Nella generazione che succede alla duodecima non trova Gioacchino un imperatore che pareggi per sapienza il corrispondente re Salomone; ma se mancò l'imperatore, non mancarono dottori della Chiesa come Ilario, Girolamo, Giovanni Crisostomo ed Agostino, che non temono il confronto del sapientissimo monarca, e riconoscono la loro scienza dall'ispirazione di Gesù Cristo, che è un altro Salomone ben più alto. Il trovato è ingegnoso![571] Nè meno ingegnosi sono i riscontri che scopre il nostro autore nella sedicesima e diciottesima generazione. Come Asa re di Giuda (II, Paral., 14, 11) con la fervida preghiera fatta a Dio mette in fuga i nemici, così Leone papa colla forza della sua parola arresta il barbaro Attila, a cui nessun braccio armato avea saputo sbarrare la via dell'eterna città. Ed a quel modo che Teodorico re dei Goti mise a morte Boezio, ed altri cristiani, il re biblico che vi corrisponde, Joram, uccise i suoi fratelli. E come al tempo di Joram fiorì il profeta Eliseo, così nell'età corrispondente cristiana visse S. Benedetto. E quest'altro raffronto è specioso: Gerico, dove Eliseo si mise a capo dei profeti, fu data in possesso ai figli di Beniamino, unica tribù, che si fuse colle altre due di Levi e di Giuda. Eliseo dunque si può dire mediatore tra queste due tribù, come S. Benedetto è l'anello di congiunzione tra i monaci greci e latini, tenendo da una parte ferma la fede di Pietro, e dall'altra abbracciando la regola dei basiliani. Il paragone è tirato su come Dio vuole, ma è importante pel giudizio che porta il nostro abate su greci e latini.[572]
E per la stessa ragione è da ricordare il confronto che fa tra il re Josia e Leone IX. Il primo non credendo che l'invito a sottomettersi, fattogli dal re egiziano, fosse ispirato da Dio, uscitogli incontro nella pianura di Nieghiddo, morì nel combattimento (II Paral., 35, 22); il secondo volle del pari non ostante la sua pietà muovere contro i Normanni e fu sconfitto. Benchè non lo dica apertamente, pure le imprese guerresche dei papi non vanno a sangue a Gioacchino, nè Gregorio VII è tenuto da lui in quella venerazione che gli tributavano i guelfi italiani. Quando parla di lui non ricorda i gloriosi fatti, ma soltanto l'esilio. A quel modo, ei dice, che Joachaz fu fatto re dei Giudei a dispetto del re egiziano Neco, Gregorio VII fu acclamato pontefice in odio dell'Imperatore. E come il re egiziano sbalzò di seggio Joachaz, elevando invece di lui il fratello Joachin; così l'Imperatore in luogo del Papa, che ebbe ad esulare in Salerno, mise l'arcivescovo ravennate col nome di Clemente. Non una parola sola di rimpianto pel gran Papa, che morendo sclamava: Dilexi justitiam, odivi iniquitatem, propterea morior in exilio. A Gioacchino, così penetrato dell'umiltà cristiana poco andavano a versi le imperatorie nature come quella d'Ildebrando, nè dubitava di porlo a riscontro con quel Joachaz, che secondo il IV Re 32 fecit malum coram Domino.[573]
A queste citazioni mi permetto di aggiungerne qualche altra importante per i giudizii che Gioacchino porta su avvenimenti di cui è stato testimone. Morto Joachin prese a regnare Jeconia, rimosso il quale dal re di Babilonia gli fu sostituito lo zio Sedechia, iniquo e pessimo uomo. Allora venne in estrema confusione il regno di Giuda, nè più secondo l'ordine di generazione regnarono i re di Giuda, ma ora il fratello, ora il nepote, ora lo zio, ora insieme e l'uno e l'altro. Lo stesso intervenne alla Chiesa, ove si vide due vescovi contemporaneamente fatti papi, e l'Imperatore combattere la libertà della Chiesa.
Tutto questo accadde durante la trentanovesima generazione al tempo di Alessandro III e Federigo Barbarossa. Nè ai successori suoi Lucio e massime Urbano III arrisero le sorti; ed anche oggi, seguita Gioacchino, portiamo le tristi conseguenze del dissidio scoppiato al tempo di Leone e di Enrico. E non senza gemito del cuore e dolore dobbiamo ripetere le rampogne di Geremia, che ben si applicano a noi, che ci diciamo cristiani e non siamo. Già da due anni era salito sulla cattedra di S. Pietro Innocenzo III, quando Gioacchino proferiva queste severe parole, e il famoso quomodo sedet sola civitas applicava alla Chiesa di Pietro, e contro gl'inerti sacerdoti volgea queste parole dei Treni: I profeti tuoi han veduto vanità e cose scempie (2, 14): Han mutato colore il buon oro fino, e le pietre del santuario sono state sparse in capo d'ogni strada (4, 1).[574] Le fortune d'Innocenzo non lo illudevano, nè alla pace, che parea dovesse finalmente arridere alla cristianità, prestava fede: ma invece nuove guerre predicea, nuove calamità, perchè essendo già cominciata col 1201 la quarantunesima generazione, non molto andrà che il secondo periodo sarà per chiudersi. E pria che spunti l'alba del nuovo giorno, gravi mali travaglieranno ancora l'umanità, come previdero i profeti del vecchio Testamento ed i veggenti del nuovo.[575]
Ora possiamo conoscere il risultato di questi faticosi riscontri. Dal paragone di generazione a generazione si cava la conclusione che siamo sul finire del secondo periodo, e che il cominciamento della nuova èra non si farà aspettare lungo tempo. Che cosa sia questa nuova èra già lo sappiamo, il regno dello Spirito, che tien dietro a quello del Figliolo. Questo terzo periodo della storia dell'umanità per un certo rispetto è già cominciato; perchè a quel modo che l'èra di Cristo fu preparata nell'ultimo scorcio della precedente, così accade dell'èra nuova, che se non dà frutti ancora, certo è germogliata da un pezzo. Quest'anticipazione noi già l'abbiamo accennata parlando di San Benedetto, che al tempo della diciottesima generazione fondò un nuovo ordine monastico, nel quale il cenobitismo greco fu innestato alla tradizione latina, e dal quale senza dubbio comincia la nuova età, in cui posto fine agli abusi del chiericato, ed eliminate le due cause principali delle discordie umane, l'orgoglio e l'avidità, sarà finalmente assicurata la pace del mondo. Nello stesso luogo abbiamo ricordata ancora la parentela che corre tra il profeta Eliseo dell'antico Testamento e S. Benedetto dei nuovi tempi. In grazia di quest'analogia l'anticipazione del terzo periodo dovrebbe scoprirsi nell'antico Testamento stesso al tempo del re Asa. Nè è strano questo doppio incominciamento, perchè il terzo periodo essendo il regno dello Spirito, che procede insieme dal Padre e dal Figliuolo, era ben giusto che mettesse capo nel vecchio e nel nuovo Testamento.[576] L'interessante è che tornino i calcoli numerici. E torneranno di sicuro, che sarà nostra cura accorciare o prolungare il tempo quanto basti. Così ad esempio come da Adamo a Cristo corrono sessantatrè generazioni, sarebbe desiderabile che altrettante ne corressero da Eliseo sino a S. Benedetto; ma se questo non è possibile, sceglieremo un altro termine, quello ad esempio in cui la regola benedettina prese nuovo vigore per opera dei cistercensi,[577] ed il calcolo torna, e possiamo con sicurezza predire che l'ora tremenda sta per sonare. Ma quando? possiamo noi sapere e l'anno e il giorno della catastrofe, o dobbiamo rassegnarci a più o meno probabili approssimazioni? Noi già notammo come Gioacchino proceda molto cauto, e soventi ricusa di addurre determinazioni precise, come si pare dai parecchi passi in cui esprime le sue dubbiezze, e a chi gli dimandi maggiore precisione di ciò che ei dice, risponde che solo Iddio sa il futuro.[578] Ma in questo punto, nella determinazione dell'anno in cui dovrà cominciare la terza età del mondo è più esplicito di quel che ci aspetteremmo.
Quando sarà per entrare la 42ª generazione Dio solo lo conosce,[579] ma quando sia per finire si può argomentare da un gran numero di prove, le une più indubitabili delle altre. In primo luogo si è già detto che stante la concordia dei due testamenti il secondo periodo deve durare in tutto 63 generazioni, e stante che 21 appartengono al periodo di fecondazione, non restano da Cristo in poi se non 42 generazioni. La generazione dev'essere presa non secondo la carne, ma secondo lo spirito. E come il Signore non cominciò ad avere figli spirituali se non a 30 anni, il che era già prefigurato nella unzione di David, e nell'iniziazione di Ezechiele, così trent'anni deve durare ogni generazione nel nuovo tempo. Saputo dunque il numero delle generazioni, 42, e la durata di ciascuna di esse, 30, basterà moltiplicare l'un numero per l'altro, e sarà determinato l'anno fatale, ovvero il 1260.[580] Il qual numero ritorna nei giorni che Elia stette nascosto,[581] in quelli che passò nel deserto la donna dell'Apocalisse,[582] e nei mesi che Giuditta restò vedova[583] e la coincidenza torna sicura. Nè fa intoppo che il terzo periodo cominci non alla metà delle 42 generazioni, che restano dopo Cristo, cioè alla 21ª, ma invece alla 16ª come dice in un altro luogo della Concordia.[584] Questi ritardi od anticipazioni non iscoraggiano l'intrepido calcolatore, al quale non torna malagevole aggiungere se occorra fino a quindici generazioni. Non disse il Signore ad Ezechia: Io aggiungerò quindici anni al tempo della tua vita? E non fece tornar l'ombra indietro per i gradi per li quali era discesa nell'orologio di Achaz, cioè per 10 gradi (IV Re, 20, 6-11)?[585] E se la serie delle generazioni secondo la carne non torna neanche dopo questi rimendi, possiamo invocarne un'altra che corra più spedita per gradi di parentela spirituale. Sta bene che Cristo discenda dai re d'Israele, ma questi alla lor volta non sono i successori dei Giudici?[586] Noi dunque possiamo movere dal primo Giudice, Moisè, e pei suoi successori Giosuè, Othonel ecc. arrivare dopo ventuna generazioni ad Asa, a quel buon re che negli ultimi anni della sua vita vide Israele in mano di Acab, l'iniquo persecutore di Elia ed Eliseo. Ormai i calcoli tornano. Perchè da Asa sino a Cristo si contano ventitre generazioni secondo Matteo; aggiuntevi le tre che questi trascura, si ha ventisei; aggiunte ancora le sedici che s'interpongono tra Cristo e S. Benedetto, si ha il famoso numero quarantadue. E sommate queste generazioni colle ventuna che furono tra Mosè ed Asa, torna il numero sessantatre, e così le generazioni tra Adamo e Cristo pareggiano in numero quelle che s'interpongono tra Moisè e S. Benedetto. Non vogliamo più oltre paragonare le due serie, nè ripetere gli artificii adoperati dall'autore per dissimularne le discrepanze, che già ben sappiamo, e quello che Gioacchino ha voluto dimostrare e la via tenuta nel dimostrarlo.
IV
Che il giorno tremendo sia prossimo, Gioacchino non pure lo dimostra dalla concordia dei due Testamenti, ma dallo studio dei segni precursori, descritti nell'Apocalisse: grandi calamità, guerre disastrose, scismi ed eresie, e finalmente più terribile di tutti l'Anticristo. Molti di questi segni secondo Gioacchino erano già visibili, e se gli uomini non se ne addavano ancora, si doveva allo scarso studio che facevano delle antiche rivelazioni in confronto delle condizioni presenti. A codesto studio si mette il Profeta con ardore. L'Apocalisse è giustamente prediletta da quanti affatica l'ansioso problema dell'avvenire; ed a chi si compiaccia d'interpetrare allegorie, nessun libro nè nel nuovo nè nel vecchio Testamento offre materia più copiosa. Era dunque ben naturale che Gioacchino ne desse una minuta esposizione, interpetrandolo e commentandolo dalla prima all'ultima parola, e dappertutto scoprisse segni di verità arcane, anche dove il senso letterale è pianissimo, e diventa oscuro solo quando se ne sospetti altro più nascosto.
Così sin dalla prima pagina alla dimanda: perchè l'Evangelista mandi il suo scritto alle sole sette Chiese dell'Asia minore, mentre egli più degli altri apostoli suole volgersi a tutti i fedeli,[587] l'espositore risponde: perchè queste sette Chiese non si debbono prendere nel senso proprio ma nel metaforico. La concordia tra il vecchio e nuovo Testamento c'insegna che come dodici furono le tribù del popolo eletto, così dodici sono le Chiese principali fondate sugli albori del Cristianesimo. Queste dodici si dividono in due gruppi, uno di cinque l'altro di sette; il primo comprende le Chiese di Gerusalemme, Antiochia, Alessandria, Costantinopoli e Roma; l'altro gruppo abbraccia le sette Chiese dell'Asia minore. Ed a ragione l'Apocalisse non nomina se non queste ultime, perchè le prime cinque simboleggiano l'età, che precorsero Cristo, le ultime invece quella, che da lui comincia.[588] Potrebbe fare intoppo che il periodo precristiano si partisca in cinque e non in sei o sette periodi come si disse più sopra. Ma a questa difficoltà è subito rimediato. Le cinque Chiese corrispondono a cinque tribù d'Israele, Ruben, Gad, Manasse, Effraim e Giuda. La terza di queste tribù fu suddivisa in due parti, una restò al di qua del Giordano e l'altra passò oltre. Così le cinque tribù diventano sei, e ben rappresentano le sei età del periodo precristiano. Le prime tre, dimoranti all'oriente del Giordano, rappresentano il sorgere del genere umano, le generazioni che si succedono da Adamo sino a Mosè, sino cioè allo stabilimento della legge; le altre tribù, che restano al di qua del Giordano, rappresentano le generazioni succedute a Mosè sino a Cristo, cioè il periodo post legem. Dei figli d'Israele Ruben perdette ogni diritto di preferenza per aver contaminato il talamo di suo padre (Gen., 49, 4), ed a Giuda invece s'inchineranno i suoi fratelli, e dalla sua tribù non sarà rimosso lo scettro (Ivi, 8, 9); così le generazioni posteriori allo stabilimento della legge, furono più accette a Dio delle precedenti, che spesso l'obbliarono; e parimenti la Chiesa di Roma andò innanzi alle altre che la precorsero, e meglio di loro serbò il tesoro della tradizione. Queste coincidenze meravigliose ci tolgono ogni dubbio che le cinque Chiese rappresentano le cinque o meglio le sei tribù, e per esse le sei età che precedono Cristo. Le rimanenti sette Chiese o sette tribù debbono dunque rappresentare le età che lo seguono, vale a dire il lungo periodo che da Cristo arriva sino ai giorni di Gioacchino. Quest'ultimo periodo poi si suddivide in sette, e non in sei o cinque, per due ragioni evidentissime: la prima che a tal modo si compie il sacro numero dodici, la seconda perchè prima di Cristo erano ben pochi i fedeli ed appartenenti ad una sola nazione, dopo Cristo son molti e di tutte le nazioni, e ad una turba così numerosa Giovanni ha da volgere la parola per aprirle il segreto dell'avvenire.[589]
Dopo questa interpetrazione non farà meraviglia che in quei pochi luoghi dove Giovanni spiega da sè medesimo il senso delle sue allegorie, il nostro autore non gli creda, e l'interpetre stesso e la spiegazione addotta intenda come una nuova allegoria. Ormai si monta di nube in nube, e la terra sempre più sfugge allo sguardo. Così quando in fine del primo capitolo si legge che le sette stelle son gli Angeli delle sette Chiese, e i candelieri d'oro le Chiese stesse (Ap., I, 20), non dobbiamo intendere tutto questo alla lettera, a quel modo che non bisogna intendere alla lettera la spiegazione, che Giuseppe recò del sogno di Faraone. Perchè Giuseppe che spiega i sogni e distribuisce le vettovaglie è il simbolo dell'ordine contemplativo, che svela gli arcani e distribuisce le grazie spirituali. Ed i sette anni grassi rappresentano le età del Vecchio Testamento, nelle quali si fece incetta del grano delle sacre parole, e gli anni magri si riferiscono all'età nostra povera di nuove rivelazioni, ma studiosa interpetre delle antiche. Non dimandiamo come si dicano magri i tempi del Cristianesimo in paragone, per giunta, non dell'avvenire, ma del passato giudaico; sarebbe ingiusto richiedere esattezza e coerenza in tanta mobilità d'interpetrazioni. Notiamo solo che per le sette stelle ed i sette candelabri non si debbono intendere, come parrebbe, le sette partizioni dell'èra cristiana, bensì i sette doni dello Spirito Santo. Infatti, dice Gioacchino, le stelle poste alla destra di Gesù, raffigurano qualche cosa di cui si riconosca l'eccellenza su Gesù medesimo. E certamente lo Spirito si vantaggia sul Verbo di quanto la pienezza e gioja dell'amore sovrasta sulle angustie della scienza; talchè non lo Spirito ma il Verbo s'incarna ed assume le sembianze del servo, e del servo porta le fatiche e le stanchezze; alla libertà dello Spirito invece perfino l'apparenza del servaggio ripugna. Questo significato delle sette stelle ha tanto valore che si estende alle Chiese, contraddicendo alla spiegazione precedente. Secondo questa nuova interpetrazione cinque delle dodici Chiese s'hanno a riferire non più al padre, bensì al figliuolo, del quale rappresentano le cinque opere principali: la nascita, la passione, la risurrezione, l'ascensione e l'invio del Paracleto; le altre sette naturalmente anzichè il figliuolo rappresentano lo Spirito ovvero i suoi sette doni.[590]