[85]. Luglio-agosto. V. il lunario attico nelle note all'Alcibiade.
[86]. «Ut omnia de speculis peragantur, optima apud majores fiebant Brundusina stanno et ære mixtis». Plin., XXXIII, 9. Questi specchi di Brindisi, lodatissimi, fatti di bronzo e di stagno, finchè, come dice lo stesso Plinio (XXXIV, 17) si usarono d'argento persin dalle ancelle, sono verosimilmente la stessa cosa degli specchi chiamati, forse per error di copista, d'Abrotesio, in Alcifr., Lett., III, 66. Caratteristiche poi, nella toletta delle signore ateniesi, erano di questi specchi certe forme piccole, rotonde, per lo più con manico riccamente lavorato, e raffigurante, il più delle volte, l'effigie di Venere Afrodite. Cfr. Guhl e Körner, p. 217, fig. 227. Mènecle ne parla più innanzi.
[87]. Calisseno rodio, pr. Aten. Deipnos. — v. Teofr., Caratt., 5.
[88]. Su la parte grandissima che nella vita della donna di famiglia ateniese aveano le divozioni, le feste e le pratiche religiose d'ogni genere, e su quel che costavano, di occhi del capo, ai poveri mariti, abbondano i tratti nei comici e altrove. «Ogni Iddia di cui si celebra la festa è una maledizione pei mariti: i poveri uomini non ne conoscono neppure i nomi: le Coliadi, per es., e le Genetillidi, e la dea Frigia, e la processione d'infelice amore sul pastore (Adonie)». Luciano, Amori. E in Menandro: «Ahimè — sclama un marito — la mia donna spende dieci mine in profumerie: e le occorrono scatole d'oro per chiudervi i sandali... In casa la mi faceva cinque sacrifici al giorno: e ad ogni sacrificio, sette schiave in circolo, picchiavan ne' cimbali, mentre altre mandavano gli urli rituali. Son soprattutto gli dei che ci rovinano, noi altri mariti: sempre delle feste a cui far le spese!» Men., Mysogin., fr. 3. Cfr. i frammenti di un'altra commedia di Menandro, La sacerdotessa (‘Ιέρεια), ove un marito cerca distogliere la moglie dalla manìa delle pratiche religiose per il culto di Cibele.
[89]. «Solo di tutti gli uomini, o Trofimo, tua madre t'ha posto al mondo sotto astro sì propizio che tu possa conseguir co' tuoi sforzi lo scopo di ogni tua brama, e condurre tutte le tue imprese a buon fine? T'ha forse qualche Iddio assicurato con promesse questo privilegio? S'è così hai ragione di indignarti: poichè questo Iddio t'ha ingannato e t'ha usato una ingiustizia. Ma se tu hai ricevuto alle stesse condizioni di noi quest'aria che respiri e che è a noi comune, ti bisogna far uso della ragione e sopportare con più coraggio questa sventura...» Menandro, fram. inc.; Meineke, fr. com. gr., IV, 227.
«Iscrizione: Ai numi soli è dato — ogni successo aver felice appieno — l'uomo quaggiù non ha contrasto al fato. Non odi, o Eschine, che aver prosperi successi è solo degli Dei?» Demost., Corona.
[90]. Nel diritto attico «la donna è maritata legittimamente dal padre, dal fratello consanguineo, dall'avo paterno» (Demost., C. Stef., II, 1134) che, succedentisi in ordine di diritto, ponno dar la ragazza a chi loro talenta (cfr. Petit, Leges att., VI, 1). Il padre può dar la figlia in isposa lui vivente (Dem., C. Spud., 1024; C. Neera, 1345) o legarla per testamento. «Demostene mio padre lasciò la sua sostanza di 14 talenti, me di 7 anni, la sorella di cinque, e la madre nostra. In punto di morte, tra sè consigliandosi sul come disporre di noi, affidò tutte queste cose a questo Afobo e a Demofonte nipoti suoi.... A Demofonte poi sposò la mia sorella e diede subito due talenti». Dem., C. Afob., I, 814. Questo diritto del padre, o di quelli che in sua mancanza lo rappresentavano, è subordinatamente esercitato anche dal primo marito, il quale può pur esso morendo designare per testamento il proprio successore nel talamo. Così, nel passo testè citato, Demostene soggiunge che il padre suo legò sua mamma in moglie ad Afobo (C. Afob., I, 814); e così Pasione lega morendo la propria moglie a Formione (Dem., per Form., 946, 953; C. Stef., I, 1110; C. Stef., II, 1133), sempre per disposizione testamentaria. — Cfr. Desjardins, Condition de la femme dans le droit civil athén., mémoires lus à la Sorbonne. — Lallier, La femme dans la famille athénienne.
[91]. «I nostri mariti tornando a casa ci guardan con l'occhio del porco, tante malizie costui (Euripide) ha insegnato loro: sicchè se una moglie sta intrecciando una corona, subito si crede che la sia innamorata...» (ἐάν τις χαὶ πλέκῃ γννή στέφανον, ἐρᾶν δοχεῖ) — Aristof., Tesmofor. V. 395-401.
[92]. σποδὸς δὲ τἄλλα, Περικλέης, Κόδρος, Κίμων — Alessi (poeta comico della commedia di mezzo) nel Maestro di nequizie (’Ασωτσδιδάσκαλος). Mein., fr. com. gr., III, 395.
[93].