Ma se l'Introduttorio e le note usavano frasi più incisive, e davano al pensiero di Gioacchino maggiore precisione, non s'ha da inferire che la dottrina, in esse insegnata, fosse diversa da quella del pio abate. La copia di passi, raccolti dai giudici di Anagni, mette fuor di dubbio, che nei punti essenziali commento e testo andavan pienamente d'accordo. La maggior parte delle immagini adoperate nell'Introduttorio per colorire il rapporto tra i tre periodi sono tolte di peso da Gioacchino, sopratutto da un capitolo della Concordia, da noi già citato altrove, ed accortamente rilevato dai giudici di Anagni.[739] E se Gioacchino non adopera la parola di Vangelo eterno, certo è che se avesse dovuto dare un nome all'interpetrazione allegorica dei sacri testi, non ne avrebbe scelto un altro. Nè solo i giudici di Anagni, ma i Gioachimiti stessi citavano un luogo del Decacordo, a dimostrare che con quella denominazione non si dipartivano dall'insegnamento di Gioacchino.[740] Un altro punto rilevavano a ragione i giudici di Anagni, l'esaltazione del monachismo a scapito[741] del clero secolare. Ed in verità se pure i commentatori leggevano negli scritti di Gioacchino accenni a lui, a S. Domenico e S. Francesco, che egli non avea fatti, nè poteva fare,[742] certo è che dei nuovi ordini mendicanti non dicevano nè più nè meno di quel che avea scritto lui intorno ai monaci spirituali. Il monachismo per Gioacchino è un istituto, che col tempo assorbirà tutti gli altri della Chiesa, quando al Vangelo inteso secondo la lettera sottentrerà il vero spirito evangelico. Allora succederà una profonda innovazione, ed a quel modo che la legge mosaica venne abolita all'apparire della nuova legge, così il Vangelo letterale dovrà cedere alla nuova interpetrazione. La parola evacuatio applicata al vangelo non appartiene ai Gioachimiti, ma a Gioacchino stesso, il quale, benchè non osasse confessarlo a sè stesso, era pur portato dalla sua teoria dei tre stati alla conseguenza, che il secondo debba scomparire per far luogo al terzo.[743] E questa teoria avea profonde radici nelle sue convinzioni teologiche, formulate non pure nell'opuscolo polemico che nel 1255 non esisteva più, ma nel Decacordo, e nel De Articulis fidei, come appar chiaro dai passi, che i giudici di Anagni seppero raccogliere.[744]

La condanna dunque del Gioachimismo era giusta, e per nulla esagerato il grido d'allarme levato dal clero parigino. La dottrina dell'Evangelo eterno menava dritto alla distruzione della gerarchia, stantechè nel terzo periodo ha da prevalere quella legge d'amore, che agguaglia tutti i membri della società umana, sciogliendoli dai vincoli della subordinazione. Non è dunque meraviglia che Alessandro IV l'abbia solennemente riprovata, ingiungendo al vescovo di Parigi di sequestrare e bruciare tutti i libri dove fosse esposta.[745]

Ma chi è l'autore dell'Evangelo eterno? L'Eccard, che scrisse nella seconda metà del secolo decimoquarto, l'attribuisce secondo la comune tradizione a Giovanni da Parma.[746] Il Salimbene invece nomina esplicitamente un altro gioachimita, Gherardo di S. Donnino.[747] E l'autorità del Salimbene, cronista contemporaneo, e gioachimita anche lui, è tale, che tutti gli scrittori moderni vi s'acquetarono. Il buon frate, ammiratore ed amico del suo generale, avea certo tutto l'interesse di nascondere la verità, ma che la sua testimonianza almeno in parte sia veridica, è provato dal resoconto del processo di Anagni, dove esplicitamente è detto che l'autore delle note è frate Gherardo. Se non che è da dubitare che l'autore delle note abbia anche scritto l'Introduttorio, perchè gl'inquisitori d'Anagni nel citare i passi dell'Introduttorio si sarebbero serviti della stessa dicitura, che costantemente adoperano per le note, nè avrebbero dato come anonimo l'Introduttorio, mentre tutte le volte che vien fatto di citare una nota, ripetono costantemente il nome dell'autore.[748] L'ipotesi più semplice per spiegare le reticenze è questa, che l'autore dell'Introduttorio sia diverso da quello delle note, e che agl'inquisitori rincresca di nominarlo. E se codesto autore fosse Giovanni da Parma, che godeva una grande reputazione di santità, ed a quel tempo era tuttora generale dell'ordine, i riguardi degl'Inquisitori sarebbero facilmente spiegabili.[749] Se la cosa stesse così, dovremmo ammettere che la compilazione dell'Evangelo eterno non appartenga ad un solo, bensì a due e forse anche a tre membri del partito gioachimita. L'un d'essi, il più autorevole, scrisse l'Introduzione generale, l'altro o gli altri le glosse introduttive ed esplicative.[750]

Questa ipotesi spiegherebbe perchè dopo la condanna dell'Evangelo eterno venissero sottoposti a processo non solo fra Gherardo, ma fra Giovanni e fra Tommaso e tutti e tre condannati del pari. Nè fanno intoppo le ragioni che il Wadding e l'Affò hanno recato per scagionare fra Giovanni.[751] Perchè al di sopra di tutte le apologie sta il fatto che fra Giovanni apparteneva al partito gioachimita, anzi ne era come il capo e l'ispiratore.[752] E noi vedemmo che tra l'Introduttorio e le opere autentiche di Gioacchino non corre disparità sostanziale, se non che in quello sono più nettamente e con maggior vigore formolate le stesse dottrine, insegnate in queste. Se dunque ripugna che abbia scritto l'Introduttorio un uomo di grande pietà, da Innocenzo IV mandato per gravi missioni in Grecia, e da questo e da Niccolò III[753] preposto ad alti ufficii, ripugnerà altresì che egli abbia appartenuto al partito gioachimita, e creduto nel prossimo avvenire di una nuova fase nella vita religiosa dell'umanità.[754]

Ma chiunque sia stato l'autore dell'Evangelo eterno, certo è che la condanna del libro fu un terribile colpo per la frazione gioachimita dei francescani, e le stesso generale dell'ordine, appartenente a quella parte, fu costretto a dimettersi, come un tempo toccò al capo della parte moderata.[755] Gli successe un uomo di gran cuore e di grande mente, S. Bonaventura, il quale sapeva tenersi lontano dagli eccessi dei due partiti, e difensore caloroso della povertà, sapea pur tener conto dei temperamenti necessarii alla pratica della vita. I cronisti francescani raccontano che fra Giovanni stesso avea indicato a suo successore fra Bonaventura. Ma questo racconto, dovuto all'industre pietà dei narratori, che amavano di attenuare i contrasti, e mostrare l'ordine molto più unito di quel che in realtà fosse, è in contraddizione con altre fonti gioachimite che presentano sotto altra luce S. Bonaventura.[756] Però questo è fuor di dubbio, che il nuovo generale si comportò con molta umanità verso il partito dei gioachimiti; nè frate Ugone, nè il Ghiscolo, nè altri molti furono molestati, benchè è da credere che non abbiano rinunziato all'antica fede. I soli perseguitati furono gli autori del libro condannato tra i quali lo stesso generale, testè rimosso.[757] Non valse la dignità dell'ufficio disimpegnato con apostolico zelo per lo spazio di dieci anni, non valse la santità della vita, e la grande reputazione a salvare fra Giovanni, il quale insieme ai suoi compagni, fra Gherardo e fra Leonardo, sarebbe stato condannato alla prigionia perpetua, se non fosse accorso in suo ajuto il cardinale Ottoboni, che fu poi papa Adriano V.[758] In grazia di questo potente intercessore fu concesso a Giovanni di scegliersi il luogo del suo ritiro, mentre Leonardo e Gherardo morirono in prigione.[759]

V

Queste misure di rigore portarono lo scoraggiamento nei Gioachimiti, e parecchi senza dubbio sentirono intiepidire la loro fede, come accadde al Salimbene, che morto Federico II, prima di avere apportato alla Chiesa gli estremi danni, cominciò a dubitare delle dottrine a lui sì care, e le sconfessò del tutto allorchè si chiuse il fatale anno 1260, senza la sperata innovazione.[760] Ma se i più vacillavano, non mancava certamente chi tenesse fermo negli antichi convincimenti, e le dottrine di Gioacchino rinfrescasse adattandole alle nuove condizioni. Tale fu Pier Giovanni Olivi, col quale la Cronaca a noi già nota comincia la quinta tribolazione.

Nacque il nostro frate nel 1247 a Serignano nella diocesi di Béziers; a dodici anni entrò nella religione dei minoriti, il che non gl'impedì di fare i suoi studii nell'Università parigina, ove prese il grado di baccelliere.[761] Scrisse molti libri, tra i quali uno in lode di Maria, ove pare avesse talmente esaltata la vergine, che il generale dell'ordine, succeduto a S. Bonaventura, fra Girolamo d'Ascoli, lo condannò a bruciare il libro colle sue mani.[762] Questa prima persecuzione ebbe luogo nel 1278; e ben presto le tenne dietro un'altra più grave. In un Capitolo generale tenuto a Strasburgo nel 1282 fu accusato d'eresia, e l'anno dopo il generale Bonagrazia si recò a bella posta in Francia per fare esaminare gli scritti di lui, che da una Commissione di quattro dottori e tre baccellieri, furono condannati come pericolosi. Nel frattempo il generale morì, ed essendosi l'autore sottomesso,[763] le persecuzioni cessarono per ricominciare nel 1285, quando il nuovo generale, Arlotto da Prato, lo chiamò a Parigi per difendersi dalle accuse, che gli movevano Riccardo di Middleton e Giovanni di Muro. Pietro v'andò e si difese abilmente, e confuse così i suoi accusatori, che il generale non ebbe animo di condannarlo.[764] Cinque anni dopo ricominciarono le persecuzioni non in verità contro di lui, bensì contro i suoi discepoli, che per ordine dell'antico generale Girolamo Ascolano, divenuto ora papa Niccolò IV, vennero inquisiti e condannati. Il maestro fu risparmiato per quella volta;[765] ma nel 1292 ebbe novamente a scolparsi innanzi ad un Capitolo tenuto a Parigi, e fu salvo in grazia di alcune accorte dichiarazioni.[766] Morì il 6 marzo 1297, e dal letto di morte par che abbia ribadita la dottrina esposta nei suoi scritti.[767]

Di questi scritti io non conosco se non alcuni opuscoli intorno alla povertà, ed i commenti all'Evangelo di Matteo e di Luca manoscritti nella Laurenziana. Frammenti delle quistioni quodlibetali ci sono conservati nella sentenza pronunziata dai sette dottori nel 1282. Del Commento all'Apocalisse abbiamo molti estratti nel rapporto della Commissione dei teologi incaricata da Giovanni XXII dell'esame di questo scritto.[768]

Qual'era la dottrina insegnata in codesta opera? La quistione dell'interpetrazione da dare alla Regola di S. Francesco, quando meglio si credeva sopita rinasceva con maggior furore. Si era cercato di sfuggirle dando la proprietà dei beni al Papa, e l'uso di essi ai frati. Ma codesta finzione legale salvava solo in apparenza la regola, che sotto il pretesto di farne omaggio al Papa, i minoriti avrebbero potuto accettare lasciti e doni non meno degli altri ordini religiosi, e per tal guisa quelli, che si dicevano mendichi o poveri di Cristo, poteano vivere più lautamente dei benedettini. Rinacque dunque la quistione, e gl'intransigenti con a capo Pier Giovanni Olivi dicevano, che per conformarsi alla regola di S. Francesco non bastasse rinunziare alla proprietà dei beni, ma anche il loro uso dovesse andare ristretto nei più angusti confini. Per essere veramente poveri bisognava che l'uso fosse povero del pari. Certo era difficile definire in che cosa consistesse l'uso povero, e codesta difficoltà dava buon gioco agli avversari di cogliere in fallo la dottrina degl'intransigenti;[769] ma chi voleva intendere, sapeva bene a che tenersi. E si capiva benissimo che i difensori dell'uso povero voleano proscrivere tutto ciò che non fosse strettamente indispensabile pel sostentamento della vita.[770] Così ad esempio è necessaria la casa, ove i frati possano convivere, ma un comodo ed elegante fabbricato non è lecito possederlo nè in proprietà nè tampoco in usufrutto. È permesso servirsi del pane, che s'accatta di porta in porta, ma è severamente proibito di tenere ben provvisti i granai e le cantine del convento.[771] Il seppellire i morti nella propria chiesa è certo un'opera meritoria, ma i frati, a cui è vietato di accettar denaro, non possono riscuotere i diritti, che il clero secolare ricava dalle sepolture. E se a cagione di siffatti guadagni il clero contende ai frati questo pio ufficio, come tanti altri parimenti lucrosi, dev'essere proibito severamente di mover liti, che sono così contrarie allo spirito della Regola.[772] La quale impone severamente codesto uso povero, e quelli, che le abbiano giurata obbedienza, debbono osservarlo, se anche diventino vescovi o cardinali. Codesto era un punto molto delicato. La regola avea consigliato di schivare gli onori ecclesiastici, ma in pratica anche i zelanti, come il Salimbene, non che avversare, favorivano le promozioni dei frati, per fermo assai vantaggiose all'ordine. Volevano solo che anche nel nuovo stato si sentissero tuttora membri dell'antico sodalizio, ed alla regola strettamente si conformassero,[773] perchè dal loro giuramento neanche il Pontefice li poteva sciogliere. Dottrina ardita codesta, che limitava il potere del sommo gerarca, ed apriva il varco a teorie più radicali. Per ora il pericolo era lontano, perchè il pontefice Onorio III nella bolla Qui exiit l'avea data vinta agl'intransigenti prescrivendo l'uso povero, e condannando qualunque interpetrazione o attenuazione che si volesse ulteriormente dare della Regola.[774] Ma l'esperienza avea provato che non sempre i pontefici se l'intendevano col partito del rigore, e si poteva ben prevedere, quello che di fatto avvenne, che la pace non sarebbe durata lungo tempo.[775] Perchè gl'intransigenti non aveano scordate le idee gioachimite, e contro il clero secolare e la Chiesa di Roma seguitavano a nutrire la diffidenza e l'odio, punto dissimulati nell'Evangelo eterno.