Con S. Francesco adunque più che con S. Benedetto si poteva dire, secondo i minoriti, cominciata la nova età, l'ultimo e più splendido periodo della storia umana, e Gioacchino stesso avrebbe a mente loro mirabilmente predetto questi avvenimenti, chè dovunque egli parla di due ordini si deve ben intendere dei domenicani e francescani. E se l'allusione non era ben chiara nelle opere autentiche, altri scritti balzavan fuori nel nome dell'abate calabrese, dove le profezie pareano più determinate, e più trasparenti le allusioni ai fatti recenti.[714] Nè questa sostituzione era difficile, perchè dopo la solenne condanna delle opinioni teologiche dell'abate Gioacchino, le sue opere cadute in sospetto si tenevan come nascoste,[715] ed il Salimbene ci narra di un frate florense, che da Lucca le trasportò in segretezza in un convento francescano di Pisa per sottrarle al saccheggio delle soldatesche di Federico.[716] Siffatto mistero, che ravvolgeva le opere autentiche, era senza dubbio la condizione più favorevole per la nascita delle spurie. E l'ordine francescano, dove le menti erano più esaltate, si mostrava più inchino di tutti gli altri a codesta letteratura pseudonima. Così nel breve giro di pochi anni nacquero i commenti ai profeti ed agli evangeli, che abbiamo già ricordato; nè solo i libri sacri si commentarono ma benanco i profani, come le supposte profezie della Sibilla e del Mago Merlino.
Codesta letteratura pseudonima ebbe, come dicemmo, grande credito e diffusione; ma non sì che gli stessi gioachiti non sapessero ben distinguere le opere autentiche dalle apocrife. Chè anzi quando si fecero a raccogliere in un corpo solo le scritture del profeta non vi ammisero se non la Concordia, il Commento all'Apocalisse e il Decacordo.[717] Ed a queste opere, che sono come un'opera sola, divisa in tre parti, dettero il nome di Vangelo eterno, che tolsero dall'Apocalisse, sebbene Gioacchino non ne avesse fatto uso.[718] Così tornarono alla luce gli scritti di Gioacchino, e senza interpolazioni a quel che pare; ma quando occorreva di spiegare meglio il pensiero dell'autore, o dare maggiore esattezza alle sue profezie, gli editori vi aggiunsero delle note. Ed al tutto poi premisero larga introduzione (Introductorius), in cui, pur riassumendo la dottrina dell'abate calabrese, le dettero maggior rilievo e colore.[719]
Questa pubblicazione levò grande rumore non tanto forse per le dottrine che vi si esponevano con insolita libertà, quanto per le circostanze che l'accompagnarono e seguirono. Ferveva allora la guerra tra il clero secolare ed i nuovi ordini religiosi. Il primo, geloso dei suoi privilegi, mal permetteva che i frati imprendessero a predicare senza invito o licenza delle autorità ecclesiastiche, ed ai parroci facessero formidabile concorrenza nelle messe, nella confessione, nelle sepolture.[720] E come se tutte queste ragioni di dissidio non bastassero se n'era aggiunta una nuova e più formidabile, quella dell'insegnamento. I Domenicani da prima, e sul loro esempio anche i Francescani, ambivano alcune cattedre nell'Università parigina, che era come il centro della vita intellettuale d'Europa, e dove da gran tempo dominava indisturbato il clero secolare. I nuovi ordini certo valevano ad imprimere più vigoroso slancio agli studii, chè gli uomini più eminenti del secolo quali Alberto Magno, S. Tommaso, Francesco di Hales, S. Bonaventura appartenevano ai loro sodalizii. Ma l'autorità universitaria era ben a ragione sospettosa di codesti novi insegnanti, i quali formavano come un'accademia a parte, emula dell'antica, ed insofferente di disciplina.[721] E la guerra durò lunga ed ostinata, e non ostante le quaranta bolle di Alessandro IV in favore degli ordini, non si fece la pace se non quando ambo i litiganti furono stanchi di lottare.
In codeste congiunture fu pubblicato l'Evangelo eterno, il quale porgeva un'arme così poderosa, che si sospettò, manifestamente a torto, non fosse stata fabbricata dagli stessi avversarii degli ordini.[722] Certo è che il clero secolare se ne valse abilmente, ed una copia del terribile libro fu mandata al Papa, e Guglielmo di S. Amore, nella sua invettiva contro i mendicanti,[723] ne rilevò con mano maestra le pericolose dottrine. Ma ora che ci venne fatto di ricordare l'opuscolo del Rettore dell'Università parigina, non sarà inopportuno fermarvisi alquanto per toccare di alcune somiglianze, forse non abbastanza avvertite, tra il fare dei Gioachimiti e quello di Guglielmo. Tanto gli uni che l'altro sostengono essere il loro tempo molto prossimo ad una grande catastrofe, ed i segni precursori li rintracciano concordemente colla scorta dell'Apocalisse e dei Profeti. E deplorano entrambi le calamità del loro secolo, e ne prevedono ancor maggiori nel prossimo avvenire.[724] Ma non ostante siffatte simiglianze, anzi forse a cagione di esse, il pensiero di Guglielmo è proprio l'opposto del gioachimismo. Per i seguaci dell'abate calabrese i falsi profeti, sorretti da perversi e potenti re, saranno i sacerdoti sullo stampo d'Ario, o altro dottore simigliante dalla facile parola, e dall'argomentar sottile; per Guglielmo invece sono i mendicanti stessi, che usurpano gli ufficii altrui, e sotto il manto di falsa pietà desiderano maggiori poteri, guadagnando per mezzo delle donne il favor popolare e per via dei cortigiani quello dei principi.[725] Pei Gioachimiti l'avvenire della Cristianità sta nella sostituzione degli ordini mendicanti al clero secolare, per Guglielmo nel rifiorire del sacerdozio, poi che saranno rimossi gli elementi perturbatori, che ne minano la potenza.[726] Da questo raffronto non credo temerario inferire che il libro De Periculis s'è ispirato all'Evangelo eterno, ne è per così dire la palinodia.
E codesto rapporto tra i Gioachimiti e Guglielmo di S. Amour non si smentisce neanco negli altri scritti successivi, nè nel rifacimento del De Periculis che va sotto il titolo Collectiones catholicae et canonicae scripturae ad defensionem ecclesiasticae hierarchiae,[727] nè nel libro De Antichristo, che dal Le Clerc venne rivendicato al nostro Guglielmo. Intorno a quest'ultima opera va notato che il discorso sull'Anticristo era comune a quanti credevano alla prossima rinnovazione del mondo. Chi fosse quest'essere misterioso, che dovea apportare tanti danni alla Chiesa, quali segni l'avrebbero preceduto, in qual tempo sarebbe nato, eran tutte dimande che correvano per le bocche dei Gioachiti. L'abate calabrese avea ben pensato d'intender per l'Anticristo non un essere unico, bensì il complesso di tutti gli oppositori e vecchi e novi della Chiesa; ma codesta interpetrazione, così elastica, non bastava più ai suoi successori, che amavano maggiore precisione e determinatezza. E già sappiamo che la maggior parte dei gioachiti intendeva Federigo II. Guglielmo riprende l'interpetrazione di Gioacchino, e lasciando nell'ombra la figura dell'Anticristo non ha cura di determinare se non i suoi predecessori, che già indoviniamo quali debbono essere, quei falsi profeti, quegl'ipocriti, quei monaci girovaghi, di cui si doleva la Regola di S. Benedetto.[728]
Ma torniamo al libro De novissimis periculis, che fu come il grido d'allarme dato dal clero regolare contro i frati mendicanti. Non occorre dire che fu condannato nel 1256 da Alessandro IV, strenuo protettore dei nuovi ordini.[729] Il Rettore dell'Università parigina, difendendo la gerarchia cattolica, e l'autorità dei vescovi contro le usurpazioni fratesche avea stabilito che quest'ordinamento era stato istituito direttamente da Gesù Cristo, e neanche il Papa avrebbe potuto mutarla. Talchè quando il Papa concedeva ai domenicani di predicare nel suo nome, era da supporre vi sottintendesse il beneplacito del vescovo, senza di che il governo della diocesi non sarebbe stato affidato ad un solo capo, ed il disordine e la ruina della Chiesa ne sarebbe conseguita.[730] Codesta argomentazione feriva l'illimitata supremazia del Pontefice, nè v'è da far le meraviglie che Alessandro l'abbia condannata. Nel sostenere la causa dei domenicani il Pontefice sosteneva la sua, perchè i frati e da predicatori e da inquisitori si presentavano come legati del Papa, e per quanto prestigio e credito togliessero all'autorità episcopale, altrettanto ne crescevano alla pontificia.[731]
La condanna del De Periculis portava con sè quella dell'Evangelo eterno; chè se quel libro colpiva di fianco la gerarchia, questo la feriva nel cuore. Nè Alessandro senza taccia di parzialità avrebbe potuto passar sotto silenzio un libro denunziato dall'Università, e mandato dal vescovo di Parigi al predecessore Innocenzo IV. Ma d'altra parte il Papa ben sapeva che l'opera incriminata apparteneva a quel partito gioachimita, che contava tanti illustri seguaci tra i francescani, a cominciare da frate Giovanni da Parma, eletto a voti unanimi generale dell'ordine sin dal 1247. Oltrechè una censura pubblica del libro si sarebbe certo ripercossa su quei frati, dei quali egli era stato sempre il più strenuo difensore da cardinale, e seguitava ad esserlo da papa. Per queste ragioni decise di sottoporre lo scritto incriminato ad una Commissione di prelati consapevoli della gravità del verdetto, che stavano per pronunziare. I commissarii si riunirono tosto ad Anagni, e con tutta diligenza si misero all'opera, come si pare dal resoconto delle loro sedute, che tuttora si conserva in due manoscritti della Biblioteca Nazionale di Parigi.[732] Ben s'accorsero i giudici che l'Evangelo eterno constava di due parti, l'una moderna, l'introduzione e le note, l'altra antica, le tre opere dell'abate Gioacchino;[733] ma e l'una e l'altra condannarono del pari come contrarie all'ortodossia, ed Alessandro s'accomodò al loro giudizio.
Fu giusta la sentenza dei giudici, e doveva Gioacchino esser coinvolto nella condanna dei suoi interpetri? Che l'Introduttorio e le note fossero giudicate poco ortodosse non è da far le meraviglie, perchè i Gioachimiti non ponevano nessuna cura ad attenuare il contrasto tra il Vangelo del Figlio e quello dello Spirito, ovvero sia l'Evangelo eterno. E questa differenza abbiamo già notata tra Gioacchino e i suoi seguaci, che mentre ei cerca di attenuare il contrasto tra la legge presente e la futura, e questa considera come l'integrazione di quella, i suoi discepoli al contrario tengono a rilevarne le discrepanze.[734] E nell'Introduttorio vien dato al nuovo Vangelo un nome differente chiamandolo, ad imitazione dell'Apocalisse, eterno come se volessero contrapporlo ad un vangelo mutevole e caduco;[735] laddove Gioacchino dichiara espressamente non esservi due evangeli, ma un solo, nè usa mai il nome di Vangelo eterno parlando del nuovo periodo, bensì l'altro d'intelletto spirituale.
L'Introduttorio non dubita di affermare che il Nuovo Testamento avrà vigore solo fino al 1260, e che da quel tempo in poi al vangelo di Cristo succederà un nuovo vangelo, come ai sacerdoti di Cristo sottentreranno altri sacerdoti; perchè nessuno altro potrà insegnare la dottrina dello Spirito se non quelli che a simiglianza degli apostoli vanno a piè nudi.[736] Gioacchino non avrebbe mai tenuto un linguaggio così irriverente. E certo non sono estratti dalle sue opere genuine quei passi arditi, che feriscono la Chiesa romana, come questo, che a lei appartiene la sola interpetrazione letterale del Nuovo Testamento, non la più profonda e spirituale, e che i Greci fecero bene a separarsi da essa, e che la Chiesa greca cammina sulle orme dello Spirito molto più che la latina.[737] Abbiamo già ricordate le preferenze di Gioacchino per la Chiesa greca; ma certo non l'avrebbe esaltata di tanto egli che soleva rimproverarle alcune istituzioni come il matrimonio dei preti. Nè avrebbe in ogni modo approvato lo stacco delle due Chiese, ei che tante volte lo avea rimpianto nei suoi scritti.
Non meno esplicite dell'Introduttorio son le note, che senza alcun riguardo coloriscono quelle parti, che Gioacchino lascia nell'ombra. Come ad esempio nei luoghi della Concordia ove l'abate calabrese aveva toccato dell'abbominio, che avrà luogo nello scorcio del secondo periodo, le note ci dicono che cosa s'intenda per codesto abbominio, che sarebbe il pseudo Papa, ovvero il Papa simoniaco che regnerà sul finire del sesto tempo.[738]