Φοιταᾴ δ’ἀν αὶθέρ’, ἔστι δ’εν θαλασσίφ
κλύδωνι Κύπρις, πάντα δ’εκ ταύτης ἔφυ.
‘Ηδ’ ἐστιν ὴ σπείρουσα καὶ διδοῦσ’ ἔρον,
οὖ πάντες ἐσμὲν οὶ κατὰ χθόν’ ἒκγονοι.
Eurip., Ippol., v. 447-450.
[94]. Eurip., Medea, v. 230-247.
[95]. Fu nell'anno 379 av. l'E. V. (2º della 100ma Olimp.) che lo spartano Febida, d'accordo cogli oligarchici tebani, si impadronì a tradimento della rocca di Tebe (Cadméa) e della città, rovesciandone il governo democratico e instaurandovi la tirannide spartana. I Tebani di parte democratica che poteron salvarsi — circa 400 — rifugiaronsi ad Atene: tra questi fuorusciti «Pelopida, e Ferenico, e Androclide, i quali fuggiti essendo, furono unitamente agli altri condannati in esilio. Ma Epaminonda sen restò nel paese, trascurato venendo come uomo che applicandosi alla filosofia, non si ingeriva punto nelle faccende, e ch'essendo povero non potea far cosa alcuna». (Plutarco, Pelop.) E di questa presunta innocuità avvantaggiandosi Epaminonda, da Tebe mantenea le segrete comunicazioni co' fuorusciti e attendea per il giorno della riscossa «a riempiere di sensi coraggiosi la gioventù tebana e ad addestrarla a lottar coi Lacedemoni». (Ibid.) — Cfr. Senof., Ellen.
[96]. Eschilo, Sette a Tebe, v. 181, 200-1.
[97]. «O Minerva Promacorma! Bramo ch'altri mi calpesti disteso morto sotto un monticello, fuor della porta Diometide o dell'Ippade, anzichè sopportar più a lungo le gran delizie del Peloponneso». Alcifr., Lett., III, 52. Gli Ateniesi non usavano seppellir alcuno dentro le mura. La porta Diometide o Diomea, nel quartiere di questo stesso nome, conduceva al Cinosargo, a levante della città; la porta Ippade (nominata nella scena appresso) metteva a settentrione, sulla via di Colono e di là a Tebe.
[98]. Cfr. Alcifr., Lett., II, 4.