—Ah! Noi non siamo lontani, come vi potrà forse parere, dall'oggetto della nostra indagine! Queste idee, il contrasto dell'illusione con la realtà, il dissidio del dovere col piacere dilaniarono la disgraziata. Ella vide e sentì quanto la vita è difficile. Che abbia voluto lasciarla è troppo evidente. Resta da dimostrare che realmente mise in atto il proposito. Le testimonianze dirette ci mancano; ma tutte le presunzioni sono contro di voi. Considerate freddamente, se ne siete capace, la somma delle circostanze dinanzi alle quali ci troviamo, e vedrete che ho ragione di pensare così. Avete denunziato le due persone che erano in casa di lei nel momento della morte; ma contro quale delle due bisogna precisamente rivolgere i sospetti e le indagini? Sarebbe tempo di decidersi! È colpevole il principe? E perchè mai egli avrebbe uccisa la disgraziata? Per gelosia? Ma, innanzi tutto, voi mi dovete concedere che quest'uomo, al quale non attribuite altra capacità se non quella dell'odio e del male, avesse ripreso ad amare la contessa e soffrisse sapendo di averne perduto l'affetto. Ma era ella vostra? Assecondava la vostra passione? Voleva lasciarlo e venirsene con voi? No, al contrario! Fino all'ultimo momento ella si sente vincolata a lui, rifiuta di udirvi, vi scongiura di lasciarla! A stento, dopo lunghe insistenze, voi le strappate il permesso di sperare: una speranza ambigua, incerta, lontana; un permesso del quale potreste anche fare a meno, che ella non vi potrebbe negare e che non l'impegna a nulla. Dato il carattere dell'amica vostra, la serietà dei suoi scrupoli, la sincerità dei suoi rimorsi, noi dobbiamo credere che, appena voi andaste via, ella ricominciò ad incolparsi, a interdirsi la speranza prima consentita. In questa situazione che motivo aveva il principe di ucciderla? L'amava ancora o, se vi piace, era geloso d'una gelosia tutta brutale, di quella gelosia che è offesa al sentimento di proprietà e nient'altro. Ma di che poteva accusarla? Non di essersi data a voi! Egli doveva anzi esser certo che il più lieve sforzo di bontà, una prova d'amore, una parola buona avrebbero impedito che la contessa fosse vostra. Io voglio credere che non la gelosia, non l'odio vi facciano disistimare tanto quest'uomo; ammetto che i buoni sentimenti gli siano sconosciuti e che egli sia veramente capace d'un volgare delitto. Ma la malvagità più brutale ha pure bisogno d'un pretesto, se non d'una ragione, per armarsi e colpire. Io non vedo qui nè ragioni nè pretesti. Supponete forse che, dopo avervi con tanta pena accordato un assenso tanto ambiguo, ella andasse da lui per provocarlo, dichiarandogli ad un tratto d'amar voi? Forse l'amor proprio vi suggerisce, a vostra insaputa, questo ragionamento. Esso è illogico. Se la contessa avesse voluto secondare l'inclinazione che sentiva per voi, nessuno glie lo avrebbe vietato quando Zakunine era lontano. Anche ora aveva ella veramente bisogno di chiederne licenza a quest'uomo? Se l'impedimento fosse venuto da costui ella avrebbe potuto ribellarsi e sfidare; ma non veniva da lui, sibbene da lei stessa, dalla sua intima coscienza. Dunque l'ipotesi è assurda. Volete rifarvi con la nihilista? Amando il principe questa era gelosa della contessa e perciò l'avrebbe uccisa? Ma qui le difficoltà non sono minori, al contrario! Prima di tutto si dovrebbe dimostrare che sono amanti, cosa che negano; poi, quando pure ciò si provasse, perchè la Natzichev uccidesse la contessa bisognava che quest'ultima fosse d'ostacolo all'amor suo. Come mai? La disgraziata sapeva e poteva forse vietare al principe di andarsene con altre donne? Che ombra poteva ella dare alla nihilista? I due Russi non erano liberi di continuare a starsene insieme a Zurigo? Se l'omicidio non si può ragionevolmente imputare nè all'uno nè all'altra, potremo supporre che lo abbiano commesso insieme? L'assurdità sarebbe doppia! Ora, se la vostra amica non avesse avuto ragione di fuggire la vita, noi dovremmo, quantunque poco fondato, accogliere il sospetto dell'assassinio. Ma i motivi che l'avrebbero spinta ad uccidersi non solamente non mancano, ma abbondano. Voi avete nondimeno dalla vostra parte un argomento, uno solo….

Il Ferpierre sostò un momento per riprendere fiato. Roberto Vérod restava nell'attitudine con la quale lo aveva udito: a capo chino, le mani strettamente congiunte, come quegli che aspetta un colpo mortale.

—Nella situazione della contessa d'Arda, tra gli scrupoli morali e gli allettamenti della passione, nè cento nè mille donne s'uccidono. Aspettano. Col tempo s'accomodano a condizioni di vita che per un momento credettero insoffribili; vengono a patti con i loro scrupoli, trovano nell'altrui esempio una scusa, sperano nella redenzione futura. Tale è la condotta di tutte, di quasi tutte. Voi avete definito bene, fin dal primo momento, l'importanza di questa ragione. Ma per credere così, per sostenere che dopo l'ultima spiegazione con voi, dinanzi alla visione del male inevitabile, ella non si sia uccisa, dovete concedere che la vostra amica, che questa donna della quale decantate la grandezza dell'anima, che veramente m'è parsa, in queste sue confessioni e per le testimonianze di chi la conobbe, superiore a molte altre, dovete concedere, dico, che fosse invece come tutte le altre, anch'ella capace delle comode transazioni delle quali siamo spettatori quotidiani. È bensì vero: chi si uccide non dà prova d'animo strenuo nè di fede incrollabile; ma se, per opera vostra, questa infelice si trovò nell'impossibilità di scegliere un terzo partito, io debbo credere che la sua scelta cadesse su quello dei due che è meno brutto. E non è proprio strano che debba io sostenere, contro di voi, la forza della sua coscienza, la delicatezza dell'onor suo?….

Allora il Vérod, levandosi e premendosi la fronte con la destra, esclamò, vinto, perduto:

—Non dite così!… Sì, è vero… Avete ragione… Potete avere ragione… Ma non lo dite, non lo ripetete!… Perchè allora io, io stesso l'avrei uccisa!… Ella sarebbe morta per me! per me!… E vedete: a questo pensiero, a questo dubbio, il cuore mi si schianta, io mi sento impazzire…

VI.

L'INCHIESTA.

Quando il giudice rimase solo, la fiducia che lo aveva sostenuto cadde ad un tratto. La resistenza dei Vérod gli era stata di sprone suggerendogli argomenti la forza dei quali contro l'accusa sembravagli grande: sentendosi da ultimo dare ragione, invece d'affermarsi nella sua opinione tornava a dubitare. La sua ricostruzione del dramma era verisimile, ma nessuno poteva testimoniare che fosse vera; e la possibilità dell'assassinio era veramente insostenibile? Dopo avere lumeggiata una delle due ipotesi egli doveva esaminar l'altra; a questa impresa accingevasi con cresciuta antipatia per gli accusati. Scosso dal dolore del Vérod, ricredutosi rispetto alla morta, egli diffidava ora maggiormente dei Russi.

Il domani dell'interrogatorio del giovane, insieme con i pacchi delle carte sequestrate a Nizza ed a Zurigo, egli ebbe le informazioni richieste al capo del dipartimento di polizia e alla legazione di Russia a Berna intorno ai nihilisti. Ciò che già sapeva dell'indole del principe Alessio Petrovich restava confermato e documentato da quei rapporti lunghi e minuziosi, pieni delle deposizioni assunte nei precedenti processi politici. Ma egli seppe pure alcune cose che non sospettava.

Erede del genio della razza slava, mosso da sentimenti impetuosi e troppo vicini ai primitivi istinti, Zakunine era anche infermo di quell'isterismo che la moderna scienza delle malattie nervose ha trovato non essere più doloroso privilegio del sesso femminile. Di lui, della tumultuosa sua gioventù si narravano cose veramente incredibili. Cresciuto orfano di padre, il suo odio per il secondo marito della madre si era sfogato in ismanie omicide. Battuto a sangue, punito più selvaggiamente che non avesse peccato, il suo carattere s'era peggio inasprito.