Non meno apocrifi sono i commenti ad Isaja e agli altri profeti minori, nonchè quel trattatello che serve d'illustrazione alle minacce profetiche, una specie d'indice geografico delle provincie del mondo intero per ciascuna delle quali si notano le pene che loro sovrastano. È noto che nel linguaggio profetico questo cumulo di colpe e minacce è detto onus, onde onera prophetarum sono chiamate le invettive dei profeti, ed onera provinciarum le colpe di ciascun paese.[521] Che il trattato geografico non appartenga a Gioacchino è agevole provarlo da questi pochi passi, che io aggiungo a quelli riportati dal Renan. Nell'annotazione al ducato Spoletino è fatto cenno dei due ordini francescano e domenicano, che al pari di luminose stelle sorgono a predicare un'altra volta il Vangelo del regno coperti di ruvidi sacchi. La Chiesa di Sardi viene paragonata a quella dei monaci cassinesi, che la macchiano coi loro desiderii carnali, e col non distinguersi in nulla dai secolari. Certo Gioacchino ha rimproverati soventi i frati anche del suo ordine, ma è ben lontano di applicare loro il testo dell'Apocalisse. In questa amara invettiva si scopre facilmente il mendicante francescano che non può perdonarla al fastoso benedettino. Nell'annotazione alla provincia narbonese si fa parola della crociata che sarà bandita contro il focolare dell'eresia albigese.[522] Ma non occorrerebbero nè questa nè altre prove per dimostrare che il trattato appartiene al tempo dei commentatori di terza o quarta mano, che per dir qualche cosa di novo hanno bisogno di scendere a minuti particolari, e trovare un motto almeno per ciascuna provincia o città che sia.

Parimenti apocrifi sono i commenti ad Isaja ed ai profeti minori. Ed a provarlo poche citazioni basteranno. Nelle opere autentiche di Gioacchino come nel Commentario dell'Apocalisse, la donna ammantata di oro che fornica coi Regi, è Roma in quanto rappresenta non la Chiesa dei giusti, ma la moltitudine dei reprobi. Anzi per togliere ogni equivoco questa moltitudine di reprobi non è chiusa nelle mura della eterna città, ma si dilarga per tutto l'orbe del cristiano impero. L'autore della lettera ai fedeli non avrebbe potuto tenere un altro linguaggio, ed egli che si dichiarava servo devoto della Chiesa non avrebbe potuto raffigurarla nella donna dell'Apocalisse. Ben altrimenti si comporta lo scrittore del Commento, che contro Roma adopera le stesse parole, dai Catari, Valdesi ed Arnaldisti.[523] Sotto il nome di Gioacchino mal si nasconde un frate francescano, che ingenuamente confessa essere nati i due ordini a flagellare la Chiesa occidentale. Questo chiaro accenno ai due ordini che si ripete moltissime volte, e il ricordare che fa soventi di Federico II, sono segni certissimi della tarda età del Commento.[524] Io non saprei certamente determinarla con esattezza; ma come ha notato il Renan pel libro di Geremia, debbo anch'io notare per questo d'Isaia che l'autore mette in guardia non solo contro i tedeschi, ma benanco contro i francesi.[525] Il che vuol dire che il tempo degli entusiasmi angioini era già passato. Ed in un luogo parmi che sia sfuggito al malcauto autore l'anno della composizione del libro, ove parlando del terzo stato dice che sarà compiuto tra novant'anni dopo il mille e trecento, espressione ben strana per uno che non fosse contemporaneo di Bonifacio VIII.[526] Secondo questa congettura il commento ad Isaja sarebbe posteriore al Salimbene. Il che s'accorda col fatto già da noi rilevato che Salimbene conosce gli Onera non il Commento. Gli Onera in verità sarebbero più antichi, ma certo molto posteriori al 1201 come si raccoglie da una frase sfuggita allo stesso autore.[527]

Il commento a Geremia appartiene allo stesso tempo, perchè il Salimbene racconta che i due frati francescani Bartolomeo Ghiscolo da Parma e Gherardino da Borgo S. Donnino sulla fede nell'esposizione di Geremia faceano tristi pronostici della crociata che S. Luigi apparecchiava nel 1248.[528] Dunque la composizione di questo commentario risale al di là di quest'anno. Ma forse non indietro al 1239, anno, come nota il Renan, in cui la rottura tra il partito Guelfo e Federigo II si fece più aperta. Certo son degne di quel tempo le fiere invettive che si leggono in questo libro contro l'Imperatore, al quale adattandovi le parole d'Isaja vien dato del basilisco, che esce dalla radice del serpente, della vipera e del serpente volante. Nè gli risparmiano gli epiteti più obbrobriosi, superbo, astuto, lascivo, avaro, tortuoso, perfido, violento, iracondo.[529] Il nome in verità qui, a differenza del commento ad Isaja, è taciuto; ma l'allusione a Federigo II è trasparentissima. Questo commentario, che dice tante insolenze dell'Impero si suppone indirizzato ad Enrico VI, ed il profeta non dubita di annunziargli che il leone d'Isaja vuol significare il padre (Federigo I), la radice serpentina lui stesso Enrico, e da lui escirà il basilisco, che è per conseguenza il figlio di Enrico VI o Federigo II. Più chiaramente in un altro luogo è descritto l'albero genealogico di Federigo II risalendo ad Enrico IV, che il commentatore chiama primo, perchè fu il primo degli Enrichi ad opporsi alla Chiesa. E come se non bastassero tutte queste indicazioni, vi aggiunge l'altro particolare, che i figli si ribelleranno contro il padre, accennando alla fellonìa di Enrico, ed alla sua morte.[530]

Quest'ultimo particolare ci darebbe una indicazione più precisa dell'età in cui fu composto questo commento, il quale dev'essere posteriore non solo al 1239 ma benanco al 1242 anno della morte di Enrico. Ma sulla quistione del tempo torneremo di qui a poco. Ora basti notare che il solo fatto dell'allusione a Federico II[531] toglie ogni credito a questo commento, e ci fa maravigliare come anche dall'Engelhardt sia stato attribuito all'abate Gioacchino. Ma oltre all'allusione a Federico II, troviamo chiari e numerosi accenni ai due ordini dei minori e dei predicatori. Nè questo soltanto, ma, il commentatore sa bene che i nuovi ordini sono combattuti dai prelati, sospettosi di questi novatori che vestono in strane fogge, e predicano dottrine di un'assoluta povertà non mai sentite, ed a chi non li segue predicono calamità.[532] Nè si nasconde che la causa dei prelati viene sostenuta benanco dal pontefice, sicchè l'autore non dubita di levare anche contro lui la sua voce. E le parole che egli pronunzia contro la Chiesa Romana non sono meno vibrate di quelle che leggemmo nel commento di Isaia, nè ripugnano meno alla pietà di Gioacchino.[533] Il che vuol dire che avanti alla composizione del libro era scoppiata la scissura nell'ordine francescano, e la parte più intransigente era già per volgersi contro i vescovi, i cardinali ed il papa, che mal tolleravano le nuove dottrine. Una prova manifesta l'abbiamo in un passo ove i nuovi ordini sono chiamati predicatori dell'evangelio eterno, parola che nelle opere autentiche di Gioacchino non s'incontra mai.[534]

Tutte queste prove mettono fuori dubbio che l'opera non è di Gioacchino, e che la data del 1197,[535] in cui si dà per iscritto questo commentario, è una pia frode del commentatore. Se Gioacchino, nota il Renan, avesse fatto questo commentario nel 1197, nella lettera ai fedeli scritta nel 1200 l'avrebbe certamente rammentato. E noi da alcuni passi abbiamo potuto raccogliere, che nè nel 1197, nè nel 1200 fu potuto scrivere questo commento, bensì posteriormente alla morte del ribelle figlio di Federico II, vale a dire al 1242. E forse neanche a questo tempo dovremmo arrestarci, perchè anche qui, il linguaggio violento che si usa contro Roma, l'accenno alle persecuzioni subite dal nuovo ordine dei frati minori, il nome di Evangelio eterno ci menerebbe ad una data molto posteriore. E nella stessa opinione ci confermerebbe l'accenno alla Francia, che secondo questo commento sarebbe come la canna che ferisce chi vi si appoggia.[536] Non saremmo dunque lontani dall'attribuire a questo commento la stessa età dello scritto su Isaja.

Nè vale il notare che questo commento ha dovuto essere scritto prima del 1260, perchè in qualche passo appar verde la speranza che in quell'anno fatale avranno fine le calamità del mondo. Nè tampoco importa che il Salimbene abbia avuto contezza di questo libro sin dal 1248. Imperocchè è certo che questa letteratura pseudo-profetica non è nata tutta d'un getto in un anno determinato. E può darsi benissimo che il commentario, che abbiamo noi oggi di Geremia sia soltanto in parte quello conosciuto dal Salimbene;[537] e molte aggiunte ed interpolazioni vi sieno state fatte, e molte altre se ne farebbero ancora, se queste profezie avessero anche oggi il credito che riscuotevano nel Medio Evo. Le pseudo-letterature hanno questo carattere, che si considerano come un patrimonio comune, del quale nessuno è proprietario in proprio, ed ognuno vi può apportare le modificazioni che crede più opportune. Così si spiega come di due opere distinte se ne faccia una sola, o di una due; come si aggiunga ora un particolare ed ora un altro senza darsi la pena di verificare se stoni con tutto il resto. Questo è accaduto alla letteratura profetica del neopitagorismo, e del neoplatonismo, e senza notevoli differenze si è ripetuto nel sodalizio francescano.

Intorno alle opere manoscritte dell'abate Gioacchino posso aggiungere alle notizie date dal Renan alcune altre attinte ai codici laurenziani. In un codice della biblioteca Santa Croce oltre all'esposizione di Geremia si trovano altri due scritti dell'abate calabrese, uno intitolato De ultimis tribulationibus, e l'altro De articulis fidei. Il primo è un'esposizione delle ultime guerre che dovrà sostenere l'umanità, analoghe a quelle sostenute nel Vecchio Testamento. Non oserei dire che sia autentico, ma non vi ho trovati i caratteri delle opere evidentemente apocrife, come i commenti a Geremia ed Isaia.[538]

L'altro opuscolo è quello ritenuto perduto dal Renan, e di cui ei pubblicò alcuni brani riportati dal resoconto d'Anagni. Non credo giusta l'opinione del Renan che sia lo stesso di quello scritto contro Pietro Lombardo, perchè questo opuscolo non è affatto polemico, e le opinioni sulla Trinità sono espresse forse più temperatamente che non nel Decacordo e nell'Apocalisse. Benchè questo libro sia citato dalla Commissione d'Anagni, io sospetto fortemente della sua autenticità. Gioacchino non avea bisogno di circondar di mistero le dottrine che aveva di già esposte in altre opere. Nè poi gli sarebbe giovato di occultare le teorie teologiche, espresse in questo libercolo, che in sostanza non differiscono dalle ricevute comunemente; ma ben piuttosto le altre sui tre stati, che qui sono interamente taciute.[539]

In un altro codice laurenziano, ove già trovammo il liber Sybillae, esiste la lettera di Gioacchino, che il Renan trovò nel manoscritto 3595 dell'antico fondo. È una esortazione ai fedeli di mutar via e pentirsi delle proprie colpe perchè il giorno della tremenda espiazione è vicino.[540] Non v'ha nessuna ragione perchè non si debba dire autentica, come autentici anche secondo il Renan sono i due componimenti poetici stampati alla fine del Decacordo.[541]

III