Un giorno, a dieci anni, passeggiando con un compagno della sua stessa età, si era appressato a una stazione ferroviaria; l'amico gli aveva spiegato che i cantonieri percorrono i tratti di via a ciascuno di loro affidati per accertarsi che nessun ostacolo minaccia l'incolumità del convoglio; allora egli, profittando d'un momento che il compagno non l'osservava, senz'altro scopo che una perversa curiosità del male, aveva messo sotto le rotaie due grossi sassi e s'era indugiato fino all'arrivo del treno per godere lo spettacolo della catastrofe. I sassi erano grossi ma per fortuna friabili; le ruote della macchina li avevano ridotti in polvere senza scostarsi d'una linea.
Un'altra volta, un poco più innanzi negli anni, la fredda insania di quell'anima s'era manifestata in altro modo, contro sè stessa. Girando per le sue possessioni della Piccola Russia, il figliuolo d'un mugik che gli faceva da guida gli veniva spiegando le qualità dei vegetali; dinanzi a una verde macchia, additata una pianta bassa dalle foglie lunghe e villose, aveva detto: «Questo è giusquiamo, veleno tremendo.» Allora, rapidamente, prima che la sua guida avesse tempo, non che d'impedire l'atto, ma neppure d'accorgersene, egli aveva strappato quante foglie la sua mano capiva, divorandole. La guida si era ingannata, quella pianta non era giusquiamo; ma per un giorno tutti avevano creduto Alessio Zakunine avvelenato ed erano rimasti tra ammirati e sgomenti vedendo l'ironica allegria con la quale egli aspettava la morte e sferzava i trepidanti.
Tutta la sua prima gioventù era stata una tempesta. Senza denaro, il demone del giuoco lo aveva afferrato per i capelli: una notte, perduta una somma fortissima che non poteva pagare, si era tirato un colpo di revolver al cuore per non sopravvivere alla vergogna; la palla, deviando, gli aveva fracassato l'omero. Battutosi in duello per una quistione turpe e non riconciliatosi con l'avversario, lo aveva più tardi salvato dalla morte, a rischio della propria vita, eroicamente.
Era stato impossibile, fino a diciotto anni, fargli apprendere nulla, persuaderlo ad ascoltare una sola lezione; confuso una volta da una donna, da una fanciulla, che gli parlava francese credendolo pratico di questa lingua, aveva mutato vita da un giorno all'altro: per due, per tre anni nessuno lo vide più: datosi allo studio con la foga che metteva nelle cose maligne, aveva rapidamente acquistato il tempo perduto.
Intelligenza tersa ed acuta, nulla gli riusciva difficile. La sua volontà era capace di fermezze ferree, di perseveranze instancabili, ma non si manteneva sempre eguale; crisi di fiacchezze nervose, di rilassamenti malaticci si alternavano con gli sforzi protervi. Questo lato della sua costituzione morale era meno noto perchè egli metteva una specie di geloso pudore nel nascondere le proprie debolezze. Nondimeno era stato visto piangere.
Freddo e duro con i suoi proprii simili, amava d'umano amore le bestie. Appassionato della caccia, i suoi cani gli tenevano luogo d'amici: parlava con essi, li baciava, li guardava lungamente negli occhi quasi per penetrare nell'oscura anima bruta. Dinanzi a quelle infime anime egli si faceva umile: serviva le sue bestie, trascurava sè stesso per badare che non mancassero di nulla; se qualcuna ammalavasi non aveva più un momento di pace. Quando uno dei suoi cani morì, con la testa adagiata sui ginocchi di lui, guardandolo con i miti occhi appannati; quando egli vide irrigidite le elastiche forme, quando sentì freddo e inerte il corpo prima vibrante sotto le carezze, quando ebbe compreso il mistero della morte, il pianto, un muto e lungo pianto spetrò i suoi occhi. Per le femmine non era stata mai tanto tenero come per i maschi; i colpi di scudiscio, nei momenti d'ira, cadevano soltanto su quelle. Egli si ricredette il giorno che una di esse, dato con stento alla luce mezza dozzina di piccoli, si ammalò ma non sofferse che i figli le fossero tolti, e tanto lamentosamente guaì che glie li restituirono, e spirò con la prole attaccata al petto febbricitante.
Dalla compagnia delle donne aveva rifuggito come per istinto, fino da piccolo. A vent'anni, morta sua madre, rimasto padrone d'un'immensa fortuna, era uscito ad un tratto, con un voltafaccia repentino, dalla vita solitaria delle campagne dove alternava i violenti esercizii con le macerazioni dello studio, per darsi freddamente e quasi studiatamente agli eleganti e malsani piaceri delle grandi città. Sciupò molto denaro e molta forza nervosa, la sua costituzione già squilibrata deperì. L'amore, il primo amor d'anima, gli fu ispirato dalla figlia del principe Arkof. Con un morale anacronismo che in quella natura fuor del comune non doveva stupire, egli amò del fanciullesco, ingenuo e timido sentimento quando per ogni altro uomo non ne è più la stagione. La sua adolescenza solitaria e selvaggia non era stata visitata da fantasmi poetici; ma, per quelle leggi d'equilibrio e di compenso che sembrano estendere il proprio impero dal mondo della materia al mondo dello spirito, la poesia del cuore, alla virtù della quale egli pareva essersi sottratto, lo invase quando fu immerso nei più prosaici e disgustosi amori. Come la confusione provata una volta lo aveva spinto a trarre la propria mente dai limbi dell'ignoranza, così il turbamento sentimentale redense l'anima sua. Da un giorno all'altro, per un tempo non breve, nessuno più lo riconobbe: lasciate le indegne compagnie, fuggite le vili occupazioni, con una reazione imprevedibile non visse se non di sogni, di pura contemplazione, di adorazione muta e discreta; non altro proponimento lo animò se non quello di rendersi, con una vita esemplare, degno della creatura amata. L'incanto si ruppe e il malefizio tornò ad operare su lui quando, per la tirannia dei parenti, la principessa Caterina andò sposa al generale Borischoff, governatore di Kiew. Allora gl'impeti selvaggi, le convulsioni violente tornarono ad assalirlo; ma, cosa strana, non gli presero immediatamente la mano. La sincerità del suo ravvedimento, la capacità sentimentale dell'anima sua furono provate e misurate da ciò: che egli seppe frenarsi ed accettò di sapere in braccio altrui la sposa del cuor suo. Egli che non le aveva quasi parlato, che non ne conosceva i sentimenti, che si era appagato di sospirarla da lontano, potè credere, vedendola accettare la mano del generale, che lo amasse, che sarebbe stata felice con lui. E sanguinando e struggendosi, tacque, scomparve, per non esserle d'ostacolo; ma quando seppe che il fortunato rivale era immeritevole della fortuna ottenuta, che non solo non faceva felice, ma avviliva, maltrattava e mortificava la creatura alla quale egli aveva voluto risparmiare, non che un dolore, un solo pensiero molesto, allora la furia del cruccio, del rimorso e dello sdegno lo gettarono in mezzo ai nihilisti che meditavano d'uccidere il terribile governatore. Scoperta la congiura, il gran nome e più del nome il motivo tutto morale, estraneo alla politica, che lo aveva animato, lo salvarono dalle pene crudeli inflitte ai suoi compagni; ma quella politica, alla quale fino al giorno prima era stato indifferente, lo infiammò subitamente.
Durante i preparativi del complotto, nella frequentazione dei rivoluzionarii, egli non aveva potuto, dominato com'era da un'altra idea, porre mente alle ragioni che armavano i suoi compagni; l'amore della libertà, l'odio della tirannide, la sete di giustizia, l'ideale di fratellanza dovevano essere per l'amante vendicatore incomprensibili; ma quando fu arrestato e processato, quando conobbe le brutalità della polizia, l'incoscienza dei giudici, l'eroismo dei complici; quando si vide sbandito dalla patria; quando conobbe, girando per il mondo con la morte nel cuore, i dolorosi contrasti delle grandezze superbe e delle miserie insanabili, una nuova meta brillò repentinamente ai suoi occhi: la redenzione umana.
Ma, come era da prevedere, neanche questa volta egli conobbe misura. In Francia, in Olanda, in Germania, in Inghilterra cercò i capi del partito nihilista ed anarchico, diede quanto potè della sua sostanza e tutta la sua attività personale alla propaganda, si mescolò a nuove congiure che sortirono effetti cruenti, fu ancora una volta processato e condannato a morte. Con una temerità incredibile tornò in Russia, celatamente, più volte, per intendersi con i suoi compagni di fede, per animarli e dirigerli; fu per cadere nelle mani della giustizia, si salvò miracolosamente, riprese più tardi a complottare all'estero sempre sognando e preparando il cataclisma sociale che lo avrebbe restituito al suo paese risorto.
Il giudice Ferpierre riportava dalla lettura di quei documenti un'impressione vivace. L'istintiva avversione che egli provava per il ribelle si era venuta secretamente temperando con un sentimento di pietà. Quell'anima convulsa non era tutta malvagia: messa e guidata per altre vie avrebbe potuto dare al mondo luminosi esempii di bene. Perchè mai l'amore d'una creatura come la contessa d'Arda non l'aveva guarita?…