UN PROCESSO ATENIESE[1]

DICASTERO ATENIESE.[2]

Aula del Tribunale verde (Batràchio).[3] Pareti colorite in verde. Su alcune colonne sono scolpite in tavole le leggi penali.

Verso il boccascena, a sinistra, è disposto il seggio elevato del Tesmoteta, che vestito di bianco e coronato di mirto, presiede. Accanto a lui, dai due lati, si stendono le gradinate o banchi di legno, coperti di stuoie (πίαδια)[4] per i giudici (eliasti) occupanti tutta la sinistra del palcoscenico, e supponentisi continuare in platea. Il recinto dei giudici è circoscritto nello sfondo da steccato o sbarre (δρυφάκτοις), di là dalle quali è lo spazio riservato al publico dei cittadini che frequentan le udienze: e più oltre in fondo, nel mezzo, l'ingresso, chiuso da un cancello (κιγκλίς).[5] Presso l'ingresso, guardato da una sentinella (arciero scìta),[6] sorge la statua o simulacro di Lico[7] ed è issata una piccola bandiera. Di fronte al Tesmoteta, nell'angolo tra lo sfondo e la destra della scena, due tribune elevate (βήματα), quella dell'accusatore (ringhiera dell'implacabilità, ἀναίδεια) e quella dell'accusato (ringhiera della protervia, ὕβρις). Presso alla ringhiera dell'accusato stanno i testimoni da lui citati. Dinanzi e vicino[8] alle due ringhiere, due vasi od urne pei voti, l'una di rame, coperta (urna del voto, κύριος κάδισκος), l'altra di legno, aperta (urna di controllo, ἂκυρος κάδισκος). Più innanzi, ma vicino sempre alle tribune, due tavoli, l'uno del cancelliere o scrivano (γραμματεύς) su cui è il vaso (ἐχιῖνος) contenente i documenti e altri papiri distesi sul tavolo; sull'altro più piccolo la clessidra od orologio ad acqua, regolata da un servo, soprastante alla stessa (ἐφ’ ὕδωρ).[9] Costui ha presso di sè due anfore, una grande contenente l'acqua, e una più piccola per attingerne le misure.


All'alzarsi della tela, i due litiganti son ritti in piedi nello sfondo. Il Tesmoteta (in veste bianca e con la corona di mirto) è già seduto: gli Eliasti entrano e vanno a prendere i posti. Essi hanno tutti in mano un bastone (βακτηρία) verde anch'esso come il color del Tribunale, e terminante in pomo. Man mano entrano, avanti sedersi, ritirano dal Tesmoteta una tavoletta di cera (gettone di presenza, ούμβολον). L'Araldo ch'è sul davanti della scena, in veste bianca, sta bruciando nel tripode dei rami di mirto e dell'incenso.[10]

1º El. (prendendo posto). Neh, Simone, speriamo la tengan corta...

2º El. Spero bene. Un bel piatto di lenticchie[11] m'aspetta a cena. Se l'accusato va per le lunghe, piangerà senza mangiar cipolle...[12]

Tesmot. Araldo, recita la preghiera e le imprecazioni.

Ar. (proseguendo ad ardere l'incenso).[13] «O Giove e Febo Apollo, e Pallade protettrice della rocca, e dèi Pizii, e dee Pizie, e Delìaci e Delìache, assistete al giudizio, illuminate il voto. E se alcun giudice abbia preso danari o doni dalle parti, o non le ascolti entrambe con animo eguale, e non giudichi secondo le leggi e il giuramento,[14] sia maledizione e ruina a lui e alla casa sua.[15] E se alcuno dei contendenti o testimoni inganni i giudici, e asserisca o giuri cose false, sia maledizione e ruina a lui e alla casa sua. Chi osserverà il giuramento, gli sia ogni evento felice. Così piaccia a Giove, e a Nettuno, e a Cerere».