[146]. Famiglia dei Britidi, v. Demostene, C. Neera, 1365. Sugli Almeonidi, l'illustre famiglia di Pericle e di Alcibiade. Vedi note all'Alcib., atto I, n. 37.
[147]. «E così la maritammo ad Elèo del borgo di Sfetto, e Mènecle le restituì la dote». Iseo, Ered. di Mènecle, § 9. Il divorzio infatti portava seco la restituzione della sostanza dotale alla moglie o alla famiglia di lei. «La legge vuole che se uno ripudia la moglie, restituisca la dote ovvero paghi l'interesse di nove oboli; a chi ha la donna in cura concede facoltà di muover lite nell'Odeone per gli alimenti». Demost., C. Neera, 52. «È obbligato dalla legge a restituir la dote con l'interesse a ragion di nove oboli». Demost., C. Afobo, 17. Questa restituzione era però esclusa (e l'egregio Mariotti omise nel suo Codice ateniese di notarlo) nel caso di colpa della moglie, come si vede dalla stessa arringa contro Neera: «In vederla Frastore nè costumata, nè a lui obbediente, e informato ch'ella non era figlia di Stefano, ma di Neera, e perciò reputandosi ingannato, entrò in ira contro tutti costoro, e mal soffrendo l'ingiuria e l'inganno, scacciò di casa la donna sua gravida, che aveva tenuta circa un anno, e non le restituì la dote». C. Neera, 1362, cfr. 1363. Ma questo di Frastore con la cortigiana Neera non era evidentemente il caso del buon Mènecle mio.
Del resto quest'obbligo della restituzione della dote era in Atene non disprezzabile freno alla estrema facilità e moltiplicazione de' divorzi. Più di un marito bramoso di sbarazzarsi della moglie, e al quale la legge ne apriva cento vie, s'arrestava solo dinanzi al pensiero di ritornar povero o all'impossibilità di fare la restituzione impostagli. Indi la prudente riflessione di un personaggio di Euripide: «Delle ricchezze che la moglie porta in casa non si gode: non servono che a rendere il divorzio più difficile». Euripide, Melanippe, fr. 31.
[148]. Cfr. Luciano, Dialoghi delle etére. — Aristeneto, Lettere.
[149]. Sulle idee dei Greci intorno al suicidio, caratteristica ed eloquente fra tutte la pagina di Plutarco nella vita di Cleomene, ossia le parole ch'ei pone in bocca a questo re. Disfatto in battaglia, perduto il trono, costretto a fuggire da Sparta sua, mentre Antigono è già alle porte, l'eroico re, al suo compagno d'armi, il prode Tericione, che consiglia il suicidio, risponde: «Vile che sei, credi esser magnanimo e generoso perchè insegui la morte che è la più facile delle cose umane e che è sempre in poter nostro? Bisogna che la morte che si elegge non sia la fuga da un'azione, ma un'azione essa medesima: nessuna maggior vergogna del non vivere e non morir che per sè. Quando la speranza di esser utile ancora alla patria nostra ci lascierà, allora soltanto ci sarà facile morire».
[150]. Οὔκουν ἔφη δεῖν ἐκείνην τῆς χρηστότητος τῆς ἑαυτῆς τοῦτο ἀπολαῦσαι, ἄπαιδα καταστῆναι συγκαταγηράσασαν αὑτῳ Iseo, Ered. di Mènecle, § 7.
[151]. Per quanto il divorzio in Atene fosse reso dalle leggi e dall'uso un caso affatto ordinario e frequente, esso non colpiva perciò meno duramente l'onore e l'amor proprio della donna, per lo meno nei casi in cui era il marito che di suo proprio impulso lo promoveva. Già abbiam visto (Prologo, pag. 27) che in questi casi il divorzio era nella legge stessa qualificato ripudio (ἀπόπεμψις): e il sentimento pubblico s'accordava colla legge, nella spiegazione umiliante di quella parola. Ed Euripide, ne' cui drammi, sotto la larva delle favole antiche, le idee e i costumi dell'età sua si rispecchiano, per questo fa dire a Medea: «Non onorevoli (ossia vituperosi) sono i divorzj alle donne» (οὐ γαρ εὐκλεεῖς ἀπαλλαγαι γυναιξὶν) Med., 236. E altrove nella Andromaca, fa dire a Menelao, di sua figlia Ermione parlando: «Io non voglio che mia figlia sia privata del talamo: poichè tutte le altre cose, che la donna soffra, sono di minor conto: ma perdendo il marito, perde la vita» (ἀνδρος δ’ἁμαρτάνουσ’ ἁμαρτάνει βιου). Euripide, Androm., 370-4. E il comico Anassandride, dei tempi della commedia di mezzo, nel passo più sopra citato: «Difficile e ripida, aspra (χαλεπὴ καὶ προσάντης), è o figlia la via del ritorno alla casa del padre dalla casa del marito, per qualunque donna costumata: poichè ell'è una via che porta seco l'ignominia» (ὁ γἁρ δίαυλός ἐστιν αισχύνην ἔχων). Anass., Inc. fab., 5.
[152]. «Bastare, disse, che fosse infelice lui solo» ἱκανὸς γὰρ, ἔφη, αὐτὸς ἀτυχῶν εῖναι. Iseo, Ered. di Mènecle, § 7.
ATTO SECONDO
Casa di Mènecle. Sala aperta comune (προστάς o παστάσ) che dà sul peristilio; riccamente dipinta e decorata con ricco mobilio. A destra le colonne del peristilio che supponesi aprirsi da questo lato, e immettere per le quinte di destra agli ingressi esterni; a sinistra l'ingresso dal metaulo che immette alle stanze interne del gineceo. Nello sfondo altra porta che mette alla stanza da letto θαλαμος. Nell'angolo a sinistra della sala, il piccolo altare domestico. Una panòplia è appesa alla parete.