiedevate nulla: anche l'uomo per il quale s'era perduta aveva detto così. La logica della vita è quella che costui le aveva crudamente rivelata: «Chi ha fame deve cibarsi.» Se la speranza è il massimo bene, intanto essa ci giova in quanto pensiamo di conseguirne l'oggetto; nessuno al mondo si consola imaginando un bene al quale non potrà mai arrivare. Logicamente, necessariamente ella doveva cadere in un nuovo errore. Dico errore, ma potrei anche dire colpa. Non dubito dell'onestà delle vostre intenzioni, ma la debolezza vostra e sua ve la avrebbe fatta dimenticare. L'ardenza del desiderio vi spingeva a contrarre un impegno del quale forse vi sareste pentito. Anche senza la previsione del vostro pentimento ella si sentiva preclusa la via ad una nuova gioia. Tutti questi pensieri che la disgraziata aveva lungamente considerati si dovevano ridestare più urgenti, più molesti, più funesti dopo le vostre parole. Quale momento sceglieste per parlare? Il più grave. L'uomo cui si era legata tornava presso di lei. Egli era diventato migliore; abbiamo la testimonianza di Giulia Pico, dalla quale risulta che il principe cominciava a diportarsi meglio verso l'amica. Se, dunque, ella aveva pure cercato di persuadersi talvolta che il suo legame era sciolto dopo l'abbandono patito, non poteva più sentirsi ora libera. Il dovere di restare con quest'uomo al quale s'era data per sempre, che dimostrava d'apprezzare l'amore di lei, questo dovere risorgeva, più imperioso. Lasciando un traditore ella poteva trovare una qualche giustificazione, nè costui avrebbe pensato di rinfacciarle l'instabilità di quella fede alla quale ella voleva convertirlo: se pure l'avesse rimproverata di ciò, ella aveva come rispondergli. Abbandonandolo ora che tornava a lei, ella doveva sentirsi doppiamente colpevole. E restare con lui non poteva. Non lo amava più d'amore; amava voi. E nei vostri occhi, nella vostra voce, dove prima, quando, era sola, aveva letto soltanto l'amore e la pietà per lei, ella sentì improvvisamente fremere l'odio contro l'uomo che sorgeva a impedire la vostra felicità. Non solamente ella pensò di dovere fatalmente scapitare nella vostra stima, ma temè di essere causa di altri mali spingendo due uomini a odiarsi, forse ad uccidersi. Poche ore dopo questa tempesta morale, costei, che è anche inferma inguaribilmente, il cui petto è roso da un male senza riparo, che non ha nessuno al mondo, nè padre nè fratello, manda via con un pretesto la donna che ha sempre vegliato presso di lei; noi la troviamo morta, con un'arma accanto, con l'arma che le apparteneva, che ella custodiva, con l'arma alla quale aveva già pensato di chiedere l'ultimo riposo: io debbo dire, voi dovete riconoscere che questa donna si è uccisa!

Il Ferpierre aveva parlato più duramente, quasi gli stesse dinanzi non il vendicatore ma un accusato. E l'attitudine di Roberto Vérod era quella d'un colpevole: a capo chino, con una mano sul petto, egli pareva piegarsi sotto il peso del rimprovero altrui, del suo proprio rimorso.

—Non dite nulla? Non riconoscete l'esattezza dei miei ragionamenti?

—No!—proruppe il giovane, risollevandosi a un tratto, e in atteggiamento quasi di sfida.—Non è così! Non può essere così! Non lo posso credere, non lo crederò mai!… Questi pensieri furono i suoi, è vero; ma sopra i pensieri di morte, più alto, più potente doveva essere e fu il pensiero della vita e dell'amore. Anche a me non sarebbe nulla costato darmi la morte, prima di conoscerla. Io avevo ragione di odiare l'esistenza….

—La stessa ragione che ve la fece odiare a vent'anni?

Il Ferpierre disse queste parole quasi per un impeto incosciente. Quantunque alla severità del suo ufficio non convenisse richiamare i rapporti anticamente passati tra lui e l'accusatore, pure l'istintiva curiosità di sapere se il giovane si ricordava ancora di lui lo pungeva fino dal giorno innanzi.

—La stessa,—rispose il Vérod guardandolo negli occhi;—ma più urgente, più sconsolata di quella che voi rammentate. Voi mi conoscete, è vero? Anch'io subito vi riconobbi. Voi sapete che troppo presto io vidi la miseria, il vuoto, l'orrore della vita.

—Come mai? Siete povero? Avete sofferto qualche ingiustizia per opera degli uomini o del destino? Sì, io mi ricordo di voi; ma non so, come non seppi, che cosa vi hanno fatto!

Il magistrato provava una specie di piacere nell'incalzare il pessimista, nel costringerlo da presso a riconoscere l'errore del suo sentimento.

—Nulla mi han fatto. Ma io piangevo di tutto. Forse ero infermo, sì; ma inferma era l'anima, non già la fibra. Ella fu la mia salute. Dopo averla veduta rinacqui. Questa è la potenza dell'amore: la sola esistenza di una creatura amata è una ragione, la più potente ragione di vivere.