Che Pier Giovanni Olivi fosse tenero delle idee gioachimite,[776] e le modificasse per adattarle ai tempi nuovi, è fuor di dubbio. Una prova inconfutabile ce la porge il Commento all'Apocalisse scritto nello stile non di Gioacchino, ma dei suoi più fervidi commentatori, e dove son fatte all'interpetrazione gioachimita quelle mende e ritocchi, necessarie ormai per le mutate condizioni dei tempi. Così il re dell'Apocalisse non sarà più Federigo II, già morto da un pezzo, bensì qualcuno del seme maledetto, che sarà per conquistare non pure l'impero romano, ma la Francia eziandio.[777] Il terzo periodo che per Gioacchino cominciava da S. Benedetto, e per i gioachimiti dal 1200 (anno in cui Gioacchino pubblicò i suoi libri) per l'Olivi invece comincia dal tempo in cui la regola di S. Francesco fu impugnata e condannata dalla Chiesa carnale.[778] Per i gioachimiti l'angelo che porta l'Evangelo eterno è Gioacchino stesso, per l'Ulivi invece è S. Francesco, il quale ad imitazione di Cristo risorgerà al tempo delle tribolazioni, come ad imitazione del Crocifisso portò le sacre stimate.[779] Per Gioacchino tutta la storia dell'umanità va divisa in sette periodi, per l'Ulivi invece soltanto quel tratto di storia che corre dalla predicazione di Cristo alla consumazione dei secoli, sicchè a ciascuno di questi periodi poneva cominciamento e fine diversi da quel che solessero e Gioacchino, e i Gioachimiti insieme.[780] Ma queste differenze non toccano l'accordo fondamentale delle dottrine. Anche per l'Ulivi si debbono distinguere tre fasi nel corso religioso dell'umanità; la prima, che appartiene al Padre, ove regna il timore e la legge; la seconda, che appartiene al Figlio ove domina la sapienza, e si predica l'evangelo; la terza che appartiene allo Spirito, ove si svela tutta la verità, e la legge evangelica viene intesa ed osservata in tutta la purità sua.[781] E come l'Evangelo pose fine alla legge mosaica, così l'Evangelo nuovo farà cadere l'antico,[782] ed al clero secolare che mal si conforma ai precetti di Cristo sottentrerà il monacato che spoglio di effetti terreni menerà una vita di sacrifizi e di povertà, in una parola la Chiesa carnale, simboleggiata nell'impura donna dell'Apocalisse, farà luogo alla Chiesa spirituale.[783] Ma prima del trionfo la Chiesa spirituale sarà combattuta aspramente dalla carnale, come il Cristianesimo fu perseguitato a morte dalla Sinagoga.[784] E se S. Francesco non fu condannato al pari di Cristo, e la guerra contro al sodalizio francescano scoppiò non nel suo cominciamento, ma alquanto più tardi, ciò si deve a varie ragioni, tra le quali la principale che l'analogia non esclude le differenze, e benchè la Chiesa carnale dovesse comportarsi come la Sinagoga, non era necessario che agisse con pari prontezza.[785] Codeste lotte però non debbono scoraggiare i fedeli seguaci dell'uso povero, perchè l'avvenire è loro, nè molto andrà che sarà pronunziato il tremendo giudizio sulla nuova Babilonia.[786]

Queste idee doveano incontrare fiera opposizione non pure nel partito moderato, ma benanco in quella parte degl'intransigenti, che pur professando la teoria dell'uso povero, non volevano romperla colla corte di Roma. E forse fino dalle prime persecuzioni contro Giovanni Olivi si formarono i tre partiti, a cui accenna la testimonianza di un beghino, i Conventuali che si attenevano all'interpetrazione più larga della Regola, i Fraticelli che abbracciavano la più rigida ma non accoglievano per questo le idee gioachimite, infine gli Spirituali che aspettavano il trionfo dell'uso povero dalla totale rinnovazione della Chiesa e del mondo.[787] Il nome di fraticelli sarà stato ancor prematuro al tempo di Giovanni Olivi, ma non è men vero che il partito, che più tardi prese questo nome, era già formato ed ottenne dal pontefice Celestino V che si staccasse dal resto dell'ordine e formasse una corporazione a sè sotto il nome di Celestini o pauperes heremitae domini Coelestini. Codesto sodalizio che aveva a capo fra Liberato, ed a poeta fra Jacopone, fu costretto ad esulare in Grecia, quando al Papa che fece per viltate il gran rifiuto successe Bonifacio VIII.[788] E neanche lì potè vivere in pace, ed i suoi membri perseguitati per sollecitazione del Papa dal patriarca di Costantinopoli ebbero a far ritorno in Italia. E fra Jacopone stette molti anni in prigione, e fra Liberato morì di stenti e di crepacuore.[789] Simili travagli ebbero a sostenere alcuni frati della Marca, che condannati ad una carcere dura, non ne uscirono se non per ripartire verso il lontano oriente, ove parecchi subirono eroicamente il martirio.[790]

Ma più gravi furono le persecuzioni contro gli Spirituali. Essi eran cresciuti così di numero che quando fu assunto al cardinalato il generale Matteo d'Acquasparta, al quale Dante rimprovera la fiacca interpetrazione della regola, riuscirono a far nominare all'alto ufficio uno dei loro, Raimondo Gaufrido, amico ed ammiratore dell'Olivi.[791] E per fino fuori dell'ordine francescano par che trionfasse la loro propaganda, quando dopo due anni e tre mesi di vacanza i cardinali levarono al soglio pontificio l'eremita Pietro de Morrone (1294). Ma queste fortune durarono ben poco. Che dopo pochi mesi il buon Celestino depose la tiara, e il suo successore rimosse dall'ufficio fra Gaufrido sostituendogli quel Giovanni di Muro, che era stato tra i più fieri persecutori dell'Olivi. Allora ricominciarono le dolorose prove per gli Spirituali. Il loro capo non venne risparmiato neanco morto, chè il nuovo generale avendone fatte condannare le opere da un Capitolo generale, ordinò che si bruciassero insieme al cadavere dell'autore, tolto alla pace del sepolcro sei mesi dopo che v'era stato calato con solenni esequie.[792] Fu proibito ai frati di leggere e serbare libri maledetti, ed un fra Ponzio, che non volle consegnarli al suo superiore morì in prigione tra stenti e sofferenze incredibili, e molti altri frati furono perquisiti ed incarcerati.[793]

Ma codeste misure di rigore non scoraggiavano i seguaci dell'Olivi, ed uno fra essi, Ubertino da Casale, ebbe il coraggio di prenderne le difese, e scrivere contro i potenti accusatori una calda apologia. Ubertino nacque nel 1259, e quattordicenne entrò nell'ordine dei Minori. Lesse per nove anni nello studio parigino, e tornato in Italia continuò nell'insegnamento per altri quattro; poscia abbandonata la cattedra si mise alla predicazione, fino a che gli fu imposto silenzio dai suoi superiori, che lo mandarono nell'eremo della Vernia, ove scrisse un libro, tuttora esistente, arbor vitae crucifixae.[794] La ragion per cui fu imposto silenzio al focoso predicatore non è difficile scoprire. Egli apparteneva al partito intransigente, e forse pubblicò la sua prima apologia di Giovanni Olivi alla morte di Bonifazio VIII, quando si sperava che col nuovo papa cessassero le fiere persecuzioni contro gli spirituali. Mi pare molto improbabile che ei l'avesse scritta prima, come sospetta il Wadding, perchè da una parte non sarebbe andato impunito, e dall'altra la Cronaca delle Tribolazioni dice espressamente che fra Ubertino fu accusato al papa Benedetto XI (1303-1304), e seppe così abilmente difendersi da andare assolto.[795] Ma quando che fosse scritta, l'apologia era intesa a provare: 1º che Pier Giovanni nè nella Postilla all'Apocalisse nè in altro libro non parlò mai irreverentemente della Chiesa, alla quale invece si mostrò sempre devoto; 2º che l'uso povero è siffattamente ortodosso da potersi dire la lampada della nostra fede;[796] 3º che le persecuzioni, patite dai rigidi osservatori della Regola, sono mostruose, ed il Papa deve interporre la sua autorità per farle cessare.

Così si rinnovarono le contese tra i conventuali e gli zelanti, ed entrambi concordemente se ne appellavano al Papa. Benedetto XI morì prima di poter dare alcun provvedimento, ma il successore Clemente V credette opportuno di riprendere la cosa in esame. E chiamò in Avignone molti francescani, tra i quali il generale dell'ordine che sosteneva le ragioni dei conventuali, e l'ex generale fra Gauffrido, insieme ad Ubertino da Casale, fra Siccardo ed altri molti, che rappresentavano la parte degli spirituali. E comandò che fin che la controversia non fosse composta dal collegio dei vescovi e cardinali da lui stesso nominato, dovessero cessare tutte le misure di rigore per ragione di opinione. E principalmente quegli tra gli Spirituali, che egli aveva chiamati alla Corte, sottrasse alla giurisdizione dei loro superiori,[797] e volle che si riprendesse l'esame delle dottrine di Pier Giovanni, e si definissero i punti controversi della regola più chiaramente che non fosse riescito a Niccolò III.

Le discussioni durarono lungamente, i due partiti si rimandarono le opposte accuse di licenziosi od ipocriti colla consueta acredine. Gli uni rimproveravano agli altri di voler scalzare l'ordine colla fiacca interpetrazione della regola, e l'abbandono di quello spirito di assoluto sagrifizio e di fervida carità, che l'informa; gli altri replicavano che la rovina dell'ordine viene da coloro che mettono la propria opinione al di sopra del dovere d'obbedienza, ed intendono la regola in modo così rigido da non potersi umanamente osservare.[798] Il più abile tra tutti par che fosse Ubertino, perchè riuscì non solo a convincere delle verità dell'uso povero, ma benanco a scagionare Pier Giovanni dalle accuse che gli si movevano. Ed in virtù di queste difese il Papa nel Concilio di Vienna condannò alcune dottrine teologiche di Pier Giovanni, ma tacque il nome dell'autore, e pronunziò la sua decisione, come se si trattasse di punti controversi, intorno ai quali prima della decisione si potesse opinare in un modo o nell'altro senza incorrere in eresia.[799] Le altre dottrine di Pier Giovanni, e certo le più importanti, come quella dei tre stati e dell'uso povero non solo furono risparmiate, ma una di esse fu solennemente adottata nella nuova interpetrazione che Clemente dette della regola francescana.[800] Gl'intransigenti trionfarono di nuovo, ma anche questa volta per poco. Il partito dei conventuali, non ostante la vittoria dei loro avversarii, riuscì nel 1313 a creare generale dell'ordine uno dei suoi, frate Alessandro di Alessandria, stato già appo Clemente uno dei più vigorosi difensori dell'ordine contro Ubertino di Casale e gli altri seguaci dell'Olivi.[801] Il che prova quanto fosse numeroso ed audace codesto partito, il quale anche dopo le raccomandazioni di Clemente non cessava di perseguitare gli spirituali.[802]

Per tal guisa seguitarono i dissidii, principalmente nella provincia toscana, ove gl'intransigenti, seguendo l'esempio dei Celestini, decisero di staccarsi dall'ordine, e formare un corpo a sè.[803] Parimenti nelle provincie di Narbona e di Béziers, ove la memoria di fra Pier Giovanni era più viva, i frati zelanti non vollero più far vita comune coi loro avversarii, e vestita una tunica più corta e tutta logora e rattoppata, si ridussero in meschini ricoveri, ove metteano in pratica le regole dell'uso povero. Codesti frati, che si dissero per umiltà fraticelli, non poterono certo trarre dalla loro tutti gli spirituali, e molto meno il capo, Ubertino da Casale, il quale ben sapeva, che entrando nella nuova comunità avrebbe perduto in un punto tutto il favore, che s'era acquistato presso il Papa. Nè furono più fortunati appo Clemente, il quale pur approvando l'uso povero, non volea a nessun patto che servisse di pretesto ad una scissione dell'ordine. E scrisse lettere severe ai vescovi di Genova, Lucca e Bologna per richiamare i dissidenti all'obbedienza, e fulminò la scomunica contro i ricalcitranti.[804] Perlochè come al tempo di Celestino, si formarono ora di nuovo i tre partiti nell'ordine dei francescani, i conventuali, i dissidenti o fraticelli, gli spirituali. Ma gli ultimi due insieme uniti non eguagliavano nè per numero nè per forza il primo, il quale ben seppe trarre profitto dall'errore commesso dai dissidenti toscani e narbonesi per agire più severamente contro gli avversarii. E le circostanze stesse furono loro propizie, che a non lungo andare morì Clemente V (20 aprile 1214), e dopo una vacanza di due anni e quattro mesi fu assunto al trono pontificio un uomo punto mistico e poco scrupoloso, Giovanni XXII (scelto il 7 agosto, e coronato il 5 settembre 1316). Allora il partito dei conventuali ebbe la mano libera; il nuovo generale Michele da Capua potè agire energicamente contro i dissidenti, e lo stesso Ubertino da Casale ebbe a chiedere in grazia al nuovo Papa il trapasso dall'ordine francescano a quello dei benedettini. Strano destino del capo degli spirituali, il quale dopo aver predicata la necessità dell'uso povero, entra nell'ordine, che a detta di Gioacchino più si allontanava da quell'uso.[805]

VI

Con Giovanni XXII comincia un'altra fase del movimento francescano. Ad istanza del generale Michele da Cesena il nuovo Papa non solo scrisse lettere più incalzanti a principi e vescovi contro i dissidenti,[806] ma nell'aprile del 1317 in loro danno pubblicò la costituzione Quorundam per stabilire che la qualità della tunica e le sue dimensioni debbono essere determinate dai superiori locali, ed al loro giudizio venga lasciato se pei bisogni del convento si debbano tener provvisti e granai e cantine.[807] La povertà, aggiunge il Papa, è una grande cosa, ma al di sopra di lei sta la conservazione di sè, e al di sopra di entrambe l'obbedienza ai legittimi superiori.[808] Così la quistione dai meschini piati frateschi era sollevata alla sua vera altezza. Da una parte s'affermava come primo dovere quello dell'obbedienza assoluta, senza di che è impossibile la rigida gerarchia, dall'altro si teneva duro a metter l'osservanza scrupolosa della regola innanzi a qualunque altro dovere. Imperocchè, la regola è come l'Evangelo di Cristo, e chiunque porti offesa a lei, viola la fede; nè c'è persona, per quanto alto sia il suo ufficio, che stia al di sopra della Regola; talchè quando o il Papa o altro chiunque comandi qualche cosa che sia contro questa, gli si deve per la salvezza dell'anima negare obbedienza. Tali dottrine sostenevano gl'intransigenti francescani, e quattro di essi nel 1318 in Marsiglia anzi che sconfessarle, preferirono di lasciare la vita sul rogo[809] e molti altri fuggirono appo gl'infedeli.[810] Certo non eran nuove, e l'inquisitore a ragione ne riconobbe la prima fonte nell'Olivi, le cui opere vennero in quel tempo ancora una volta esaminate e condannate.[811] Ma se l'Olivi aveva detto che S. Francesco era come un nuovo Cristo, che sofferse al pari di lui, e forse come lui risorgerà, ora s'aggiunge che la Regola bandita da S. Francesco, per diretta inspirazione di Dio è da tenersi non meno del Vangelo, ed al pari di quello non può essere nè abolita, nè forse anco modificata.[812] E la vita povera, che essa prescrive, è la vera vita evangelica, perchè nè Cristo, nè gli Apostoli possedevano nulla in proprio, ed a simiglianza dei frati spirituali andavan ramingando e stentando la vita.[813]

La quistione, come si vede, si faceva grossa. Non si trattava più di sapere quanti centimetri dovesse esser lunga la tunica, o di qual rozzo panno contesta; nè si chiedeva più se fosse lecito tener granai e cantine, o stringere contratti per mezzo dei procuratori. Gl'intransigenti sotto questi meschini pretesti miravano ben più alto, a dichiarare cioè che la vita prescritta dalla regola non differisce dall'evangelica, e che ad essa si fosse conformato Gesù, e gli Apostoli, e ad essa quindi dovrebbero conformarsi non soltanto i frati Minori, ma i cristiani tutti che debbono porre l'Evangelo a norma della loro vita; il che è come dire che non solo il clero, ma tutta la Cristianità dovesse tramutarsi in un vasto cenobio francescano. Contro siffatte massime protestavano già da un pezzo i frati domenicani, emuli dei francescani, e professanti anche loro il vòto di povertà, ma così temperato che ben poco differivano per codesto capo degli altri ordini; ed uno di essi, l'inquisitore fra Giovanni di Belna,[814] citò al suo tribunale un beghino narbonese per avere affermato secondo un'antica cronaca «che Cristo e gli apostoli, via di perfezione seguitando, niuna cosa ebbono per ragione di proprietade e di signoria nè in ispeziale, nè eziandio in comune. Il quale inquisitore, seguita la cronaca, vogliendo giudicare il detto bighino, chiamò a consiglio tutti i priori e guardiani e lettori de' religiosi e molti altri savi. Intra' quali fu presente frate Beringario Talloni, lettore nel convento de' frati minori da Nerbona. Et intra l'altre cose che il predetto inquisitore fece leggere, (si fu) il predetto articolo della povertade di Cristo e degli appostoli suoi, per lo quale voleva condannare questo cotale bighino. Ma il predetto frate Beringario lettore, sopra il detto articolo richiesto, rispuose che questo dire non era eretico, ma era dottrina sana, cattolica e fedele massimamente, conciò sia cosa che questo fosse diffinito per la chiesa cattolica nella dicretale che comincia: Exijt q. seminat. La quale cosa fatta, nè più nè meno, come se il detto lettore avesse affermata eresia, il predetto inquisitore comandò a questo medesimo lettore che il detto suo immantinente, in presenza di tutti, rivocasse. Il quale lettore non volse rivocare per niuno modo, ma imperò ch'era costretto a rivocare quella cosa che era sana e cattolica, e come sana e cattolica diffinita per la chiesa. E temendo per questo d'essere agravato per molti modi contra la giustizia, alla sedia appostolica solennemente appellò, e colla sua appellazione venne a Vignone dove il predetto papa Giovanni allora colla sua corte risedeva».[815]