[852]. Leopoldo di Bamberga avea distinto tra il regno tedesco e l'impero romano. Il re tedesco non appena eletto ha diritto di governare le provincie, che stavano sotto lo scettro di Carlo Magno, come immediato suo successore, nè gli occorre alcuna conferma del Papa. Non può però nè prendere la corona imperiale, nè esercitare alcun potere sulle provincie, che non appartenevano a Carlo Magno, se pria il popolo romano, secondo l'antica consuetudine, non l'abbia acclamato imperatore. In quest'ultimo punto (Müller, Der Kampf, II, 86) Leopoldo è d'accordo con Marsilio. E l'Occam lo combatte (pag. 383): Electio regis et imperatoris, quae nunc per principes electores succedit, subrogata est in locum successionis vel electionis, quae quondam fiebat per populum romanum, seu per exercitum, qui populus romanus seu exercitus tunc repraesentabat totum populum romano imperio subjectum secundum istum Doctorem (evidentemente Leopoldo). Da questo accenno a Leopoldo il Riezler trae la prova che le Octo quaestiones sono state scritte non pria del 1339, perchè a quel tempo rimonta lo scritto del bambergese. Io aggiungo che l'Occam (pag. 382) cita anche la decisione, data dai principi elettori riuniti a Rense il 16 luglio 1338.
[853]. V. più sopra, p. 538, nota 2. Qui aggiungo che nella seconda quistione: utrum suprema potestas laicalis proprietatem sibi proprie habeat immediate a Deo, l'Occam non nasconde le sue ripugnanze contro l'opinione: imperium est a Papa, e spende ben nove capitoli dal 6 al 14 per ribattere le ragioni, che se ne solevano addurre in sostegno.
[854]. Ludovico nel decreto licet juris stabiliva che anche il titolo d'imperatore vien conferito dall'elezione, mentre i principi elettori credevano che non si potesse prendere se non dopo l'incoronazione, come s'era sempre praticato sin qui. E l'imperatore ebbe a piegarsi al loro avviso nel decreto fidem catholicam, che fu certo redatto dal minorita Bonagrazia, uno dei compagni di fuga dell'Occam (Müller, Der Kampf, pag. 76-81).
[855]. Pag. 369. Quinto quaeritur: utrum rex haereditarie succedens accipiat aliquam potestatem super temporalia ex eo quod a persona ecclesiastica inungitur consecratur et coronatur, vel solum ex hoc aliquam consequatur gratiam doni spiritualis. Che l'Occam rifiutasse la prima alternativa parrà chiaro a chi confronti il capitolo quinto col successivo (pag. 370-71), e che abbracciasse la seconda si vede da questo, che alle brevi obbiezioni fatte nel capitolo ottavo si risponde con forza nell'ultimo capitolo, che chiude la discussione.
[856]. Pag. 374. Septima quaestio: utrum si talis rex ab aliquo altero archiepiscopo, quam ab eo, qui antiquitus coronare consuevit, vel sibi ipsi coronam imponeret, per hoc perderet titulum vel potestatem regalem? La risposta negativa, che l'Occam preferisce, è svolta largamente nel capitolo secondo, laddove l'affermativa è accennata di volo nel capitolo primo. Questo partito di ammettere che l'incoronazione possa farsi anche da altra autorità ecclesiastica, che non fosse il Papa, era, secondo il Müller (Der Kampf, pag. 78-80), un tentativo di conciliazione tra l'avviso dell'imperatore e quello dei principi elettori. Lo stesso Müller ha trovato riscontri importanti tra le Octo quaestiones ed una scrittura pubblicata dal Ficker, e precedentemente nota pei memorabili di Enrico di Hervord, e prima ancora per la cronaca di Ermanno Corner.
[857]. Pag. 374. Sexto quaeritur: utrum rex hereditarie succedens sit coronatori in aliquo subjectus. Anche qui la risposta negativa è più validamente dimostrata della positiva. E s'adduce questo argomento ad hominem contro le pretensioni papali: Non enim Papa, qui nullum jus habet, nisi eligatur canonice, electoribus est subjectus .... Imperator .... non habet jus imperiale nisi a populo, et tamen populo non erit subjectus .... ergo multo minus coronatori suo est subjectus.
[858]. Tractatus de Jurisdictione in causis matrimonialibus (Goldast, I, 21-24). Vedi più sopra pag. 61, nota 1, ove ho riportato alcuni passi che accennano al concetto del matrimonio civile. Debbo però aggiungere a quella nota che il Riezler nell'Historische Zeitschrift (40, 328), arrendendosi alle osservazioni del Scheffer-Boichorst, non crede più che lo scritto di Marsilio da Padova sullo stesso argomento (Goldast, II, 1386-1391) sia apocrifo. Sulle differenze tra i due trattati vedi il Müller, Der Kampf, II, 160.
[859]. Il Dialogo, come dicemmo più sopra (pag. 62), va diviso in tre parti. La prima (Goldast, II, 398-739) suddivisa in sette libri, è intitolata De haereticis e vi torneremo di qui a poco. La seconda (740-770) è l'opera già esaminata De dogmatibus Papae Johannis. La terza (771-976) è intitolata De gestis circa fidem altercantium catholicam, e si divide, come dice l'autore stesso (pag. 771), in nove trattati. Primus quidem disputando de potestate papae et cleri. Secundum de potestate et juribus Romani Imperii. .... Tertius de gestis Johannis XXII .... Quartus de gestis Domini Ludovici de Bavaria. Quintus de gestis Benedicti XII. Sextus de gestis fratris Michelis de Cesena. Septimus de gestis et doctrine fratris Giraldi Odonis. Octavus de gestis fratris Guillelmi de Ockam. Nonus de gestis aliorum christianorum, ecc. Il Riezler (op. cit., pag. 263) ha già notato che dalla lettera del Badio al Tritemio, riportata dal Goldast (pag. 392-93), si raccoglie che il primo editore Trechsel ebbe tra mani tutti i trattati; ma gli ultimi sette, ove si contenevano difese ed accuse amariores, quam ut vulgo legerentur, lasciò da parte. E così non sono pervenuti a noi se non due trattati. Il primo trattato si suddivide in quattro libri, dei quali il 1º tratta de potestate Papae (pag. 770-82); il 2º discute la quistione: an expediat toti communitati fidelium uni capiti, principi ac praelato fideli sub Christo subjici et subesse (pag. 788-819); il 3º torna sull'argomento toccato anche nella prima parte del Dialogo: qualis fides scripturis aliis, quam canonicis, debeat adhiberi (pag. 819-845); il 4º riesamina il quesito anch'esso svolto nella prima parte del Dialogo: an Christus de facto constituerit beatum Petrum principem et praelatum aliorum apostolorum et universorum fidelium (pag. 846-889). Il secondo trattato si suddivide in tre libri, dei quali il 1º inquirit an toti generi humano expediat unum Imperatorem universo orbi praeesse (pag. 889-902); il 2º quae jura habeat Imperator romanus super temporalia investigat (pag. 902-925); il 3º perscrutat, an Imperator romanus super spiritualia habeat potestatem aliquam (pag. 926-957).
[860]. Dialogus, III, I, 5 (Goldast, pag. 776). Lex enim christiana ex institutione Christi est lex libertatis respectu veteris legis .... Et ita constat, quod lex christiana esset majoris servitutis, quoad temporalia, quam lex vetus, si Papa in temporalibus haberet hujusmodi plenitudinem potestatis; quia illi, qui erunt sub lege mosaica, nulli mortali erant in temporabilibus modo subjecti. Cap. 6, pag. 177, istud est principalius vel de principalibus fondamentis et motivis quare quidam dicunt quod Papa non habet talem plenitudinem potestatis. Anche il Riezler ammette che codesta è l'opinione dell'Occam. Io aggiungo che l'argomento della libertà è addotto colle stesse parole nelle Octo quaestiones, I, 6, pag. 320.
[861]. Anche nella terza parte del Dialogo (trattato 2º, libro 1º) come nelle otto quistioni è discussa largamente la teoria: verum imperium romanum est a Papa. E dal capitolo 18 sino al 24 sono bene addotte dieci ragioni in suo sostegno, ma per scalzarle immediatamente. Nè pago di queste confutazioni indirette ne adduce altre ben stringenti e dirette nel capitolo 25 (pag. 896). Quod repugnat divinae scripturae est haereticum; sed non posse esse verum imperium nisi a Papa, repugnat divinae scripturae (Cfr. cap. 28, pag. 901).