Esponiamo ora brevemente le idee di Gioacchino prendendo le mosse dalle opinioni teologiche, condannate nel solenne Concilio del 1215. Queste opinioni si riferiscono al domma della trinità, intorno al quale rinacquero sempre le dispute quando meglio parevano finite, comecchè non fosse possibile tenersi egualmente lontano dagli opposti estremi, e col dare maggior rilievo alla diversità delle persone, l'unità divina correva pericolo; per contrario dando maggior peso all'unità divina, la differenza delle persone diventava affatto secondaria ed evanescente. Nella prima difficoltà ruppe Ario, nella seconda Sabellio.[542] E quando pareva composto il grave dissidio, e trovato il punto di equilibrio tra queste opposte tendenze, il fatto smentì le previsioni, ed il problema rinacque intorno alla natura di Cristo. Anche qui quelli che davano maggior importanza all'unità delle due nature divina ed umana, correvano il rischio di assottigliare di tanto quest'ultima da renderla qualche cosa di simbolico (docetismo); quelli al contrario che mettevano in sodo la realtà della persona umana minavano l'intrinsecazione delle due nature. Era ben difficile trovare un punto fermo tra gli opposti indirizzi di Cirillo e Nestorio, ed i concilii stessi talvolta ebbero a contraddirsi. Non farà dunque meraviglia se la discordia rinacque nel decimosecondo secolo, e gli stessi pericoli si manifestarono, e parve novamente difficile di cansare Scilla senza incorrere in Cariddi.

Nella mente di Pietro Lombardo, il grande autore del libro delle sentenze, la cura dell'unità dell'essenza divina appare manifesta. L'essenza divina è qualche cosa di differente dalle persone, perchè l'essenza è unica e le persone sono tre. Quindi non si potrebbe mettere in luogo delle persone l'essenza, e dire ad esempio che l'essenza del Padre ha generato l'essenza del figlio, e l'essenza del figlio quella del verbo. Contro questa esposizione si levò l'abate Gioacchino, il quale pare che scrivesse un opuscolo polemico contro il grande Lombardo, accusandolo di mettere tale stacco tra l'essenza e le persone, che in luogo della trinità si dovrebbe ammettere una quaternità in Dio, vale a dire un'essenza e tre persone. L'opuscolo è andato perduto, ma le accuse sono ripetute nel primo libro del Decacordo, ove è esposta molto chiaramente la dottrina opposta a quella del Lombardo.[543]

Le tre persone, ei dice, non vanno distinte tra loro come l'ulivo, il mirto e la palma, che sono alberi di diversa natura e specie; nè tampoco come tre ulivi, che sono bensì della stessa natura, ma di proprietà differenti; nè quali tre rami impiantati nello stesso tronco, cosicchè questa rappresenti la sostanza e quelli le persone, il che tornerebbe lo stesso come ammettere una quaternità. Bisogna metter da banda codeste imagini, e prendere la similitudine da quella luce, che illumina tutti gli uomini che vengono al mondo, e dalla quale procede quel calore che tutte cose avviva. Da questa luce, che si chiama sole, promanano i raggi luminosi e calorifici, come dal Padre promana il figlio, che discese per illuminare le menti, e lo spirito per infiammarle. Tra il calore e lo splendore del sole non sai mettere distinzione, e frattanto, tu non dubiti che sien due; oh! perchè vuoi scindere la divina sostanza per credere alla trinità di Dio? Ma un errore più grave di questo è l'altro, nova invenzione dei nostri tempi, secondo il quale si dovrebbe ammettere le persone oltre la sostanza, sicchè in questa si riponga l'unità ed in quella la trinità, come se dicendo che il foco celeste e la luce ed il calore che ne promanano sieno lo stesso sole, si voglia sotto il nome del sole indicare una quarta cosa oltre alle tre.[544]

Un'altra imagine che chiarisce il mistero della Trinità è quella del Salterio dalle dieci corde. Questo strumento musicale è uno, perchè sebbene al pari di ogni corpo possa dividersi, pure ove si divida, non è più quel dato istrumento. Ma non ostante che sia uno, ha tre lati e tre vertici, e ciascuno di questi lati o corni non deve essere preso nel senso di linea, bensì di superficie. Il lato orientale è tutta la superficie in quanto prospetta sull'oriente, il lato occidentale è la stessa superficie in quanto prospetta sull'occidente, e dite parimenti del lato meridionale. Così la stessa superficie ha tre prospettive differenti, ed ecco come tre può essere uno, ed uno tre.[545]

Non discuto queste similitudini, che lasciano il tempo che trovano, nè riescono a far comprendere l'incomprensibile. Nè discuto dell'ortodossia della dottrina. Il Concilio del 1215 la condannò e S. Tommaso molto più tardi la combattè notando che se egli è vero che le tre persone hanno pari valore, non è men vero che si debba adoperare una parola per indicare ciò che esse han di comune, ed un'altra pel differente; talchè se la parola persona è tolta a dinotare le differenze, quella di essenza deve significare l'unità, e viceversa quest'ultima parola deve esser lasciata da banda quando si tratti di esprimere la differenza dei rapporti, non l'identità della natura. Quindi a ragione il Concilio respinse al pari di Pietro Lombardo la formola: l'essenza genera l'essenza.

Parrebbe dunque che fosse quistione di parole, e così giudicano i più delle quistioni teologiche; ma in verità trattasi di gravi divergenze d'indirizzo. E nessuno ad esempio può sconoscere nella teorica dell'abate Gioacchino una tendenza a dar risalto alle differenze personali a discapito dell'unità d'essenza. Per lui l'unitas ben differisce dall'unus. L'unus s'ha da attribuire all'individuo solo, laddove l'unitas si può e si deve dire di una collezione d'individui che convengano in un pensiero, o abbiano un volere solo. Un aggregato d'individui come il popolo, la tribù non si potrebbe dire uno assolutamente, come se fosse una persona sola, ma all'unus si deve aggiungere il suo sostantivo, unus populus, una plebs. Così parimenti le tre persone della Trinità, avendo un solo intelletto, un volere ed un potere possono ben dirsi unitas, unum, ma non unus se non vi si aggiunga unus deus. Sottigliezze senza dubbio; ma in fondo trasparisce chiaro l'intendimento di attribuire maggior valore alla differenza delle persone, e ridurre la misteriosa unità di natura ad una comunanza di pensiero o di volontà.[546]

Certo egli crede di restare nei confini della dottrina ortodossa, nè dubita di avere ben fondata l'unità di essenza. Chi potrebbe imaginare, dice egli, maggiore fusione del fuoco che si aggiunga a fuoco? Eppure v'ha più profonda ed intima unità, quella dello spirito che si unisce collo spirito così da formare uno spirito solo. Ma con tuttochè egli insista sull'unità dell'essenza, e nell'adoperarsi a rinsaldarla usi talvolta espressioni, che S. Tommaso farebbe sue, ciò non pertanto il suo pensiero si ferma con compiacenza sulla diversità delle persone, e sull'incompatibilità dell'ufficio che a ciascuna di esse è attribuito. Soltanto il Padre è il genitore, solo il Figlio è generato, solo lo Spirito procede da entrambi. Parimenti soltanto il Padre invia e il Figlio e lo Spirito; soltanto il Figlio s'incarna, solo lo Spirito discende in forma di colomba.[547] E per questa diversità di funzioni spetta a ciascuna persona un nome diverso; il Padre s'ha da chiamare con nome di Timore, il Figlio con quello di Sapienza, lo Spirito con quello di Carità. Il che ci spiega come il principio della sapienza stia nel timore, ed il fine nella carità. Il Padre, creando dal nulla le cose volle mostrare il poter suo, ed incutere terrore negli uomini perchè non peccassero, e non che correggere blandamente i peccatori, li ebbe a punire con terribile severità. Il Figlio invece non colla potenza debellò i superbi, ma colla dottrina della sapienza e dell'umiltà. Lo Spirito Santo infine c'inspira l'amor di Dio e dei nostri simili, così che scacciato il timore noi ci rallegriamo dell'essere liberi. E nello stesso modo che sono diverse le persone divine, sono diversi del pari i doveri nostri verso di loro. Ed a cagione del Padre-timore siamo tenuti ad obbedire; a cagione del Figlio-sapienza dobbiamo leggere; a cagione dello Spirito-carità dobbiamo cantare e pregare ed amarci come fratelli.[548]

Ma se diversi sono gli ufficii delle tre persone e diverso anche il modo come gli uomini si comportano verso di loro, egli è ben chiaro che diverso è l'influsso che ciascuna di esse ha esercitato nella storia del mondo. Secondo che gli uomini progrediscono, ed ai sentimenti del terrore sottentra la brama del sapere, e poscia l'amore del prossimo, muta il regno delle persone. Fu un tempo in cui gli uomini non conobbero se non il rigor della legge, e dominava incontrastato il Padre. A questo lungo periodo successe l'altro in cui fu scoperta la verità, sulla quale era da secoli tirato un fitto velo, fu il regno del Figlio, o dell'eterna sapienza. Ma con questo secondo periodo non si chiude il corso della storia. L'uomo teme, sa, ma non ancora ama quanto dovrebbe, e la fiamma del santo spirito non ancora scalda il suo cuore; onde è necessario che al regno del Figlio sottentri quello dello Spirito.[549]

Io non credo che questa dottrina dei tre stati sia la conseguenza di un ragionamento teologico, come parrebbe dalla nostra esposizione. Altre ragioni senza dubbio l'hanno dettata, e prima fra tutte l'invitta fede in un migliore avvenire della cristianità. Ma la dottrina della trinità se non è la progenitrice di quella dei tre stati, le ha certo fornito i migliori argomenti di una dimostrazione. A chi tanto insisteva sulla successione dei due regni del Padre e del Figliuolo dovea parere strano che fosse lasciato da parte lo Spirito. Per giustificare l'esclusione sarebbe stato uopo di provare che la terza persona non avesse un carattere così spiccato come quello del Padre e del Figlio, il che sarebbe assurdo, perchè la teologia attribuisce alle tre persone pari valore. Così pari efficacia debbono esercitare nella storia del mondo.

Quest'ultima ragione ci suggerisce due importanti considerazioni. La prima è che se l'azione delle persone è parimenti efficace, nello studio dei due regni o stati, che finora ebbero luogo, si debbono scoprire più profonde analogie di quel che si creda comunemente; e la durata del regno ad esempio dev'essere la stessa, perchè pari è l'intensità dell'azione delle due persone. La seconda considerazione è questa: che guardando bene addentro nelle due storie per iscoprirvi la meravigliosa consonanza, non solo conosceremo nella verità sua il passato, ma divineremo l'avvenire.[550] Perchè in ogni modo l'azione dello Spirito non dovrà essere da meno delle altre due persone, e conosciuto il principio ed il corso di un processo storico si può agevolmente predeterminare la fine.