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Noti quel che vuole, è tempo che mi fermi. Perchè questa lettera comincia ad esser lunga, minaccia già di passare il peso di tariffa dei 20 centesimi, e non vorrei, caro Yorick, farvi pagare la sopratassa: e per quello che intendevo di provare, credo di averne detto quanto basta.
Certo una cosa non riuscirò a provar mai: che il mio dramma sia un capolavoro, o giù di lì. Pur troppo ce ne vuole. E il papà dell'Alcibiade è il primo a non trovarsi, in fondo, del tutto contento del suo figliolo. Parecchie altre idee su questo lavoro mi frullavano pel capo, allorchè, orditone il disegno, mi posi a scriverlo, cominciando dall'ultimo quadro; e alle quali, giunto alla fine del lavoro, al primo quadro, mi trovai di non aver potuto dar corpo. Il piano geometrico preventivo del lavoro, e la cura, probabilmente eccessiva in opera d'arte, di certe corrispondenze simmetriche deve averci prodotto dei guasti. S'intende poi che le mie stortatine di collo alla storia o alla cronologia, qua e là, di soppiatto, col pretesto dell'arte, me le son permesse, e il bello è che sono precisamente quelle di cui i critici sapienti non si sono accorti.
Potrebbe anche darsi che quei critici medesimi che presi uno per uno han detto delle corbellerie storico-critiche, presi poi tutti in blocco, avessero ragione nell'insieme: censores mali viri, censura autem bona bestia. E infine se mi mettessi a farla io, la critica all'Alcibiade e a rivedergli le buccie, avrei da scriverne per una lettera assai più lunga di questa: ma non son così matto nè così ingenuo per farlo, visto che son tante le anime pie che sarebbero pronte a prendermi in parola.
Una cosa però credo di aver provato: che la critica in Italia, fatte le debite ed onorande eccezioni[180], è ancora per la maggior parte un po' lontana da quel grado di serietà e di competenza che le è necessaria per adempiere la sua missione. Deficienza di studi, incoerenza, confusione od assenza di criterj artistici; mancanza di idee nette sullo indirizzo dell'arte, sull'ufficio del critico; culto pedantesco delle frasi fatte, delle idee fatte, dei pregiudizi fatti; preoccupazione grande di mostrare quel che vale il critico e pochissima di cercare quel che val l'autore; precipitazione, leggerezza, superficialità molta nei giudizi, prosunzione molta nelle forme — queste ed altre, per non parlare dei moventi meno nobili, sono le cause che tengono la critica fra noi ad un livello ben inferiore a quello di altri paesi.
Eppure — parlo qui come artista in un interesse generale — bisogna che tutto questo cambii, se vogliamo davvero che l'arte progredisca. La vita della critica è troppo indissolubilmente legata a quella dell'arte: ed oggi che il teatro italiano, per parlar di questo solo, àuspici Ferrari e Cossa e Marenco e Torelli e Castelnuovo e tanti altri, accenna ad un progresso serio e incontestabile, è necessario assolutamente che la critica si decida a far lo stesso. È impossibile che l'uno cammini, e l'altra rimanga indietro stazionaria: perchè guai per la critica, se l'arte comincia ad abituarsi all'idea di poter camminare senza di lei. Guai alla critica, a questo trainard, se l'arte, strada facendo, sul più bello si voltasse indietro per farsi dare il braccio da lei, e non trovandosi più al fianco la compagna, s'accorgesse che è già da un pezzo ch'ella cammina da sè. Ella finirebbe per ricordarsi che Omero scriveva l'Iliade ed Aristarco non era nato ancora.
Quel giorno la missione della critica sarebbe finita e non sarebbe, no, l'arte che ci avrebbe guadagnato. Perchè se è vero che la critica per il genio non esiste e non ha mai esistito, se è vero che egli ha sempre fatto e farà sempre senza di lei, a modo suo, di genj in arte non ne sorgono ogni anno, in ogni paese, a ogni canto di via: da Omero ad Eschilo, da Eschilo a Dante, da Dante a Shakespeare, quattro nomi in ventiquattro secoli.
Il secolo nostro non ne ha visti che due: Byron e Victor Hugo.
Ma poche gigantesche apparizioni, isolate nel tempo e nello spazio, non sono l'arte esse sole: dell'arte quelli sono i grandi legislatori, in nome della natura umana della quale hanno ascoltato le voci più ignorate e profonde, in nome della verità che si è loro palesata sul Sinai, nelle sue linee più segrete. Le loro leggi, le loro tradizioni, forme divine dello eterno ideale, la critica le ha raccolte; se ne è fatta depositaria, custode: e bene sta. Ella si è assunto l'obbligo di rammentarle costantemente a coloro che alla ricerca di quello ideale si vanno affannando, con desiderio intenso, ma fatto amaro e periglioso dalla scarsezza delle forze. Perchè anche costoro, a mente calma, le conoscono quelle leggi, al par di lei; ma la tensione della mente, la fatica del viaggio, la trepidanza del non riuscire, soventi loro le fan perdere di vista. Corrono, corrono innanzi, e tra l'ansia e la fretta, non vedono le lapidi miliarie lasciate dai grandi maestri sulla via, e non s'accorgono che tardi d'aver sbagliato strada. Essa, la critica, appunto perchè non è assorta nè distratta dalla fatica affannosa della ricerca, dalla tensione dello sforzo creativo, dalla trepidanza del rischio, essa ha la mente più tranquilla e più serena per vedere i pericoli del viaggio, accorgersi dei sassi e dei fossati della strada, avvertire l'artista quando sbaglia direzione e fuorvia. Essa può gridargli: «Ferma! di lì si va a casa della Femme de Claude! Guarda i segnavia: lì è scritto Sardanapalo: qui Cesare: e lì Amleto: per di lì è passato Shakespeare: di là Byron: e il Conte Ricciardi per di qui.»
A questo patto, in questo modo, amica, consigliera, compagna fedele dell'arte, la critica può aiutarla, sorreggerla, serbarla al culto delle grandi tradizioni, preservarla dalle corse sfrenate, salvarla dalle grandi cadute.