[802]. Cronaca delle Tribolazioni, carte 300: «Per la quale cosa il Papa non volse che havessi alcuno vigore cosa, che si proponesse in juditio per parte del generale o veramente dell'ordine contro frate Ubertino e li suoi compagni. E per questo arrabbiandosi molto più li frati adversarii delli umili poveri di Gesu Christo, predicavano e dicevano che era sacrifizio mattutino e vespertino offenderli e perseguitarli come destructori e diffamatori dell'ordine, e questo perchè essi humili figlioli della obbedientia e zelatori della verità li aveano detta la verità, la quale conveniva loro dire per l'ordine. E intanto si erono questi persequitori inanimiti contro alli persequitati, che uno di loro non si vergognò di confessare arditamente e pubblicamente avere avvelenato frate Raymondo di Gaufredo, frate Guido dei Mirapesci, e frate Bartolomeo Sicardo, e un altro frate; onde questa fama riempie quasi tutta la corte. Il Papa ancora più volte massime nel Concilio di Vienna si lamentò della irreverentia e l'inobedientia delli frati».

[803]. Cronaca delle Tribolazioni, carte 305: «Conciosia cosa che Papa Clemente quinto avessi assignato nel Concilio di Vienna episcopi doctori in jure canonico e molti maestri in teologia per udire ed esaminare quelle cose, le quali erano proposte per la riformatione di tutta la religione da frate Ubertino e da tutti li altri fratelli secondo che havevano havuto comandamento da esso Papa Clemente, tanta crudeltà e tanto odio mostravano loro e alli loro aderenti li frati in Provenza e in Toscana e nella provincia della Valle di Spoleto, che ciascheduna persona si poteva accorgere che in poco o nulla reverentia havevono l'obbedientia del Papa, e mostravano un odio tanto implacabile contro a questi zelatori della Regola, che per le diverse persecutioni furono costretti li frati zelatori della Regola di dividersi dalla comunità delli frati e di separarsi da loro. Ridussonsi adunque doppo quella segregatione e separazione dalli persecutori al convento di Narbona e di Bises. Perocchè quelli uomini di quelle cittadi li havevono in grande reverentia e devotione sì per la santità, la quale cognoscevono in loro, sì per li miracoli che tutto il giorno vedevono al sepolcro del santo uomo Pier Giovanni». Carte 310: «Per la qual cosa conoscendo questi poverelli, che lo stare con quelli che li avevono in odio ne seguitava loro pericolo corporale, trovorono una chiesa derelicta e solitaria appresso a Malusana, dove era dell'acqua e alcuna spelonca, ed ivi si raccolsono quelli frati zelatori di licentia del Patron di quello loco, vivendo in vera e pura observantia della regola. E la vernata seguente si stettono nel loco di S. Lazzaro di Vignone per insino che fu data la diffinitiva sententia del Papa».

[804]. Le lettere di Clemente V sono riportate dal Wadding, VI, 214. Quia tamen relatione intelleximus fide digna quod nonnulli fratres occasione dissensionis predictae, ad illicita laxatis habenis, quaedam loca dicti ordines in eadem provincia constituta contra ipsius statuta ordinis temeritate propria occuparunt .... non mandamus quatenus vos vel unus aut duo vestrum per vos seu alium vel alios eisdem fratribus ex parte nostra in virtute sanctae obedientiae districte praecipere studeatis. La Cronaca delle Tribolazioni ben rileva le conseguenze funeste del dissidio toscano e narbonese .... carte 308-309: «Elessonsi questi frati il generale e li altri prelati secondo la regola. La qual cosa e tornò in scandolo a loro e a tutti li lor compagni, Papa Clemente e li cardinali e tutti quelli ancora che per la reformatione li davano favore ne furono turbati ed agevolmente potessono credere di loro tutti li mali che di loro erano proposti in juditio dalli loro avversarii. E avvenga che essi frati partiti mandassero appresso la morte di Papa Clemente littere, che di tutto erano apparecchiati ad obbedire a tutte le cose che comandassi sua Santità, e di stare sotto alla sua correptione, nientedimeno quelle lettere non pervenneno alla presentia del sancto padre».

[805]. Il Wadding riporta (VI, 271) la lettera indirizzata da Giovanni XXII dilecto filio fratri Ubertino de Ilia de Casali, vercellensis dioecesis monacho monasterii sancti Petri de Gemblaco ordinis sancti Benedicti dioecesis leodiensis .... Sane nobis exponere curavisti, quod propter debilitates varias et infirmitates proprii corporis, quibus frequenter molestaris et propter alias causas nobis explicitas, de ordine fratrum minorum, quem ab olim fuisti professus .... ad ordinem sancti Benedicti desideras transferre. Nos .... tuis in hac parte desideriis annuentes, te ex nunc ab omni subjectione, jurisdictione, obligatione, jugo et obedientia Regulae dicti ordinis fratrum minorum et omnium Praelatorum ipsius, auctoritate Apostolica prorsus absolvimus ecc. Datum Avenion. Kal. octobris anno II (1317).

[806]. Contro i dissidenti toscani, che s'erano rifugiati in Sicilia sotto la protezione di Federico II d'Aragona, scrisse la lettera del marzo 1317 carissimo in Cristo filio regi Trinacriae, riportata dal Wadding (VI, 266). Riferisco questo passo: Non modicum excellentiae tuae derogatur honori, si hujusmodi viros devios, professionis propriae ac sacrorum canonum transgressores, ac etiam seminatores errorum in dicta insula permittas ulterius commorari. Simili lettere del maggio 1317 furono indirizzate dilecto filio officiali narbonesi, dilecto filio officiali Biterrensi (Wadding, p. 268).

[807]. Extravag., tit. XIV De verborum significatione. Nelle due disposizioni accennate Giovanni non avea fatto se non riprodurre, come lui stesso dichiara, le prescrizioni di Clemente V. Ma nella Clementina Exivi § 11 era chiaramente detto: non est verisimile voluisse ipsum (Franciscum) eos habere granaria vel cellaria, ubi quotidianis mendicationibus deberent sperare posse transigere vitam suam; e solo per via di eccezione si permettevano le provviste: tunc tantum cuna esset multum credibile ex jam expertis, quod non possent vitae necessaria aliter invenire. L'Estravagante riproduce la concessione, ma tace la massima.

[808]. Extravag., loc. cit. Magna quidem paupertas, sed major integritas, horumque obedientia maximum, si custodiatur illaesa. Nam prima rebus, secunda carni, tertia vero menti dominatur et animo.

[809]. L'inquisitore che li condannò fu frate Michele dell'ordine dei Minori, al quale Giovanni XXII nella bolla riportata dal Baluze (ediz. Mansi, II, pag. 247) e dal Wadding (VI, 259) avea ingiunto di procedere contro coloro che ricalcitravano alla costituzione Quorundam. La sentenza di condanna pubblicata dallo stesso Baluze (ediz. Mansi, II, 248), fu pronunziata in cimiterio beatae Mariae de Aquis Curiatis Massiliae anno Domini MCCCXVIII, indictione prima, VII maji, pontificatus sanctissimi Patris Johannis XXI anno secundo. Tra i considerandi riporto questi: Asseruerunt quoc sanctissimus Pater Johannes XXII non habuit nec habet potestatem faciendi quosdam declarationes, commissiones et praecepta contenta in quadam constitutione sive decretali .... quae incipi Quorundam, et quod ipsi Domino Papae non tenebantur obedire. Et insuper coram nobis constituti protestati sunt verbo et in scripti quod stabant et stare intendunt usque in diem judicii in protestationibus .... videlicet quod illud quod est contra regulae fratrum minorum observantiam et intelligentiam est per consequens contra evangelium et fidem, alias non esset penitus quod regula evangelica, et quod nullus mortalis potest eos cogere ad deponendun ipsos habitos curtos et strictos.

[810]. Vedi le aggiunte al rapporto sulla Postilla dell'Olivi (Baluze-Mansi, II, 271): nonnulli alii ejusdem ordinis, qui praedictos errore abjuraverunt, fuerunt ad poenam carceris condemnati, ex quibus aliqui postmodum infra annum .... transierunt ad gentes infedeles, reliquentes in scriptis ea quae sequuntur, videlicet quod ipsi non dimittebant ordinem, sed parietes; non habitum sed pannum; non fidem, sed corticem; non Ecclesiam, sed Synagogam coecam; non pastorem, sed divoratorem.

[811]. Inquisitoris sententia (Baluze, II, 249). Et quia constat nobis quod praefati errores imo haereses manifeste processerunt seu originem habuerunt a venenato fonte doctrinae immo verius seductrinae, quam frater Petrus Johannis Olivi .... temere scriptitavit, et doctrinam ejus et libros .... fuisse per praefatum ordinem de consilio etiam plurium magistrorum in sacra pagina condemnatos ac etiam igni adjudicatos, et attendentes nihilominus quod praefatus sanctissimus Pater Johannes Papa certis ex dominis cardinalibus et quibusdam in sacra pagina magistris examinationem praedictorum librorum commisit .... praecipimus .... quod pendente dicto negotio coram praefato Domino Papa et ejus facto collegio nullus praesumat praenominato Petro Johanni tanquam sancto aut catholico viro et approbato reverentiam exhibere. La Commissione, a cui accenna qui la sentenza, è la stessa che scrisse il rapporto a Giovanni XXII, pubblicato dal Baluze (II, 258 e segg.), e dal quale ci siam serviti nell'esposizione delle dottrine dell'Olivi.