El. (segue a leggere). «... Valermi della legge, e liberar te col ripudio? triste felicità la tua sarebbe, comperata a prezzo del peggior degli affronti.[151] Sola una via mi restava. Scioglierti dagli scrupoli verso di me: obbligarti a ricorrere all'arconte tu medesima. Sei nervosa, impaziente, irascibile: pensai di stancare la tua pazienza. Sei virtuosa e leale: il giorno che il tuo cuore sentirà prepotente il bisogno di vivere, tra l'abbandonarmi lealmente a fronte alta e l'ingannarmi, il tuo cuore, ne sono certo, nella scelta non esiterà. Quando leggerai queste righe avrai scelto, e mi perdonerai questi giorni di tedio e l'inganno dell'esserti parso egoista, duro, scortese. Me lo perdonerai pensando alla triste solitudine che m'attende[152], e in cui non avrò altro conforto che di saperti felice, e aver sciolto la mia promessa alla cara ombra del padre tuo.
«Mènecle».
Agl. (Elèo lascia cadere il foglio, mestissimo in volto. Aglae ha da qualche minuto in mano e sta contemplando i fiori di Elèo: alle ultime parole della lettera, se gli è già venuta accostando: nel punto in cui egli termina, con atto dolce e amorevole gli ripresenta i ramoscelli di narciso. Elèo vorrebbe rifiutare, ella insiste con gesto muto, amorevole di preghiera; Elèo riprende i fiori ad occhi bassi, senza dir parola. Aglae prosegue con voce lentissima e dolce). Vedi bene che a quell'ombra non potrei più offrirli... (lunga scena muta fra i due). Non sarebbe bello!... Non sarebbe bello!...
(Saluto lungo e silenzioso. Elèo si allontana lentamente ed esce. Aglae ricade sulla sedia, celando il volto nelle mani).
CALA LA TELA.
NOTE
[81]. Per la topografia della casa ateniese, rimandasi alle descrizioni di Vitruvio (Archit., VI) e ai lavori archeologici moderni che le illustrano. Chi non voglia sciupar tempo in minute ricerche, può farsene un'idea abbastanza chiara ed esatta dai disegni topografici, per es., dell'opera di Guhl e Körner, Leben der Griechen und Römer, fig. 90-91, o da quelli aggiunti all'Anacarsi. La stanza da lavoro di questa scena è una, s'intende, dell'appartamento segregato femminile, propriamente detto (γυναικωνῖτις); occupato dalla padrona di casa e dalle sue donne, e generalmente posto nella parte posteriore della casa; appartamento al quale non accedeano gli uomini tranne i parenti, o gli estranei che ne aveano il permesso dal marito. Da queste stanze riposte del gineceo (ove la moglie attendeva alla sua toletta, o ai lavori delle fantesche, o alle occupazioni geniali del ricamo, del tesser ghirlande, della musica ed altre, o riceveva le amiche), da queste un corridoio (metaulo o mesaulo) metteva appunto direttamente alla sala aperta comune (πρόστας o παραστάς) che dava sul cortile o peristilio (ἀυλή), e ch'era destinata ai ricevimenti di famiglia, ai sagrifici domestici o ai pranzi quotidiani. In questa sala comune nella quale era il domestico altare, e la quale segnava come il confine tra il gineceo e gli appartamenti anteriori occupati dal marito (ἀνδρωνῖτις), supporrassi la scena dei due atti successivi.
[82]. «Tremo e mi mordo le labbra, per presentimento di disgrazia, come quei che passano allato ad un qualche silenzioso eroe». Alcifr., Lett., III, 58. La antichissima superstizione greca imaginava lo spazio fra la terra e la luna abitato dagli eroi o genj, esseri di sostanza fra l'umana e la divina; i quali talora, siccome mediatori tra gli dei e gli uomini, scendeano in terra a mescolarsi fra questi ultimi, ma senza parlare. E infesti a coloro in cui imbattevansi, era credenza che il loro incontro portasse disgrazia.
[83]. Cfr. Aristof., Lisistrata: «Lis. Nella guerra e nel tempo passato, voi uomini non ci lasciavate a noi donne aprir bocca...: e spesso in casa vi udivamo prendere cattivi partiti in affari gravissimi. Quindi col dolore nell'anima, ma col sorriso sul labbro, v'interrogavamo: Che avete determinato oggi nell'assemblea? E il marito: Che fa a te questo? Non vuoi tacere? Ed io mi taceva. Provveditore. Saresti stata battuta, se non tacevi. Lis. Ma poi, udendo qualch'altra vostra decisione anche peggiore, domandavamo al marito: Perchè far questo? E quegli, squadrandomi con occhio bieco, dicevami: Se tu non tessi la tua tela, ti dorrà a lungo la testa. Sta agli uomini aver cura della guerra». v. 507-520.
[84]. V. Sofocle, Trachinie, v. 9-17.