Questa nova età di pace e di amore Gioacchino la presente vicina, perchè fra non molto l'uomo sarà del tutto purificato, e svellerà dal suo cuore gli affetti egoistici; nè vi sarà più lotta pel mio e pel tuo, e dei beni mondani tutti faranno quel conto che meritano, nè sarà pregiata la ricchezza, come nei periodi precedenti, ma invece la povertà.[620] Non era certo una cosa nova questa della povertà. Il Vangelo, come è noto, fulmina contro i ricchi quelle terribili parole: È più facile che un cammello entri nella cruna d'un ago, che un ricco nel regno dei cieli. Ma altro è parlar di morte, altro il morire; e durante tutto il periodo cristiano non solo i laici, ma i preti, e non pure i preti ma i frati si sono mostrati non meno avidi dei loro predecessori. E di tutte le guerre medievali, a cominciare dalle grandiose tra Chiesa e Impero alle minutissime tra una casa di frati e un'altra, non piccola parte delle loro ragioni la ripeteano dal tornaconto offeso. E pure quanto più crescea l'avidità delle ricchezze, altrettanto pel solito contrasto si facea più calda ed insistente la predicazione della povertà. Nella riforma, che Gioacchino fa dell'ordine suo, non entra l'obbligo della povertà; ma secondo lui quello che non poteva farsi al tempo suo, facente parte ancora del secondo periodo, sarebbe accaduto di certo nell'avvenire.[621] Quest'obbligo della povertà sarà imposto ai soli conventuali o agli uomini tutti? Nè Gioacchino, nè i seguaci suoi par che abbiano inteso parlare se non dei monaci soli; ma certo non è escluso che la società tutta diventi un vasto cenobio. Anzi sarebbe necessario che divenisse, perchè il terzo periodo è tenuto per un'età di perfezione, e la perfezione non può ottenersi se non in una vita cenobitica, in cui fossero abolite le classi, gli onori e le supremazie sociali. Tutti sarebbero pari allora non nelle ricchezze, che nessuno pensa ad accumulare, bensì nella povertà, e cesserebbero per tal guisa le invidie e le gelosie. Curioso modo di risolvere il problema del pauperismo, se mai fosse surto al tempo di Gioacchino!
Per compiere il ritratto del tempo futuro ci resta un sol tratto, la castità. Certo a quel modo che nel lontano avvenire saranno spente le cupidigie e le ambizioni, così anche gli appetiti sensuali, ed un'altra fra le molte ragioni delle discordie tra gli uomini sarà eliminata. Non v'ha dubbio che dovrà succedere codesto nel terzo periodo. Gli uomini, da carnali che erano nei periodi anteriori non saranno divenuti spirituali? E la castità non è uno dei doni più spiccati dello Spirito santo? Chi è tutto penetrato dell'amore del cielo può far posto ad amori terreni?[622] Anche qui si nota un progresso notevole dall'Ebraismo a' nostri giorni. Secondo il Vecchio Testamento aveano tutti diritto di tor moglie non solo, ma più mogli financo. Nel Cristianesimo si proibisce la poligamia, il matrimonio si permette ai laici, ma si vieta ai preti, facendo talvolta qualche eccezione; ai monaci poi è negato risolutamente. La riforma infine ed il miglioramento dei secoli avvenire starà nel rinforzare la disciplina, rendere più rigorosa la castità. Ma anche qui si può chiedere se questo divieto assoluto del matrimonio riguardi i preti e i frati soltanto, o tutti gli uomini. E la risposta sarebbe più imbarazzante ancora; perchè se nel terzo periodo gli uomini fossero divenuti così spirituali da non pensare a perpetuarsi, la generazione posteriore a Gioacchino sarebbe stata l'ultima della specie. Ma guardiamoci dal dare ai concetti di Gioacchino maggiore determinatezza di quel che comportino. L'avvenire si mostra a lui sotto un colore fortemente ascetico, nè altra immagine gli soccorre a raffigurarlo fuori del cenobio. Ma più di questo non gli chiedete, che per quanto lo dicano profeta, il futuro non è meno per lui che per gli altri uomini ricoperto di nebbia densissima.
VI
Qual'è l'origine della dottrina che più tardi fu detta gioachimita o gioachita? Il Renan fu il primo a sostenere che se ne debbono cercare le origini nella Chiesa greca. L'abate Gioacchino, ei dice, per tutta la sua carriera fu nei rapporti più intimi colla Grecia. La Calabria, dove egli visse, e dove la sua scuola si continuò per una tradizione appena interrotta, era un paese per metà greco. I suoi principali discepoli, i redattori della sua leggenda, i personaggi profetici, coi quali lo si mette in rapporto, sono greci. Egli stesso viaggia in Grecia più volte per adoperarsi in favore della riunione delle due Chiese, e codesta riconciliazione è il pensiero dominante di tutti coloro che seguono la sua dottrina. Giovanni da Parma passa molti anni presso i Greci, e al termine della sua vita voleva andare a morire tra loro. Tutta la scuola dell'Evangelo eterno da Gioacchino a Telesforo di Cosenza alla fine del secolo XIV non ha se non una sola voce per proclamare la Chiesa orientale superiore alla latina, e meglio preparata alla futura innovazione. Coll'ajuto dei Greci trionferà la riforma della Chiesa carnale dei latini, e questa riforma non sarà altro se non un ritorno alla Chiesa dei Greci.[623] Cotesto è in parte vero, nè si può dubitare che la Calabria fino al tempo di Gioacchino fosse un paese quasi greco. Dacchè Narsete la rivendicò all'Impero fino ai Normanni questa estrema provincia d'Italia rimase sotto l'amministrazione di ministri greci. L'invasione longobarda fu qui arrestata nel suo corso vittorioso, nè i Carolingi vi miser piede, e gli stessi Saraceni, che tra il nono e il decimo secolo fondaronvi qualche colonia, non bastarono a ridurre in loro potere tutta la contrada. E in meno di un anno nell'ottocento ottantacinque per opera del valoroso Niceforo tutte le Calabrie tornarono sotto il governo imperiale. Nello stesso tempo l'imperatore Basilio il Macedone, affrancati tremila schiavi, li mandò a ripopolare alcune terre di Puglia e Calabria desolate nella guerra dei Musulmani,[624] e così greco sangue si mescolò al calabrese, e la lingua greca, già da gran tempo lingua ufficiale del paese, fu anche popolare, ed in greco si scrissero non pure gli atti pubblici, ma benanco le magre cronache, principalmente le agiografie. Nè questo è tutto; fin dal tempo di Leone l'Isaurico, quando scoppiò il movimento iconoclasta, furono sottratti al Papa e messi sotto la giurisdizione del Patriarca di Costantinopoli i vescovati della Sicilia, della Calabria e della Puglia. E per rendere più docili a questo mutamento i vescovi, s'innalzarono ad arcivescovati le sedi di Reggio, S. Severina, ed Otranto. E l'arcivescovo di Reggio, da cui dipendevano tredici suffraganei, fu detto primate della Calabria, come nella novella di Leone il Filosofo dell'anno 887. Più tardi, quando la Chiesa greca ruppe apertamente contro la latina, il patriarca di Costantinopoli Luitprando con editto del 968 impose alle chiese di Puglia e Calabria in luogo del rito latino il greco. Alcune chiese resistettero, ma non poche obbedirono, e molte conservarono il rito greco, anche quando dopo la conquista normanna ritornarono sotto la giurisdizione di Roma.[625] Così le diocesi di Bova ed Oppido, l'arcivescovato di S. Severina[626] e più di tutte la chiesa di Rossano, ove nel 1092 fu ben scelto un vescovo latino, ma gli abitanti non vollero accomodarsi al cangiamento del rito, e tanto s'adoperarono presso Ruggiero, che l'accorto duca acconsentì alle loro dimande, ed il rito greco visse indisturbato fino al 1460, in cui il vescovo Matteo dei minori osservanti lo mutò nel latino.[627]
A conservare il rito e la tradizione greca concorsero i basiliani, venuti in Calabria al tempo delle persecuzioni iconoclastiche. Cotesti frati si possono dire i precursori di Gioacchino, e parecchi di loro vennero parimenti in riputazione di santi e di profeti. Nè sarà inutile raccontare brevemente la vita di qualcuno tra loro per conoscere più da presso l'ambiente nel quale visse l'abate calabrese.
La regola di S. Basilio, più rigida della benedettina, prescriveva una vita austera, nè poneva inciampo che qualche frate seguisse le tracce degli antichi anacoreti. Per tal guisa i basiliani acquistarono ben presto gran credito presso il popolo, e la loro autorità crebbe grandemente nei tempi così trepidi e burrascosi delle incursioni seracinesche, talchè di parecchi fra loro, che colla loro parola ispirata incuoravano i fedeli nella guerra santa, è rimasta viva la tradizione in Calabria. Tuttora si venera nel Monteleonese S. Leoluca o Leone Luca da Corleone in Sicilia, un monaco basiliano che all'appressarsi dei Saraceni fuggì in Calabria nel monastero di Mula presso Cassano, ne diventò più tardi abate, e fondate case filiali a Vena e Monteleone morì intorno al 900.[628]
Più famoso ancora è un altro basiliano, siciliano pur lui, da Enna o Castrogiovanni, e chiamato Elia il giovane. Fornito del carisma profetico, previde a dodici anni che i Saraceni sarebbero entrati nel castello di S. Maria, ove la sua famiglia s'era rifugiata, e perfino i nomi di quelli che sarebber caduti nella mischia seppe dire; ma pur troppo non previde che egli stesso sarebbe stato preso dagl'infedeli, e per ben due volte di seguito. La prima par che fosse stato ricompro e liberato da un cristiano; ma la seconda fu menato in Egitto, dove a quel che narra il biografo ebbe a patire la sorte del casto Giuseppe. Certo è che ben presto chiarita la sua innocenza, fu lasciato partire per la Palestina, ove prese l'abito monacale dalle mani del patriarca Elia, di cui tolse puranche il nome. Dopo tre anni di soggiorno nei luoghi santi, fallitogli il disegno di recarsi in Persia, si fermò per poco in Antiochia. E di là saputo che un'armata bizantina comandata da Basilio Nasar moveva a combattere i Saraceni, fece ritorno in patria, ove riprese le sue profezie e predisse ai Reggini la sconfitta che avrebbero patito i Musulmani, già rotti una volta presso le coste dell'Ellade. Restaurate le sorti delle armi nemiche fuggì di nuovo in Oriente col compagno Daniele, che in Taormina gli s'era messo ai fianchi. Riparò prima nel Peloponneso, e di là in Corfù, dove gli era più agevole tornare alla sua diletta Calabria. E vi tornò, ed in un luogo presso Capo dell'Armi, detto Saline, fondò un convento basiliano; ma ben presto dovè riprendere la via dell'esilio per campare dal furore dei Musulmani, che disfatto nell'888 il navilio imperiale a Milazzo, minacciavano Reggio. Eccolo di nuovo a Patrasso nel Peloponneso, donde posate le armi approdò di nuovo in Calabria, ed in luogo più sicuro, sul vertice del monte S. Elia, tra Palmi e Seminara, fondò un altro monastero basiliano. Di là, chiamato dall'imperatore Leone partì ancora una volta per l'Oriente, ma arrivato a Tessalonica le forze gli vennero meno, e morì nelle braccia del suo fido discepolo.[629]
Questo eroico cenobita, che non trova mai posa, è come rappresentante di una forte generazione di Calabresi e Siciliani, che fan da mediatori tra l'Oriente e l'Occidente, e s'adoperano a comporre i dissidii dei due centri cristiani per rivolgere concordi le forze contro gl'invasori musulmani. Ed a questo fine lavora un altro Elia, da Reggio, detto Speleota dall'amore che porta alla vita solitaria, anche lui fuggente nel Peloponneso dall'ira dei Saraceni, anche lui dotato dello spirito profetico, tal che predice la morte del patrizio Bizalone ribellatosi all'Imperatore intorno al 920. Succeduto ad Elia juniore nella direzione del convento presso Palmi, vi morì intorno al 960.[630]
Discepolo di Elia Speleota è un Luca da Demona in Sicilia, che lasciato il convento basiliano di S. Filippo d'Argira, ove era entrato giovanetto, recossi in Calabria dal santo eremita, il quale divinate le buone disposizioni del novizio, lo mise a parte della sua scienza. Venuto anche in possesso dei doni profetici, previde nuove incursioni dei Saraceni, dalle quali riparò in un luogo, posto a confine tra la Calabria e la Lucania, detto Noja. E dopo essere stato ivi per ben sette anni, venne ad un vecchio e diruto convento di S. Giuliano presso il fiume Agri. Di là all'appressarsi di Ottone I, che muoveva contro l'imperatore Niceforo nell'anno 968, fuggì coi suoi sulle montagne delle Armi in Lucania, ed ivi fondò un nuovo monastero detto Armento. Su questo ermo sito ei si teneva sicuro, e non a torto, chè neanco riuscirono ad espugnarlo i Saraceni, contro i quali uscito animosamente con i più validi dei suoi monaci li mise in fuga. Morì sul cadere del secolo decimo nel 993.[631]
Taccio di altri due santi basiliani, a cui la tradizione non attribuisce la virtù profetica, S. Vitale da Castronovo morto nel 994 e S. Filareto morto verso il 1070. Ma ben dirò di S. Nilo, forse il maggiore di cotesti profeti, nato verso il 903 in Rossano, città, dice il cronista, a tutti nota, perchè la sola che finora sia sfuggita all'ira dei Saraceni. L'amore della vita ascetica ben tardi si accese nel suo petto, ma così fervido che fattosi frate nel convento di S. Nazario, non che convivere cogli altri si ritrasse in luogo alpestre e solitario, dove in compenso delle aspre mortificazioni gli parea di vedere l'invisibile, e gli si facea presente l'avvenire. Testimone di una incursione saracinesca del 951, indarno preveduta dall'amico suo Fantino, ed appena scampato da un'altra posteriore per essersi riparato in Rossano, ei predicea che ne sarebbero accadute altre più terribili, e distoglie lo stratego Basilio dal costruire un oratorio, che ben presto sarebbe disfatto dalle orde nemiche. Nè mal s'appose, chè i Saraceni vennero di nuovo, e benchè S. Nilo avesse ricevuta dall'emiro Abu-l-Kasem una lettera piena di rispetto, pure non si tenne sicuro, e lasciata per sempre la Calabria, riparò nel principato di Capua, ove ebbe lieta accoglienza dai frati di Montecassino dapprima, e poscia da quelli di Valle Lucia.