[137]. Era devoluta ai tesmotéti (gli ultimi sei de' nove arconti) oltre la presidenza de' giudizi, de' comizi elettorali, ecc., anche la sorveglianza dell'ordine e della quiete pubblica. Per che di notte l'uno di essi per turno andava in ronda per la città. Vedi Ulpiano, nei Commenti a Demostene, orazione Contro Midia: e fu probabilmente durante il suo giro di ispezione, che il tesmoteta di cui ivi si parla, per essersi inframmesso in un parapiglia, a soccorso di un suonatore, toccò la sua parte di bastonate.

[138]. Per brevità, nella recita, da questo punto si ometta il brano di scena che segue, da qui saltando addirittura a pag. 123, alle parole di Cròbilo:

Cròb. (sotto voce ad Aglae che s'allontana con Mìrtala) Mi raccomando non le mostrar tutta la guardaroba, ecc.

[139]. «Fanciulla di sette anni, portai nella processione di Minerva i sacri arnesi; di dieci, macinai l'orzo di Minerva nostra signora; poi, vestita dell'abito color di croco, simboleggiai l'orsa di Diana nelle feste Brauronie; quindi, fatta fanciulla leggiadra, portai il canestro sacro con un monile di fichi secchi al collo». Aristof., Lisistr., 641 seg. In queste parole della Lisistrata è brevemente riassunta la prima educazione delle fanciulle ateniesi di distinta nascita.

[140]. Cfr. Aristof., Vespe, 103-4; 850. Rendevano i giudici, come s'è detto, le sentenze ne' giudizi in varie forme, oltre quelle dei ciottoli neri e bianchi, o delle palline forate ed intere (v. Prologo, nota 52). Era anche uso segnar la condanna col tirar righe lunghe sulla cera delle tavolette. Questo però non toglieva l'uso de' ciottoli o delle pallottole, necessario a ogni modo, per lo scrutinio de' voti: come vedi nel passo citato delle Vespe: «e per severità tirando una lunga riga in segno di condanna, rientra in casa con le unghie impiastricciate di cera: e temendo gli vengano meno i ciottoli, per aver modo di dare il voto, mantiene in casa un litorale». v. 103 seg.

[141]. Sul banchetto funebre che, in onor dell'estinto, al nono e al trigesimo giorno dalla morte, celebravasi, in vesti bianche di lutto, da' parenti suoi, cfr. Iseo, Eredità di Cirone; Demostene, Corona; Polluce, I, 7, ecc. La trascuranza ne' figli, delle onoranze funebri ai genitori era punita dalle leggi e portava seco interdizione civile. Senof., Memorab.

[142]. Iseo, Ered. Pirro, § 64. Cfr. Prologo, pag. 27.

[143]. Le deposizioni degli schiavi nei giudizi, non erano assunte e tenute valide come prove, se non estorte coi tormenti (βασανίξειν) dagli inquisitori a ciò destinati (βασανισταὶ), in presenza dei rappresentanti delle parti che scrivevano il deposto per unirlo agli atti. Ε βάσανος dicevasi, oltre il supplicio, anche la deposizione de' servi col supplicio strappata: a differenza di μαρτυρία ch'era la testimonianza de' liberi. (Potevano in casi eccezionali anche i liberi cittadini esser posti a tortura, ma solo per espresso decreto del popolo: così Mantiteo e Apsefione, senatori, a stento la scansano, abbracciando supplici l'altare. Andoc., Misteri). Quello dei contendenti che vi aveva interesse provocava a ciò l'avversario (πρόκλησις εὶς βάσανον) esibendo di dare ai tormenti i proprî schiavi o disfidando l'avversario a dare i proprî. Accettar la provocazione o richiesta non era obbligo: ma ricusarla induceva presunzione sfavorevole al ricusante. «Voi tutti sapete che le provocazioni furono create per quelle cose che non si possono produrre innanzi a voi. Quando non può farsi investigazione innanzi a voi, ha luogo per via di tormenti la provocazione». Demost., I, C. Stef. «Io gli chiesi pei tormenti tre sue ancelle informate del fatto e dei danari che Afobo e la donna possedevano: acciocchè a dimostrazione del vero, non fossero i soli ragionamenti, ma le prove della tortura. La qual mia proposta, approvata da tutti i presenti, fu ricusata da lui. Ora voi per le pubbliche e le private cose reputate la tortura, fra tutte, la più degna di fede: e ovunque siano servi e liberi e occorra raccogliere indagini, non vi valete delle testimonianze dei liberi, ma tormentando i servi cercate ritrovare la verità. E fate bene, o giudici: poichè dei cittadini testimoni già parecchi furono colti in falso: ma dei tormentati nessuno fu mai convinto di non aver detto la verità durante la tortura». Demost., I, C. Onetore, dove il massimo oratore ripete quasi alla lettera un passo di Iseo suo maestro (Ered. di Cirone). E altrove: «Or come può non essere che questi testimoni abbian deposto il falso? dacchè neanche ora ardiscono concedere il corpo della schiava, che testificarono già offerto da Teofemo, e così confermare col fatto la verità della lor testimonianza. Consegnando della schiava il corpo, non se ne trarrebbero co' tormenti le prove per le quali Teofemo ingannò i giudici?... Sola la femmina trovatasi presente avrebbe detto il vero, non già testificando con la tabella (in iscritto), ma con la più salda e sicura delle testimonianze, coi tormenti cioè. I motivi dunque coi quali (Teofemo) ingannò i giudici appariscono falsi, chè non osa consegnare il corpo della schiava, e invece ama meglio mettere al cimento il fratello e il cognato per falsa testimonianza, anzichè mediante il corpo della schiava scagionarsi». Dem. C. Everg. 7-9. — E Licurgo oratore: «Nell'atto di accusa io aveva citato i testimonî, chiedendo si tormentassero gli schiavi di Leocrate. Ma Leocrate respingendo la provocazione, si accusa traditor della patria. Sì: egli con lo scansare la prova degli schiavi consapevoli de' fatti suoi, confessò la verità della querela. E ignora alcun di voi che nelle controversie l'esame degli schiavi e delle schiave e il tormentarli quando sanno la cosa è tenuto secondo giustizia ed è comune a tutti? Or dunque io fui sì lungi dall'apporre a Leocrate falsa accusa, che a mio carico volevo venire alla prova, tormentando gli schiavi di lui: ma egli per sua mala coscienza nol sofferse. Eppure i suoi schiavi e le schiave avrebbero più facilmente negato che dato falsa accusa al padrone». Licurgo, C. Leocrate. — Ecco invece un esempio di provocazione all'opposto: «Pensai che innanzi tutto convenisse provocar costui (l'avversario) per convincerlo. E in qual modo? Volli dargli (all'avversario) un mio giovanetto, che sapeva di lettere, acciò fosse posto ai tormenti. Or non poteva esso avversario tacciarci di falsatori con l'investigare la verità, tormentando il giovinetto? Ma egli ricusò». Demost., C. Afobo, falsa testim. Cfr. Demost., C. Neera e altrove. Ho citato questi passi, e tralascio citarne altri, degli oratori, a dare un'idea caratteristica e precisa di quel che fosse la tortura de' servi ne' giudizi ateniesi e il valore grande che vi si attribuiva. Certo bisogna riportarsi all'idee antiche sugli schiavi, e al diritto antico che li riguardava come cose e cadaveri, per concepire come tanta crudeltà paresse la cosa più naturale del mondo anco agli animi più miti, e in Atene stessa, ove la legge era ad essi più benigna che altrove, fino a dar loro il diritto di richiamarsi degl'ingiusti maltrattamenti. (Cfr. note all'Alcib.) Che però le deposizioni degli schiavi tormentati meritassero tutta quella fede che Iseo e Demostene sembrano attribuirvi a parole, e che facea dar ad esse maggior peso delle testimonianze de' liberi, pareva già dubbio, nella sua profonda intuizione dell'essere umano, ad Aristotile, il quale nella Retorica discute di questo metodo di prova i vantaggi e i danni: e trova potersi «ad ogni sorta di tormenti obiettar questo: che sforzano a dire tanto il falso che il vero, e che i torturati o stanno forti e non dicono la verità o per impazienza facilmente dicono il falso, affine di uscire più presto dal martirio» (Retor., I, 13). Ancora è ad osservarsi che nelle arringhe pervenuteci, quanto son frequenti le provocazioni a questa prova, altrettanto lo sono (come per esempio in tutti i passi sopracitati) le ricusazioni; e non sembrando verosimile che debban tutte attribuirsi a paura della prova, e che i contendenti potendo giovarsene se ne privassero così leggermente, è a credere che, nel fatto e nella consuetudine, un sentimento più umano correggesse in parte la ferocia della legge, e che la così detta provocazione, così frequente nelle arringhe, fosse il più delle volte, e lo andasse diventando sempre più ai tempi di Aristotile e posteriori, una forma retorica, dagli oratori usata più per ispauracchio e per crescere efficacia alla argomentazione, che per seria intenzione di vederla in atto. E giova il pensarlo, affinchè quel passo truce che Demostene, nell'arringa contro Onetore, ripeteva con le parole stesse di Iseo (quasi farlo interamente suo gli ripugnasse), ci trovi indulgenti verso il sublime oratore: tanto più se si pensi che Demostene, così corrivo a provocare a parole con questa prova gli altri, o per conto altrui, quando vi fu provocato egli stesso nella gravissima lite con Eschine, e accettarla probabilmente gli conveniva, con nobili parole a sua volta la ricusò. «Venga qui il carnefice — grida Eschine — e dia i tormenti innanzi a voi.... Se Demostene si chiarirà mentitore, condannatelo alla pena di confessare innanzi a tutti che egli è maschio-femmina e non libero. Conduci alla ringhiera gli schiavi.... (provocazione); ma Demostene rifiuta l'uso dei tormenti, perchè non vuol dipendere dai tormenti de' servi.» Eschine, Ambasceria. Caratteristiche parole che, forse, già in Demostene adombrano il pensiero di Aristotile, e, molti secoli più tardi, di Beccaria.

[144]. Per essere un pretesto umoristico, questo di Mènecle era abbastanza legittimo. Cfr. Demostene, nell'arringa contro Macartato, per l'eredità di Agnia: «Innanzi tutto avevo deliberato, o giudici, di scrivere in una tavoletta i parenti di Agnia per modo che fossero tutti notati ad uno ad uno: ma poi stimai che quella tavoletta non si potrebbe veder bene da tutti i giudici e massime da quelli che siedono più lontani». C. Macart., § 18.

[145]. Al Ceràmico era la passeggiata del bel mondo ateniese, e le scritte sui pilastri e sui muri vi facevano l'ufficio della cronaca cittadina delle nostre gazzette. Ivi i buontemponi e i maldicenti, con epigrammi ed iscrizioni col carbone, si divertivano a mettere in piazza i fatti del prossimo; e gli innamorati talora vi scrivevano le loro dichiarazioni amorose alle belle, come ce ne restano esempi a Pompei. «Leggi quel ch'è scritto sui muri del Ceràmico, dove i nostri nomi stanno sui pilastri.... E trovai questa scritta là dove s'entra a destra verso il Dìpilo». Luciano, Dialoghi delle cortigiane. «Ho pensato scrivere sul muro del Ceràmico dove Architele suol passeggiare: Aristeneto contamina Clinia». Luciano, ibid.