Per quanto il regno di Salomone fosse stato glorioso, ed avesse portato la grandezza e la prosperità d'Israele ad un punto non mai raggiunto allora da nessun popolo dell'Asia, ciò malgrado uno scontento grandissimo serpeggiava nel popolo. Per sopperire alle ingenti spese causate dalle città che egli fece costruire in diversi punti [pg 70] del regno, e per la costruzione del tempio e dei sontuosi suoi palazzi; Salomone dovette imporre sul popolo pesi enormi. Sia quindi per questo motivo, e sia perchè offese gravemente Dio e il sentimento nazionale, erigendo templi dedicati agli idoli delle sue tante mogli nella Santa Città, lo scontento era tanto profondo e generale, che non attendeva che una favorevole occasione per prorompere in fatti. E questa occasione, pur troppo, non si fece attendere lungamente.

Morto Salomone, il popolo si raccolse in Sichem per la incoronazione del di lui figlio Roboamo; e si valse appunto di questa occasione per fare sentire al suo futuro re, come avrebbe desiderato un alleviamento ai troppo pesanti carichi che aveva dovuto sostenere lungo il regno del padre. Roboamo chiese tre giorni di tempo per riflettervi, e intanto si rivolse agli antichi consiglieri di suo padre. Questi nella loro prudenza ed esperienza, gli suggerirono una risposta mite e conciliante colle seguenti parole: «Se oggi ti mostri compiacente verso questo popolo soddisfacendo al suo desiderio, e parlando ad essi con buone parole, esso ti sarà soggetto per tutti i giorni». Ma sia che questo savissimo consiglio urtasse il suo orgoglio, o sia che gli facesse temere che scendendo a patti col popolo e annuendo alla sua richiesta, venisse a dare un cattivo precedente di debolezza e a menomare il suo prestigio e le prerogative reali; fatto sta, che ebbe l'infausta inspirazione di consigliarsi pure coi giovani suoi coetanei. E questi nutriti cogli stessi sentimenti d'alterigia, risposero colle seguenti insensate e crudeli parole: «Così devi dire a questo popolo, il quale ti parlò dicendo: Tuo padre ci ha imposto un grave giogo, ora tu ce lo allevia, così devi dire loro: il mio dito mignolo è più grosso dei lombi di mio padre. Ora dunque mio padre vi caricò di un grave giogo, ma io ci aggiungerò ancora: mio padre vi castigò colle sferze ed io vi castigherò con flagelli a punture».

Si capirà facilmente, che il popolo vedendo respinta in un modo tanto brutale la sua domanda, che riteneva e [pg 71] fors'anche era, opportuna e ragionevole, ne fu punto sul vivo, e fece una sedizione che ebbe per conseguenza la divisione del regno. Restarono fedeli alla dinastia Davidica le due sole tribù di Giuda e di Beniamino, le altre dieci tribù si elessero a re un certo Geroboamo figlio di Nebath. Costui fu già servo di Salomone, e ritornato da poco dall'Egitto ove erasi rifuggiato per sottrarsi all'ira del suo Signore, apparentemente informato del colloquio di lui col profeta Ahhià, che nel nome di Dio, gli aveva promesso sino d'allora, il dominio sopra dieci tribù di Israele.

Quantunque per opera d'un profeta, siasi per allora scongiurata la guerra fraterna che stava per iscoppiare tra queste due frazioni d'Israele, pure da questa divisione data il vero principio della rovina d'Israele, essendo stata causa di fare iniziare l'idolatria a religione dello Stato. Ed ecco in qual modo. Nell'intento d'impedire ai suoi sudditi di portarsi a Gerusalemme nelle tre solennità dell'anno, temendo che l'uniformità del culto religioso richiamasse sotto il glorioso scettro di Davide quelle tribù che se n'erano distaccate; Geroboamo fece innalzare due vitelli d'oro alle due città estreme del regno, Dan e Betel, e fece bandire al popolo: «Voi non dovete più salire in Gerusalemme: questi sono, o Israele, i tuoi dêi, che ti trassero dalla terra d'Egitto». La grande maggioranza del popolo si lasciò trascinare facilmente all'idolatria poichè, per isventura, vi aveva molta propensione; e d'allora in poi popolo e re si allontanarono sempreppiù dal retto cammino tracciato dalla loro legislazione religiosa, finchè la divina giustizia stanca dei loro tanti traviamenti, fece di loro aspro governo nel terribile modo ch'ora noi andremo a dire.

Gli esempi di questo regno, conosciuto nella storia col nome di regno d'Israele, furono ben presto imitati dai loro fratelli delle due altre tribù componenti il così detto regno di Giuda; e Roboamo anch'esso fece innalzare statue e quercie a dêi stranieri. Alla purezza dei costumi sottentrò una sconcia e ributtante licenza; [pg 72] si allentarono i legami domestici e sociali; e la decadenza politica vi tenne dietro sollecita; per cui sino dal quinto anno del regno di quest'ultimo troviamo già che un certo Sissac re d'Egitto prese Gerusalemme e la spogliò di tutte le cose preziose che contenevano il Tempio e la reggia. Si aggiunga poi che tra Roboamo e Geroboamo e la maggior parte dei loro successori, durò una quasi non interrotta lotta fraterna: per cui queste due parti d'un popolo solo, oramai in tutto discordi meno nello allontanarsi dal cammino della virtù s'indebolirono a vicenda, e necessariamente divennero facile preda ai loro comuni nemici, che s'ingrandivano a loro spese.

Per punire Acabbo che fu il più triste dei re d'Israele, e i cui peccati più lievi furono paragonati dallo storico sacro ai più gravi commessi da Geroboamo, Iddio suscitò contro Ioram figlio di lui e per nulla degenere da tale genitore, certo Jehù uno dei suoi capitani. Questi, ribellatogli l'esercito mandò a morte lui, settanta suoi fratelli, la madre, i parenti, gli amici della famiglia regnante e tutti i più noti adoratori del Baal. Ma neppure lui potè o volle sradicare intieramente l'idolatria, poichè lasciò sussistere i vitelli d'oro innalzati da Geroboamo e ne tollerò l'adorazione. Per cui Dio sdegnato permise che Hhazàel potente re della Siria mettesse a contributo il regno d'Israele, e durante il regno di Ocozia figlio e successore di Iehù, progredisse talmente colle sue vittorie, da non lasciare in Israele che poche migliaia d'armati e pochissimi carri da guerra. È bensì vero che Dio impietositosi dell'angustia in cui versava il suo popolo, gli fece poscia ritornare le città perdute per le vittorie accordate a Gioas figlio di Iohahhaz, e al belligero Geroboamo figlio di lui; pure sia per la licenza dei costumi ingenerata dall'idolatria che non venne mai abbandonata neanche dai rè migliori, e sia dalle continue scosse politiche; le piaghi erano tali e talmente profonde da fare prevedere prossima la totale rovina della nazione.

E la catastrofe si compì effettivamente regnando Osea [pg 73] figlio di Elà. Samaria fu presa dal giro Salman-Assar dopo un assedio che durò tre anni. Tranne i più poveri fra i cittadini che il vincitore lasciò nel paese per coltivare la terra, tutti gli altri, uomini, donne e fanciulli furono obbligati ad emigrare di là dell'Eufrate; e vennero dispersi in varie provincie dell'Assiria e della Media, nei lunghi più lontani dalla loro patria. Il paese rimase deserto per più di quarant'anni, finchè Assaphar Assar-Hhadon nipote di Salman-Assar vi mandò a popolarlo una colonia di Cutei.

Questo regno, agitato da non poche sedizioni e regicidi durò 255 anni. Ebbe 19 re, uno solo dei quali riuscì a conservare la successione al trono sino al quarto dei suoi discendenti, il quale però non tenne il regno che per soli sei mesi.

Caduta del regno di Giuda e distruzione del primo Tempio
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Cento trentadue anni dopo la caduta di Samaria, Gerusalemme cadeva essa pure in potere di Nabucodonosor re di Babilonia, dopo un assedio di circa due anni. La città fu abbandonata al furore delle soldatesche, che tutta l'empierono di sangue e di cadaveri, il Tempio fu saccheggiato e distrutto; Sedecia fu fatto prigione; sotto i suoi occhi furono scannati i suoi figli, indi fu egli stesso acciecato e condotto prigione a Babilonia. Furono pure uccisi il sommo Sacerdote Seraià e non pochi fra i principali cittadini. Gerusalemme fu disfatta, le sue mura demolite, i suoi tesori portati via; e tutti gli abitanti salvati dalla spada furono messi a fila e sotto buona scorta condotti di là dall'Eufrate, e dispersi nelle provincie dell'impero babilonese. Tutte le altre città del regno furono vuotate egualmente, e non si lasciarono in esse che pochi miserabili contadini e vignaiuoli, tanto perchè la terra non rimanesse affatto deserta. Nabo-Sar-Adan mandato ad eseguire questi ordini del re elesse un certo Ghedalià per Governatore di quel povero resto di un popolo già numeroso e potente. Ma [pg 74] come vedremo in altro mese (Tisrì), di lì a non molto esso fu assassinato da un traditore, che si fece strumento vile di un iniquo straniero: per cui gli Ebrei rifiutando di seguire, come per loro sventura fecero sempre, i consigli del profeta Geremia; soprafatti dal terrore di una nuova invasione di babilonesi, disertarono la terra natale e cercarono un asilo in Egitto. Ma non si fece attendere molto il pentimento. Invece della quiete sperata, vi trovarono la fame e la morte; e i pochi che sopravanzarono furono menati schiavi dai babilonesi, cinque anni dopo quando Nabo II conquistò anco l'Egitto.