Dell'influenza che questo amore aveva esercitata sul principe i rapporti della polizia dicevano qualche cosa. Cinque anni innanzi, al tempo che aveva conosciuto l'Italiana, l'attività politica di Zakunine era quasi cessata. Pareva che egli avesse dimenticato i suoi ideali, i suoi complici e tutto per vivere vicino all'amica. Il mutamento era tanto più notevole quanto che non riguardava la politica ma anche i costumi. L'esuberante e insaziata capacità di vita che era in quell'uomo non s'appagava dell'assidua prosecuzione della riforma sociale: tra l'uno e l'altro complotto egli trovava tempo di passare d'amore in amore. Le sue fortune galanti erano innumerevoli: come per virtù d'un fascino tutte le donne che aveva fatto oggetto d'un desiderio erano state sue. Da questa vita egli era uscito per opera della contessa Fiorenza. Intorno ai sentimenti da lui provati a quel tempo il giudice ebbe più precisa notizia leggendo le carte trovate nel domicilio della defunta, a Nizza. Fra quelle lettere, la più parte insignificanti o rivelatrici di cose già note al Ferpierre, c'erano quelle che il principe aveva scritte all'amica nei primordii dell'amor loro. Erano così appassionate e ferventi che quasi un caldo alito se ne sprigionava: le parole sospiravano, cantavano, ardevano come vive fiamme.

«Luce del mondo, vita dell'anima, sorriso della grazia, porto della salute, volete voi udire ciò che nessun vivente udì mai? Mai nessun vivente seppe chi sono. Io non ebbi madre, io non ebbi sorella. Non me ne dolgo, ne sono altero e superbo, perchè ora a voi prima, ora a voi sola potrò svelare il cuor mio…»

Ed egli le si confessava, candidamente: le diceva che era un infermo, un fanciullo, un pazzo bisognoso di cure e d'amore; che l'apparente suo coraggio nascondeva una paura infantile, che nella superbia era umile, che odiando amava, che le lacrime della pietà erano in lui represse dai sorrisi dello scherno, che trascorreva dall'uno all'altro estremo con una dolorosa inquietudine, con un'ansia tormentosa, col bisogno nostalgico d'una immutabile serenità.

«L'amor vostro sarà la salvezza, la pace, il porto, la terra promessa, il paradiso perduto e ritrovato. Amatemi come ho bisogno d'essere amato, come si amano i bambini e le bestie, d'un amore che sia indulgenza, pietà, consolazione, lenimento e soccorso…»

Se la contessa d'Arda non era riuscita nell'opera bisognava darne a lei la colpa? Rammentando il diario della morta e le stesse confessioni del principe, il Ferpierre doveva ammettere che la colpa non era stata della contessa ma dello stesso Zakunine. Forse se ella lo avesse conosciuto prima, quando il male non aveva messo in lui radici tanto profonde, lo avrebbe guarito; ma il loro incontro era avvenuto troppo tardi, e se per un poco egli aveva dimenticato le inveterate abitudini di vita e di pensiero, era ben tosto tornato quello di prima. E poichè le continue reazioni di quell'anima parevano crescere in violenza, egli aveva fatto scontare alla contessa Fiorenza le promesse di ravvedimento con le derisioni e gli oltraggi. Credendo alle promesse di lui, la contessa lo aveva condotto in Italia, a Milano, sui laghi lombardi, nei luoghi a lei familiari, nelle case dove ella era vissuta, sperando che per la lontananza dai compagni di fede e per la virtù del benefico clima morale la guarigione sarebbe stata più pronta. Invece più rapido era stato il disinganno, perchè dall'Italia egli si era fatto espellere. L'avventura aveva fatto molto rumore nella penisola: quantunque il solo nome d'un rivoluzionario come Zakunine potesse giustificare il provvedimento della polizia italiana, il ministro Francalanza era stato accusato d'averlo preso per ragioni intime, perchè c'era di mezzo una gran dama; vivaci interpellanze erano state portate in Parlamento. Lo scandalo aveva dolorosamente ferito la contessa; ma, nonostante, ella aveva seguito lo sbandito, accettando l'esilio. Fuori d'Italia egli si era dato nuovamente alle congiure ed agli amori, tutto quanto. L'anno innanzi un grandioso tentativo rivoluzionario in Russia, da lui ideato e diretto, era stato sul punto di riuscire. Mentre la nave che doveva trasportare lo Czar da Pietroburgo a Kronstadt saltava in aria, mentre due reggimenti si ribellavano a Mosca, mentre una colonna di condannati in Siberia marciava in armi verso gli Urali, un manipolo di fuorusciti sbarcava in Crimea e metteva in fiamme le province meridionali dell'impero. Se l'autocrate si fosse trovato sul battello naufragato, la sua morte nel punto che da tante parti gli audaci scendevano in armi avrebbe forse segnato il principio della fine; ma, per un improvviso mutamento, la Corte aveva seguito la via di terra, e allora le parziali rivolte erano state soffocate nel sangue: dei capi, solo Zakunine, rimasto lontano, sopravviveva.

Tale era l'uomo che Roberto Vérod accusava di aver ucciso la contessa d'Arda.

—È costui capace d'aver commesso l'assassinio?—domandava il Ferpierre a sè stesso; e contrariamente all'opinione di Giulia Pico rispondeva:

—È capace!

Ma aveva veramente uccisa la disgraziata? La capacità di delinquere non valeva nulla, senz'altro. Nel suo giornale, Fiorenza d'Arda aveva, sì, trascritto la minaccia di lui: «Se tu m'abbandoni quando non t'amo più, te ne sono grato; se mi tradisci quando t'amo ancora, ti uccido:» ma, come il giudice aveva dimostrato al Vérod, non era vero che la contessa lo avesse tradito; amata ancora da lui, ella avrebbe trovato maggiori difficoltà a lasciarlo; l'idea di restargli accanto per dovere, quest'idea che appariva dominatrice del suo pensiero, sarebbe stata rafforzata dal presentimento del dolore che gli avrebbe inflitto. E, innanzi tutto, si doveva ancora provare che egli avesse veramente ripreso ad amarla!

Che cosa aveva fatto negli ultimi tempi? Bisognava credere che tenesse in un luogo secreto i documenti della sua attività rivoluzionaria, perchè nel suo domicilio di Zurigo se ne trovarono pochissimi. Questi tuttavia non erano senza importanza. Alcune lettere di correligionarii, con date recenti, erano piene di sorde accuse. Dalla Russia i compagni gli scrivevano lagnandosi a una voce del suo silenzio, della sua freddezza, rimproverandogli di non mantenere promesse sulle quali facevano assegno e quasi accusandolo di tradimento. I nihilisti avevano deliberato un altro tentativo subito dopo l'ultimo disastro: un tentativo che era disperato ed inutile, ma che pure avrebbe attestato come l'imperversare della più feroce reazione non potesse toglier loro l'ardire e la speranza. Ora essi gli scrivevano: «Mentre noi siamo qui pronti a dare la nostra vita, mentre non aspettiamo altro che una parola, tu ci abbandoni? Il tuo coraggio è dunque proprio finito dopo Kronstadt? Eppure non arrischiasti gran cosa! Te ne rimanesti al sicuro, mentre qui si moriva!…»