Era ben naturale che i dottori della Chiesa, i quali s'adoperavano a metter d'accordo la scienza colla fede, si volgessero a combattere questo punto dell'averroismo. Ed Alessandro e Alberto Magno e S. Tommaso si fecero a dimostrare esser le teoriche di Averroè non pure false in sè medesime, ma in aperta contraddizione colle dottrine aristoteliche. Nè si può negare che la interpetrazione più conforme allo spirito dell'aristotelismo è quella appunto, che abbraccia l'Aquinate, secondo la quale l'intelletto attivo ed il passivo sarebbero bene una stessa cosa, stantecchè l'uno è in potenza quello che l'altro è in atto; ma e l'uno e l'altro s'han da tenere come funzioni dell'anima: onde lungi dall'essere unico l'intelletto, o attivo o passivo che sia, si rompe in quella vece in tanti intelletti singoli, per quante anime dar si possano.[43] Se non fosse così, l'anima umana non sarebbe gran fatto diversa dalla parete su cui cadono i raggi luminosi; e come la parete, benchè illuminata dal sole, non vede, così l'anima nostra benchè rischiarata dall'Intelletto agente non intenderebbe nulla di nulla. E se non è lei che intende, così neanco è lei che vuole e opera, ma quell'Essere dal quale spiccia la fonte della intelligibilità.[44]
È indubitato adunque che S. Tommaso vide molto più addentro dei commentatori neo-platonici ed arabi. Ma quel pericolo che crede di sfuggire da un lato, gli si presenta dall'altro. Imperocchè a quel modo che l'intelletto attivo s'identifica col passivo piuttosto secondo lo spirito che la lettera della psicologia aristotelica, così pure s'ha a dire lo stesso dell'intelletto passivo rispetto alla fantasia ed alla percezione sensibile. E come Aristotele dice che senza il fantasma non potrebbe svolgersi l'intelletto,[45] così è impossibile che l'anima abbia funzioni e vita propria, ove mai si sciolga da quel corpo che in lei ingenera sensazioni e fantasmi. Lo Stagirita senza dubbio tenne per mortale l'intelletto passivo, e ove mai l'attivo ed il passivo son la medesima cosa, con qual diritto affermeremo dell'uno ciò che dell'altro si nega? All'acume dell'Aquinate non isfugge questo pericolo, dal quale s'argomenta di scampare, ammettendo nell'anima una misteriosa tendenza verso il sensibile, la quale perdura sempre anche quando s'infrangono i lacci corporei.[46] Questa tendenza è come un corpo interno, del quale l'anima non si sveste mai; onde nè il sentimento nè i fantasmi le verranno mai meno, ed è per sempre assicurata la base su cui poggiano le più alte potenze intellettive e pratiche. Teorica codesta, strana quant'altra mai, e per giunta non nuova ed attinta a quella stessa fonte neoplatonica, dalla quale rampollava la teorica degli intelletti, separati, che S. Tommaso ripudia.[47] Se non che ella era un espediente inevitabile non solo per sottrarsi alle conseguenze estreme della teorica dell'unità degl'intelletti; ma per conciliare altresì l'immortalità dell'anima colla teorica dell'individuazione.
Questo problema dell'individuazione fu il pomo di discordia tra le scuole realistiche del secolo XIII, come quello degli universali travagliò i secoli precedenti. Abbiamo già detto che i Realisti concordemente ammettevano oltre l'universale ante rem, che esiste solo nella mente di Dio, ed il post rem, che sta nella mente umana, anche un altro universale, che essi dicevano in re, vale a dire insito nelle cose stesse. Ora le cose tutte, secondo i concetti aristotelici, constano di materia e forma, in che dunque è riposto l'universale nell'uno o nell'altro di questi fattori? Aristotele stesso s'era posto in qualche modo questo problema, quando facevasi la dimanda opposta, cioè che cosa fosse l'individuo. Ed egli dopo lungo contrasto venne nella conclusione: l'individuo non esser nè la materia, nè la forma, ma l'unità di entrambi, il sinolo, come egli diceva, dei due universali.[48] Se non che ammessa pure questa soluzione aristotelica, il problema rinasce sempre sotto un'altra forma. Dei due fattori, il cui intreccio costituisce l'individuo, quale dei due è il determinante e quale l'indeterminato, o in altre parole dove sta il principium individuationis? Per un certo rispetto sembra che il principio individuante stia nella materia: perchè la forma, secondo le stesse parole di Aristotele, è un tipo unico, il quale si riproduce in tante differenti impressioni per quanto diverse sono le materie in cui s'impronta. E questa fu la dottrina seguita da Alberto Magno e dall'Aquinate;[49] ma non senza gravi e ben fondate opposizioni da parte delle altre scuole. Come mai, si diceva, sarà la materia il principium individuationis, ovvero la radice di tutte le distinzioni, e specificazioni quando essa medesima è qualche cosa d'indistinto? Che cosa è la materia destituita di forma? Non è forse l'indeterminato, la potenza pura direbbe Aristotele, la quale appunto per opera della forma acquista limiti e contorni? Il sostrato universale dunque è la materia, e la forma è il principio che da questo fondo comune cava fuori le specie e gl'individui.[50] Sembrano discussioni bizantine coteste, e lo stesso Jourdain così dotto nella filosofia scolastica rimprovera S. Tommaso di esservisi cacciato dentro. Ma siamo giusti. Non è forse un profondo bisogno di qualsiasi filosofia realistica la deduzione o costruzione, che dir si voglia, dell'individuo? Il problema era adunque inevitabile, e più che a porlo sarebbe occorsa molta industria per ischivarlo. Comunque sia, egli è fuor di dubbio che il problema dell'individuazione servì a crear sul finire del secolo XIII due nuove scuole, che si combattevano non meno aspramente delle antiche, e che dai loro fondatori tolsero il nome di Tomisti e Scotisti.[51]
A rinfocolare le ire avrà contribuito senza dubbio l'antico livore tra Domenicani e Francescani; ma il problema intorno a cui disputavano non era meno grave di quello degli universali, e qualunque soluzione si accettasse veniva a rompere contro le barriere della teologia. In verità lo Scotismo, che, mettendo il principio d'individuazione nella forma,[52] ha l'aspetto di un Realismo più compatto, cade in quelle conseguenze panteistiche, che vedemmo non iscompagnarsi mai dalle intuizioni realistiche. Nè il Dottor sottile se ne dissimula il pericolo, ma aperto e risoluto gli va incontro dichiarando di tornare alla posizione dell'abborrito Avicembronio, e rappresentandosi il mondo tutto come un albero bellissimo, la cui radice e seme sia la materia prima, le foglie gli accidenti, le frondi e i rami il creato corruttibile, il fiore l'anima umana, ed il frutto la natura angelica.[53] Ma neanco è mondo di peccato il Tomismo, nel quale le dottrine filosofiche solo per via di espedienti artificiosi son messe d'accordo coi dommi tradizionali. Così ad esempio se Averroè seguendo Aristotele dimostra l'eternità del mondo, S. Tommaso non ardisce di provare il contrario, ma s'argomenta di mettere in salvo la fede collo stabilire che non tutto ciò che si crede debba essere dimostrabile e conoscibile.[54] Parimenti ei non sconfessa le conseguenze della sua teorica dell'individuazione, ed interpetrando a suo modo la tradizione, ammette che la natura angelica, comecchè destituita di materia non sia capace di differenze individuali, bensì delle sole generiche e specifiche.[55] Ma dell'anima umana non osa dire altrettanto, e per salvarne ad ogni costo l'individualità escogita quella teorica della tendenza al sensibile, di cui abbiam fatta parola. A tale dovea ridursi una mente eletta, come quella dell'Aquinate; segno evidente che il dissidio tra il contenuto filosofico ed il dommatico è ben superiore alla volontà degli uomini, e quel semirazionalismo, che vuol comporre in armonia le più opposte tendenze, riesce invece a dirimerle di vantaggio. Onde alcuni contemporanei si argomentarono di battere una via diversa dalla tomistica.
IV
E primo e più geniale fra tutti è S. Bonaventura (1221-1274), che venne a ragione chiamato Doctor Seraphicus. Animo profondamente mistico non crede che nelle materie comuni alla fede e alla filosofia il ragionamento possa aggiunger nulla di forza al convincimento religioso. E la ragione stessa ha un ufficio affatto secondario, comecchè serva solo di guida per elevare la mente per varii gradi alla contemplazione beatifica di Dio. Ma pervenuti a quest'alta cima, lo splendore dell'infinita luce ne abbaglia la vista; la forza del nostro argomentare si fiacca, e l'anima dimentica di sè stessa, si smarrisce nell'oggetto della sua contemplazione e dell'amor suo.[56]
Fra gli oppositori del Tomismo si potrebbe annoverare anche l'altro francescano Raimondo Lullo (1235-1315), strano miscuglio di capestrerie cabalistiche ed astrologiche e sconfinate pretensioni razionalistiche. Nel Lullo si rovescia affatto la relazione che pone Bonaventura tra la fede e l'intelletto. Per Bonaventura l'intelletto è il mezzo, e la fede o la visione beatifica da lei somministrata il fine; per Lullo invece la fede è il mezzo per elevarci a Dio, e l'intenderlo, il conoscerlo razionalmente il fine. La fede può bastare agli uomini volgari, ai contadini, agl'ignoranti, ai mercenarii; ma quelli forniti di più alto intelletto non se ne contentano, e fan bene perchè la ragione non è impotente a svelare i più alti misteri; e col nudo magistero della ragione il Lullo s'affida di distruggere non solo le false filosofie, ma benanco le false religioni e le eresie. Escogita anzi a questo fine una tal macchina ragionatrice, una specie di tavola pitagorica, coll'aiuto della quale senza scomodarsi molto, si può scoprire e dimostrare qualunque verità. Si sente in lui il filosofo del Rinascimento,[57] come in un altro francescano ed oppositore del pari si ravvisa già il precursore dei tempi moderni.
Intendo parlare di Rogero Bacone (1214-1294), di quel genio solitario ed infelice, che scontò colle più crude sofferenze il grave peccato di richiamare sulla buona via le menti smarrite dei suoi contemporanei. Straniero all'età sua ei ben seppe scoprire dove stessero i veri impedimenti, e come ei dice maxima comprehendendae veritatis offendicula, che sono la falsa autorità, l'abito inveterato, l'illusione del senso, il bisogno di nascondere colle lustre di un falso sapere la propria ignoranza. Ed al falso metodo delle deduzioni arbitrarie ei vuol sostituire quello di una ben regolata esperienza, ed ai commenti sui libri naturali degli antichi uno studio diretto della natura, integrato e compiuto dalle costruzioni matematiche. Povero Bacone! La tua voce suona nel deserto, e correrà molto tempo prima che un tuo omonimo riprenda e seguiti con migliori auspicî l'opera da te intrapresa. Il secolo XIII era per fermo immaturo a tanta riforma, chè per quante opposizioni gli si movessero, il tomismo pur sempre dominava le menti, ed alle sue dottrine s'informavano non pure la teologia, ma benanco le lettere di quel tempo.[58]
V
Una splendida prova del dominio del pensiero filosofico di S. Tommaso sulla letteratura è senza dubbio la Divina Commedia, nella quale con immagini, spesso nuove, sempre felici, sono chiarite le più astruse dottrine dell'Aquinate. Valga per tutti il XIII del Paradiso, in cui Dante mette in bocca a S. Tommaso stesso la dottrina dell'universale ante rem, o pensiero divino e dell'universale in re, raggiamento della divina luce.