Ma bisogna che la critica faccia questo: se non vuol diventare inutile e dannosa. E per farlo, bisogna che il critico studj quanto l'artista: che le facoltà riflessive dell'uno lavorino anch'elle quanto le facoltà imaginative dell'altro.

Le leggi dell'arte, sola stregua del giudizio critico, non si imparano, la finezza del senso critico non si improvvisa nè in un giorno nè in due: e fin dove le ricerche dell'arte vanno, bisogna che la critica abbia tanto di studj da potervela seguire.

Altrimenti succederà quel che ho detto: che l'arte andrà innanzi da sè, a proprio rischio e pericolo. — Per poco che la critica continui di questo passo a lavorare da sè al proprio discredito, a mettere ogni dì in luce la propria insufficienza, a far ridere delle proprie corbellerie, — noi assisteremo nell'arte ad un fatto del quale vediamo prodursi già i sintomi: la insurrezione degli autori contro la critica. Il brillante ingegno di Ferdinando Martini dimostrava, dì sono, la tesi discutibile che il teatro non ha migliorato nessuno; qualcheduno potrà essere tentato di affrontare un'altra tesi più facile, e di chiedere quali sono gli autori, che la critica, da alcuni anni a questa parte, fatta com'è ora, ha migliorato. Sarebbe più facile dimostrare i danni ch'ella ha prodotti, arrogandosi (salvo sempre le eccezioni onorande) funzioni che non le spettano, e non rendendosi conto della gravità de' suoi doveri. Perchè una censura leggiera, ingiusta, assurda, o può uccidere da' primi passi, coll'amarezza dello sconforto, una vocazione; o se l'artista vi ha già fatto il callo, può produrre nel suo animo — poetæ irritabile genus — una reazione dannosa: e dal ridere oggi di uno sproposito, all'abituarsi a ridere domani di un biasimo giusto, il passo è breve.

Una volta cacciata, a furia di corbellerie critiche, in testa all'autore l'idea, che, dando ai critici ascolto, egli non farà nulla di buono, e dirà degli spropositi da far rabbrividire, egli si metterà in guardia contro que' signori; l'amor proprio naturale non domanderà di meglio che di secondarlo in quella sua disposizione; ed egli finirà per involgere tutta la critica in un giudizio solo, e non farà più distinzione tra le censure ridicole e le assennate, per riserbarsi il diritto di infischiarsi egualmente di tutte. Il danno verrà poi: chè il suo esempio troverà subito imitatori in tutti i poveri di spirito, i quali non chiedon di meglio che d'essere convinti del proprio genio e della propria infallibilità: ed ogni più infelice scrittorello si terrà autorizzato a vilipendere ogni censura più equa: e la rivolta cominciata dalle coscienze artistiche contro la prosunzione, finirà nella rivolta della prosunzione contro il senso comune.

Se non è a questo che si vuol venire, pensiamoci: e dopo aver detto in Italia a noi medesimi anni sono: facciamo il teatro, — io domando se non sia tempo di aggiungere: facciamo la critica.

Lo domando a voi, caro Yorick, che avete autorità di rispondermi: e se le mie parole avessero soltanto efficacia di richiamar l'attenzione su questo che parmi un problema ormai grave per l'avvenire dell'arte, non sarà stata inutile del tutto la mia fatica.

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Quanto a' miei moderni fratelli di fede, ai quali ve n'andaste oratore sì facondo, a sporgere contro di me la querela dei fratelli del tempo antico, — non io certo m'aspettavo siffatto ambasciatore: poichè ci siete, compite l'opera e portate loro la mia risposta.

È proprio delle cause che non hanno un domani, riporre ogni risorsa negli errori e nelle colpe degli avversarj. Matteo Visconti, profugo, aspetta in Verona che gli errori dei Torriani siano maggiori dei suoi. Le cause che hanno un avvenire hanno anche un compito più alto innanzi a sè: pensare a meritarselo. Triste, infeconda pausa, sarebbe quella imposta, per poco, dagli eventi alle speranze della democrazia, se questa non ne approfittasse per raccogliersi in sè, e domandare a sè medesima le cagioni che tante volte han reso vane le sue vittorie. Nè ella mostrerebbe fiducia alcuna dei proprj destini, nè ella meriterebbe le vittorie materiali che l'aspettano un giorno, se non affermasse fin d'ora sui proprj nemici questa grande superiorità morale: del confessare a sè stessa i proprj errori. Domandiamo il perchè di tanti disinganni; il perchè la democrazia tante volte sia stata fatta zimbello di coloro ch'essa aveva innalzato sugli scudi. Domandiamci s'ella ha sempre risposto alle grandi voci solitarie, che la chiamavano sulla via del dovere; se molti santi appelli non siano caduti inascoltati tra l'infiacchimento morale delle tempre e l'indifferentismo utilitario dell'età.

Chiediamoci s'ella abbia sempre vegliato alla severità del costume e della disciplina sotto le onorate bandiere; s'ella non abbia mai prestato troppo facile orecchio ai troppo facili adulatori, annoiata de' suoi vecchi austeri brontoloni; s'ella sia stata sempre rigorosa nel chiedere a coloro a cui accordava l'onore di parlare in di lei nome, il santo connubio voluto dal greco legislatore antico tra le private e le pubbliche virtù. Di quante diserzioni, di quante apostasie publiche — preparate dall'ozio o dai facili costumi privati — ella si sia a torto meravigliata; di quante intestine discordie sue, di quante ingiuste accuse a' suoi migliori, ella abbia reso più forti i suoi nemici; di quanta parte di pregiudizî, di prevenzioni ingiuste contro di lei, ella stessa abbia fornito involontaria e inconsapevole le cause. Quante propizie occasioni, per pigrizia per conflitti fraterni, ella si sia lasciato sfuggire; quanta parte della forza apparente de' suoi avversarj sia il frutto di improvvide colpevoli abdicazioni alla sua propria influenza ed ai diritti suoi. Cerchiamo al passato ed al presente le lezioni del futuro: e perchè la Spagna, addormentatasi alla rivoluzione di settembre nelle braccia di pochi ambiziosi, camuffati da repubblicani, oggi si risveglia nelle braccia del Carlismo: e perchè in Francia la democrazia sopraffatta da un ambiente morale pervertito, ammalata nell'organismo sociale, sconta sì caramente la pena di essersi data tanti anni in balìa di un Pericle rimodernato.