[99]. Sofocle, Edipo a Colono.

[100]. Giove Ctesio (κτήσιος) ossia Giove posseditore o donatore, custode della domestica proprietà; del numero degli Dei penati, principalissimo: aveva altare nelle case, o se ne teneva un idoletto nelle dispense. «Il Dio di Dodona comanda che a Bacco popolare si faccia un sagrificio perfetto; ad Apollo scacciamali si immoli un bue; liberi e servi s'inghirlandino e vachino dai lavori un giorno intero; anche a Giove Ctesio sia sacrificato un bue bianco». Demost., C. Midia. — E in una arringa di Iseo è descritto un vecchio che celebra sacrificio, circondato dai figli di sua figlia. «Alle Dionisie campestri egli ci conduceva con lui, e con lui celebravamo tutte le feste. Quando sacrificava a Giove Ctesio, ed era per lui l'atto religioso più importante, non ammetteva nessuno schiavo nè estraneo; compiva da sè tutte le cerimonie; noi l'aiutavamo, maneggiando gli oggetti sacri, ponendo sull'altare le viscere; ed egli, come a l'avo conviensi, supplicava il Dio di accordarci la salute e un tranquillo possesso della nostra fortuna». Iseo, Ered. di Cirone, § 15-16.

[101]. La battaglia sanguinosa di Nemea, dove gli Ateniesi, alleati coi Tebani, Argivi e Corinzî furono sconfitti dagli Spartani, accadeva nel 394 av. l'E. V., ossia 15 anni prima dell'epoca in cui è supposta questa scena. Gli alleati vi erano forti di 24 mila opliti e 1550 cavalli; i Lacedemoni vincitori avevano 13.500 uomini soli: ma la mancanza d'accordo tra i capi portò la disfatta dei primi, che vi perdettero 2500 uomini. I vincitori ebbero 1100 morti.

[102]. «Comandano le leggi che l'arconte abbia cura dei pupilli». Demost., C. Timarc. — «Legge: l'arconte abbia cura degli orfani e delle orfane ereditarie (epiclére); e delle case vuote; e delle mogli che rimangono nelle case dei mariti defunti, e che dicono di essere gravide». Demost., C. Macart., 1076. — Indi il tutore rappresentava l'arconte, verso il quale rispondeva della tutela; e mancando agli obblighi di questa, poteva esser tratto in giudicio o punito dall'arconte d'ufficio. — Cfr. Schöm., Ant. gr.; Petit, Leg. att., VI, 7; Meurs., Them. att., II, 10.

[103]. V. Eschilo, Coefore; Sof., Elettra; Euripide, Ifig. in Aul., ecc.

[104]. «Elettra. I parentali — libamenti spargendo sulla tomba — qual grata prece proferir degg'io? — Come il padre invocar?... Di' pur, come t'ispira — la riverenza alla paterna tomba... Coro. Prega, il licor versando, ai fidi amici — fausti tutti gli eventi... Elettra. Qual altro aggiungerò? Coro. D'Oreste — ti risovvenga ancor che lunge ei sia». — Eschilo, Coef., v. 86-88, 108-115.

[105]. «Dicesi che Anassagora di Clazomene (il filosofo che fu maestro di Socrate) non fu mai veduto ridere, e neppur fare il minimo sogghigno: Aristosseno parimenti fu nemico del ridere, ed Eraclito piagneva per ogni cosa della umana vita». Eliano, V. Stor., VIII, 13.

[106]. «Carico di corimbi in questo loco — il fiorente narciso — ghirlanda delle due gran Dive antica — tuttodì si nutrica — di celeste rugiada...» Sofoc., Edipo a Colono. — Su le due dee sotterranee, Cerere e Proserpina, V. note all'Alcibiade.

[107]. τὴν μὲν ἅπασι τοῖς ἐαυτῆς φιλοτίμοις κεκόσμηκεν Αφροδίτη, μόνου τοῦ κεστοῦ φεισαμενή. Aristen., Lett., I, 10.

[108]. «Che cosa vi è di più dolce per un marito che una sposa secondo il suo cuore, che cosa di più dolce, sopratutto nella gioventù?» Antifonte, pr. Stob. Flor., LXVIII. Superfluo avvertire qui, una volta per tutte, quello che Eudemonippo ha già accennato nel prologo: che se la Sposa di Mènecle è stata scritta da lui nella 120ª Olimpiade, vale a dire quando Menandro fioriva, e Aristotile aveva fatto scuola, egli è alla luce dei lavori della commedia nuova e delle pagine più belle dello Stagirìta, che s'hanno a studiare, nei novi costumi e sentimenti di quell'epoca, i novi ideali della famiglia, dell'affetto coniugale e dell'amore; e i richiami alle caste dolcezze amorose, e le scene di tenerezza fra giovani fidanzati e sposi, giunte fino a noi negli sparsi frammenti greci, e nelle pitture più delicate di Terenzio. Fabula jucundi nulla est sine amore Menandri. Nella dignità cresciuta del matrimonio la moglie ritrova al 4º secolo un posto quasi nuovo fino allora per lei: e nella femmina, presa per confinarla nel gineceo a procrear figli, appare per la prima volta la compagna amante dell'uomo. Ed ecco Aristotile dichiarare che «la tenerezza è naturale fra il marito e la moglie, l'uomo essendo da natura ancor più incline alla vita in due che non alla vita sociale; e in questa tenerezza ritrovarsi molto profitto e molte dolcezze insieme riunite». (Ar. Eth. Nicomac., VIII, 14). Che più? Eccolo altrove premunir i giovani sposi contro l'eccesso della tenerezza, contro la intimità spinta al punto da divenire una abitudine tirannica e un bisogno inquieto, sì che poi non diventi loro impossibile di staccarsi un minuto l'un dall'altro; e insegnar loro a padroneggiarsi così da bastare l'uno all'altro, anche colla sola memoria, quando l'un d'essi è lontano! (Aristot., Econom., I, 4). — Però il mio Fània meritava le attenuanti, se i moniti di Aristotile (ch'era in que' giorni un bambino) non eran fatti per lui.