Non racconteremo più oltre la sua vita, nè diremo dei conventi basiliani, che ei fondò a Gaeta e Grottaferrata. Ma toccheremo soltanto di quello che a noi più preme, dei discorsi che tenne in Montecassino, e le profezie che in quegli anni gli si attribuiscono. In quanto alle dispute ben s'intende che doveano essere ben frequenti tra gli ospiti benedettini, seguaci del rito latino, ed il frate basiliano che non ismetteva l'abito e l'uso greco; ma egli avea la risposta pronta ad ogni obbiezione. A chi forse menomava il valore della vita solitaria, che molti basiliani amavano di menare, ei rispondeva che l'eremita non era più uomo, ma uno di questi due, o angelo o demone. A tale, che rimproverava i Greci di non digiunare il sabato a simiglianza degli antichi Ebrei, ei diceva che il digiunare di sabato era comune puranco ai Catari. Tutte le difficoltà che gli si faceano sui punti più scabrosi della Bibbia risolveva, come più tardi Gioacchino, con una interpetrazione allegorica, che salvava lo spirito sacrificando la lettera.

Più notevoli sono le sue profezie, o le minacce che coll'accento risoluto del profeta non temeva di volgere contro i grandi, principi o pontefici che fossero. Alla principessa di Capua, accusata di avere instigato il proprio figliuolo all'uccisione di un cugino, che poteva contrastargli il trono, disse ben alto: non bastare le orazioni e le elemosine ingiuntele dal vescovo a lavarla dal suo peccato; bensì dovere in espiazione della sua colpa consegnare l'uccisore alla famiglia dell'ucciso, e le predisse che nessun rampollo della sua casa reggerebbe più le sorti di Capua. All'abate di Montecassino, seduto a tavola tra suonatori di cetra, predisse che non passerebbe molto tempo che il principe capuano, venuto a lotta con lui, gli farebbe cavare gli occhi. Le profezie non saranno state così determinate, come ex eventu le sa dire il biografo; ma io non dubito dell'ardimento del santo, che in altra occasione seppe tenere non meno aspro linguaggio collo stesso Papa e coll'Imperatore. Trattavasi di un conterraneo, di Filogato da Rossano, che venuto in grazia dell'imperatrice di Costantinopoli, diventò prima vescovo e poi papa in opposizione di Gregorio V. Pare che S. Nilo avesse dissuaso l'amico suo dal provocare uno scisma, che sarebbe tornato e alla Chiesa ed a lui stesso di grandissimo danno; ma quando seppe l'antipapa caduto, e cacciato in fondo di una prigione dopo essergli stato barbaramente mozzo il naso e la lingua, e cavati gli occhi, non stette alle mosse e partì per Roma. Dal Papa e dall'Imperatore impetrò il perdono del vinto, che oramai non poteva recare più nessun danno, e pare che l'uno e l'altro glielo promettessero. Ma qual ne sia stato il motivo, vennero meno alle promesse, e l'infelice antipapa così malconcio e vestito dei paludamenti pontificali fecero trascinare alla coda di un asino per le vie di Roma. Tonò contro l'osceno spettacolo il nostro santo, e predisse al Papa ed all'Imperatore che Dio non avrebbe perdonato loro, come essi non perdonarono al vinto nemico. Questo ardito linguaggio non è insolito in tempi burrascosi, e la fama del santo era così diffusa, che non sarebbe stato prudente recargli offesa. Certo che ei seguitò a fondare nuovi sodalizii, e grave d'anni morì verso il 998, mentre si costruiva il convento di Grottaferrata, che in seguito sarà il centro dell'ordine basiliano.[632]

La vita di S. Nilo mostra quanta importanza abbiano avuta i monasteri greci della Calabria nel secolo decimo. E seguitarono ad averla nei secoli posteriori sotto i Normanni, i quali non pure restaurarono i conventi rovinati dai Saraceni, ma altri non pochi ne crearono di nuovi. Ed i privati emulavano in ardore i governanti, talchè secondo il Barrio a mille ammontarono i conventi basiliani del continente, ed a cinquecento quelli di Sicilia. Celebre fra tutti fu il monastero di S. Salvatore presso Messina, fondato dal conte Ruggero ed ampliato dal figliolo. A capo di questo insigne convento fu messo S. Bartolommeo da Simmeri presso Catanzaro, già abate del monastero di Patire presso Rossano. La vita di S. Bartolommeo non differisce gran fatto dalle altre di santi basiliani. Dotato anche lui di spirito profetico, fondò un nuovo convento, forse quello di Patire, ed avutane l'approvazione da Pasquale II (1099-1118), ne divenne abate. Più tardi si recò dall'imperatore Basilio per promovere la desiderata concordia tra greci e latini, e rifiutata un'abbazia nella capitale bizantina tornò in Calabria, e da Ruggero, come dicemmo, fu fatto archimandrita, perchè il convento di S. Salvatore, al quale fu preposto, esercitava giurisdizione su 44 conventi. Morì nel 1130.[633]

Codesti santi basiliani sono i veri precursori di Gioacchino. Tutti menano al pari di lui vita di stenti e di fatiche, e tormentano spietatamente il loro corpo per dare più libero volo al loro spirito. Tutti amano al pari di lui la solitudine, e si ritraggono negli alpestri silenzii di un eremo, ove a poco a poco per opera loro sorgerà un nuovo cenobio, di regola ognor più stretta e severa. Ma e nell'eremo e nel cenobio tutti questi santi spendono la loro vita tra lo studio dei libri sacri e le frequenti salmodie, e la mente educata in questi severi esercizii levano alle mistiche contemplazioni, ove par che si squarci il velame del futuro. Dal più al meno codesti padri basiliani sono dotati del carisma profetico, e nei giorni angosciosi delle incursioni saracene, ai popoli minacciati negli averi, nella libertà e nella fede, fan sentire la loro voce ispirata, che or promette la vittoria per incoraggiare la resistenza, or predice nuove sventure per indurre il pentimento dei proprî falli.

Su questa via aperta dai basiliani fece gran cammino l'abate calabrese. E se ai suoi tempi non si temevan più le incursioni saracene, gli animi non erano meno agitati da paure, nè l'avvenire si mostrava men fosco ai chiaroveggenti. Gl'infedeli erano stati disfatti; ma i Cristiani seguitavano a battagliare tra loro, e con alterna fortuna Svevi e Normanni si contrastavano il dominio della Sicilia. D'altro canto la Chiesa e l'Impero eran di nuovo tornati alle offese, e contro il Papa dei Guelfi si levava il Papa dei Ghibellini, e tra queste scissure si faceva largo l'eresia, una d'intento, benchè diversa nei nomi e dogmi. Così tra gli scismi, l'eresie, le guerre, le calamità rinasceano le paure dei millenarii, che di un mondo così tormentato prevedeano imminente la fine. E tornavano in onore gli scritti profetici, da gran tempo dimenticati, talchè nel 1142 un Gaufrido di Mounmouth tradusse dall'antico brettone in latino alcune profezie del bardo o mago Merlino; ed altre ne tradusse per incarico di Roberto, vescovo di Oxford, quel Giovanni di Cornovaglia che nel 1170 scrisse un elogio di papa Alessandro III. Ed intorno a codeste profezie un grave scrittore, Alano da Lilla, che è disputato se sia il dottore universale, non disdegnò di comporre un lungo commentario. Non è da meravigliare, scrive questo grave commentatore, che un bardo forse pagano, o almeno non fervido cristiano, abbia sortite queste virtù profetiche, perchè anche le Sibille ebbero tali virtù, ed una di esse predisse l'avvenimento del Signore. Nè ci sarebbe da ridire se Merlino fosse nato da una vergine e da un incubo, perchè anche Perizione ebbe da Apollo il suo figliolo Platone, ed a quel che afferma Apulejo tra la luna e la terra errano spiriti, che assumono talvolta la forma d'incubi. Tanto era viva in quel tempo la fede nei profeti, tanto bisogno si sentiva delle profezie![634]

L'abate Gioacchino non è dunque una manifestazione isolata. E prima e dopo di lui viveano altri veggenti come quel S. Cirillo, priore dei Carmelitani, morto intorno al 1224, che secondo un'antica biografia celebrando la messa, vide in una nube un angelo che reggea due tavole d'argento scritte in caratteri greci, tavole che recate dal cosentino Telesforo all'abate Gioacchino furono da lui dottamente interpetrate e commentate.[635] Tutto questo racconto è un tessuto di errori cronologici, ed evidentemente apocrifo è il commento alle profezie di Cirillo, attribuito a Gioacchino. Ma siffatta tradizione mostra come la letteratura profetica traesse sempre novo alimento dallo scambio d'idee tra l'Oriente e l'Occidente, che durava tuttora per opera dei frati calabresi.

Per tutte queste ragioni ben si comprende come Gioacchino, che cammina sulle orme dei basiliani, debba fare grandissimo conto della Chiesa orientale in paragone della romana, nello stesso modo che mette S. Giovanni, rappresentante secondo lui la Chiesa greca, al di sopra di S. Pietro, fondatore della romana. E si comprende altresì come apprezzi lo studio, che i Greci faceano dei libri sacri con maggiore cura ed assiduità dei preti latini, e del loro metodo d'interpetrazione allegorica si faccia continuatore. E lodi assai la preferenza data dai Greci alla vita contemplativa in confronto dell'attiva ed al canto corale a paragone della semplice lettura, e levi a cielo la vita faticosa ed aspra, che menano i cenobiti greci di molto superiori ai molli frati latini.[636] Ma se per questi rispetti tiene la Chiesa greca superiore alla latina, per altri la stima assai da meno, come ad esempio per la tolleranza del matrimonio dei preti.[637] E perciò Gioacchino veste l'abito monacale in un convento di benedettini, non di basiliani, e da Benedetto fa cominciare il terzo periodo dell'umanità, non da Basilio. E benchè la dottrina dello Spirito santo insegnata dalla Chiesa greca rispondesse meglio al suo proposito di attribuire eguale efficacia alle tre persone, pure la rifiuta, nè soltanto ammette la doppia processione, ma se ne serve, come vedemmo, per ispiegare l'anomalia di certi riscontri storici. L'influsso della Chiesa greca in Calabria se dunque può rendere ragione di alcune parti della dottrina di Gioacchino, ne lascia inesplicate molte altre. Gioacchino dalle scuole basiliane potè ben ricavare l'interpetrazione allegorica della Bibbia, potè sulle orme dei santi basiliani divenire un profeta anche lui; ma quella ingegnosa filosofia della storia, che sulle tracce del passato gli fa scoprire le vie del futuro, ei non la trova nè nelle scuole basiliane, nè nelle bizantine. Nè alcun contemporaneo od eremita o filosofo o profeta era arrivato sino a questo punto.

Io son d'avviso, che la dottrina di Gioacchino si connetta strettamente col Catarismo. Che Gioacchino conosca i Catari è fuori di dubbio. Dall'esposizione abbiamo già veduto come egli applichi a questi eretici quel che dice l'Apocalisse dei falsi profeti, che saranno per precedere la fine del mondo. Ma se rifiuta la parte dommatica della loro dottrina, se quel loro dualismo gli ripugna, e peggio ancora quella critica dei dommi cristiani, che fanno sulla scorta della ragione, e quella loro concezione docetica di Cristo e di Maria, non pertanto va d'accordo con loro nelle applicazioni etiche. Quell'ascetismo esagerato, che nega ogni valore alla terra, ed ogni diritto al corpo; che ingiunge la più rigorosa astensione dal nutrimento animale, e dichiara colpevole ogni piacere od affetto terreno; quell'ascetismo che volentieri distoglierebbe gli uomini dalla procreazione, e vedrebbe con gioja la fine del mondo, non è dubbio che risponde ai più intimi convincimenti di Gioacchino. Nè hanno tutti i torti, secondo lui, i Catari di mordere il clero cattolico, che mena vita intemperante e fastosa, e semprepiù si allontana dall'ideale ascetico,[638] ed anch'egli, come vedemmo, non risparmia preti e frati, ed è d'avviso che ormai la corruzione dei cristiani è venuta a tale, da essere imminente una innovazione radicale nelle pratiche e nei costumi. I mali estremi sogliono essere il segno di una età che si chiude e di un'altra che comincia; perchè in quel periodo faticoso di dissoluzione e di preparazione, pare che sia perduta ogni legge, ed è perduta nel fatto ma per far posto ad un'altra. E Gioacchino al pari dei Catari desidera e presente vicina una radicale mutazione non nei dommi o nelle dottrine, come pretendono essi, bensì nella disciplina e nelle pratiche del cristianesimo.

E questa previsione, a cui s'informano tutte le sue opere, ei l'attinge da quello stesso metodo d'interpetrazione biblica, che solevano così largamente adoperare gli eretici, la spiegazione allegorica. Certo per un verso Gioacchino è l'antagonista dei Catari, e se quelli scoprono ripugnanze e contraddizioni tra i due Testamenti, questi invece ne dimostra in un libro speciale le armonie. Ma la stessa opposizione mostra fra loro una certa parentela; e Gioacchino ben concede che ove si prendano alla lettera i libri sacri, l'opposizione è innegabile, e secondo lui la concordia nasce solo quando s'intenda l'antico Testamento non per quello che fu, ma quale anticipazione del Nuovo.[639] I Catari avrebbero potuto accogliere questa interpetrazione, e lavorando di allegoria anch'essi trovare non pure nel Nuovo Testamento, come erano usi, ma anche nel Vecchio i germi delle loro dottrine. E nel risultato finale agevolmente si sarebbero trovati d'accordo con Gioacchino, perchè anch'essi si credevano uomini spirituali di contro a quelli, che tanto tenevano alla lettera dei due Testamenti; ed anch'essi al battesimo dell'acqua volevano sostituito quello del fuoco, ed il loro Consolamentum stava appunto nell'accogliere entro l'anima, pressochè sciolta dai vincoli del corpo, la pienezza del Santo Spirito.

Tutti questi riscontri mettono fuor di dubbio la profonda rassomiglianza tra le dottrine catare e le gioachimite, ed anche qui troviamo confermata l'ipotesi fatta al principio dei nostri studii, secondo la quale dal Catarismo per successive restrizioni o attenuazioni sono provenute tutte le altre eresie medievali. Certo Gioacchino, che si credeva e dichiarava apertamente cattolico, avrebbe energicamente protestato contro chi l'avesse messo a pari cogli eretici; ma di quanto s'allontanino dalle tradizionali le dottrine gioachimite lo mostreranno nel fatto le sètte, che saranno per abbracciarle. E che queste nuove eresie si riannodino per occulti fili alla catara lo prova luminosamente un riscontro storico, che forse parrà strano ma non è meno evidente. La dottrina dell'abate Gioacchino ha molti punti di rassomiglianza col Montanismo. I Montanisti si davano per profeti, nè parlavano se non per ispirazione dello Spirito Santo. L'uomo, dice Montano, si riferisce al Santo Spirito come la lira all'arco che ne cava i suoni.[640] Certo v'ebbero profeti e nell'antico e nel nuovo Testamento, perchè sempre lo Spirito Santo ispirò alcune anime elette; ma da ora in poi l'azione dello Spirito è continua ed il profetismo non è più il fiore, bensì la radice della vita religiosa, nè soltanto i fondatori della nuova dottrina, ma tutti quelli che vi credono s'hanno a dire uomini spirituali o pneumatici, a differenza degli altri, che sono soltanto psichici.[641] Codesta nuova profezia non distrugge la dottrina cristiana, ma la compie e l'integra, perchè il Paracleto secondo Tertulliano non è institutore, ma restitutore. Nella natura, sèguita il grande Apologista, è dapprima il seme, poi la radice, il fusto, i rami, le foglie, le gemme, il fiore, infine il frutto che per gradi si matura. Così la giustizia umana cominciò dal temere Dio, quindi per la legge e i profeti venne alla fanciullezza, di poi per l'evangelio vigoreggiò da giovane, ora per mezzo del Paracleto arriva alla maturità. Codesta maturità o perfezione sta nel rinvigorire la disciplina della Chiesa, nel tenere in grande onore la verginità, sicchè non pure si vietino le seconde nozze, ma benanco le prime si permettano solo come un male necessario; nel rintuzzare gli appetiti della carne per mezzo di più severi e frequenti digiuni; nel rinunziare al mondo e con gioja andare incontro al martirio. Senza dubbio codesto è un ascetismo rigoroso che mena diritto alla distruzione del mondo. Nè lo negano i Montanisti, i quali sono pure chiliasti o millenarii, e credono che noi siamo alla vigilia di quel gran giorno dell'Apocalisse, in cui e terra e cielo andranno a rifascio, e spenta la vita terrestre dell'uomo, ne comincerà un'altra celeste ed immortale. Codeste idee riappariscono, di certo modificate e rielaborate nella Concordia e nel Commento all'Apocalisse. Cosicchè dopo più di mille anni ritornarono le credenze nella fine del mondo, e rivissero i profeti che l'annunziavano, e riebbe credito l'ascetismo inteso a diminuire i danni dell'estrema ruina.