Quel giorno funesto era un sabbato, 10 del mese di Ab: ed allora al tintinnìo delle armi, al grido dei combattenti, al gemito dei moribondi, ai clamori di vittoria degli uni, alle grida di disperazione degli altri si univano le voci strazianti dei cittadini che vedevano consumarsi «la casa dei secoli», e con essa il più caro dei loro pensieri, l'orgoglio dei loro cuori, la speranza della loro vita. Il secondo Tempio fu distrutto nello stesso preciso giorno, in cui 658 anni avanti era stato incendiato e distrutto il primo da Nabo-Sar-Adan generale di Nabucco. La città fu saccheggiata, e i soldati fecero tale un eccidio di gente, che essi medesimi, per quanto oltremodo esacerbati per la lunga resistenza ed eccitati dalle furie della vendetta, dalla libidine del sangue che li rendeva ferocemente briachi, si sentivano stanchi e nauseati dal troppo uccidere.

«Tale fu il fine, scrive un nostro illustre correligionario (Munch), di questa guerra spaventevole, che pose fine alla esistenza politica della nazione ebrea di cui l'eroica resistenza dopo la sottomissione di tutto l'Oriente, umiliò l'orgoglio di Roma. La sua lotta fu gloriosa, unica forse negli annali delle nazioni. La sua catastrofe è una delle più spaventevoli di cui la storia ci abbia conservato il ricordo. Gerusalemme fu più grande nella sua caduta, di quanto lo fu giammai nella sua magnificenza. I fieri [pg 84] romani dovettero ammirare il coraggio invincibile degli ebrei, e quell'ardente amore della patria che faceva loro temere la vita più che la morte, dacchè li si voleva distaccare dal suolo paterno».

Il numero delle vittime dell'assedio e della presa di Gerusalemme fu immenso. Flavio lo fa ascendere a un milione e cento mila oltre a novantasette mila prigionieri53. Il bottino fatto a Gerusalemme fu così enorme, che l'oro perdette in Siria la metà del suo valore.

Non possiamo por fine a questi brevi cenni sulla caduta di Gerusalemme senza aggiungere, che oltre alle orribili efferratezze che Tito permise in tale occasione alle sue soldatesche, egli stesso portandosi in Cesarea a dare grandi feste per celebrare l'anniversario di suo fratello Domiziano, condannò 4500 ebrei a battersi nel circo o contro le fiere o da essere abbrucciati vivi. Spettacoli consimili diede a Berito in onore del padre; lo stesso fece in più altre città della Siria e dell'Asia Minore, ove gli ebrei trascinati d'uno in un altro luogo, nudriti come animali da stia, venivano esposti al ludibrio del volgo a sbranarsi a vicenda, o ad essere sbranati da belve, ovvero legati ad un rogo facevano le veci dei nostri fuochi d'artificio. Le loro membra palpitanti, i loro gemiti, le loro agonie, servivano di giocondo trastullo a popoli che passavano allora, e che da certi storici si decantano tuttavia pei più inciviliti e quasi quasi si propongono a modelli. Ma non desterà niuna meraviglia il diletto che vi prendeva la plebe, quando si vorrà riflettere che tali feroci ed esecrandi trastulli venivano ordinati da un principe il cui nome fu tramandato ai [pg 85] posteri fregiato col sublime epiteto di: « delizia e bellezza del genere umano54 ».

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«Tito, scrive un autore cristiano55, la delizia del genere umano, la cui dolcezza passò in proverbio nelle nazioni dell'occidente, è singolare modello di bontà e di clemenza nell'assedio e presa di Gerusalemme! Ei faceva crocifiggere ogni giorno 500 ebrei di null'altro colpevoli che di cercare intorno alla città un po' d'erba per ammorzare la fame, e quando il figliuolo di Vespasiano usò moderazione, si limitò a far tagliare le mani alle povere genti rimandate nella città!.... Questi Romani che Mitridate denominava il flagello dell'universo, eran pure di genio esecrabile, se il loro miglior Imperatore poteva compiere atti di ferocia simili a quelli accumulati in questo racconto».

Ma se veramente questi fatti ci provano una strana aberrazione del senso morale talmente pervertito che popoli e principi trovavano immenso diletto in ispettacoli orrendi; quali severe parole basteranno a biasimare quegli uomini che privilegiati per ingegno e per posizione invece di adoperarsi ad impedirli, per qualche beneficio ricevuto o sperato, non solo non trovavano nei loro cuori avviliti un senso di commiserazione per le povere vittime, nè dalle loro penne vendute usciva una parola di biasimo per gli scettrati carnefici che li ordinavano; ma anzi ne lusingavano la vanità con lodi immeritate. Ma per buona ventura la verità si manifesta sempre per quanto si faccia per soffocarne le voci con colpevoli adulazioni. L'eloquenza dei fatti, prova che la verità sta dal lato dei nostri Dottori che appellarono quell'uomo Titóss Arassanh (l'empio Tito), poichè non si troverà sicuramente anima bennata che non mandi una parola di esecrazione alla memoria di chi ordinava tali inutili [pg 87] macelli. In questo caso poi il nostro animo è doppiamente addolorato nel dovere confessare che lo stesso Flavio testimone di tali efferatezze, non solo si astiene dallo stigmatizzarle con quell'indegnazione che bene avrebbero meritate, ma anzi irride ancora allo strazio inenarrabile dei suoi fratelli, e lo dichiara al disotto delle loro colpe. E dire, che questo apprezzamento viene fatto da tale uomo che in principio della guerra, rispose forse con un tradimento, alla fiducia che avevano riposto in lui i suoi concittadini nominandolo governatore della importantissima fortezza di Iossafat; e viene diretto a uomini che se ebbero qualche colpa, fu unica quella di avere amato sopra ogni cosa la religione e la patria!

A complemento degli importantissimi avvenimenti suesposti aggiungiamo una rapida narrazione di alcuni fatti che vi tennero dietro, i quali servono a dimostrare ancora una volta, quanto gli animi dei nostri antichi fossero potentemente agitati dal desiderio d'indipendenza e quanto amore li legasse al patrio suolo; perchè ancora una volta essi osarono alzare il capo e fare un ultimo sforzo per ritogliere la loro patria al potente impero che l'aveva soggiogata.

Allorchè i soldati romani ebbero abbandonata Gerusalemme cangiata in un mucchio di rovine, parecchie famiglie ebree e cristiane vennero a stabilirsi in quei luoghi di desolazione: preferendo un miserabile tugurio sulle ruine della sacra città, al soggiorno comodo ed agiato che potevano offrire loro altre città della Giudea risparmiate nella guerra devastatrice.

I romani conoscendo che l'indole fiera ed indomabile degli ebrei, mal si piegava a schiavitù, lasciarono una guarnigione di sei cento uomini sul monte di Sion, per impedire la riedificazione di Gerusalemme; temendo a giusta ragione, ch'essa ridiventasse per loro un centro di riunione.