Era essa figlia della stessa madre, come Lucrezia e Cesare? Lo ignoriamo, nè a noi sembra verosimile. Non v'ha, per dirlo anticipatamente, che una sola testimonianza autentica, ove insieme coi figliuoli di Rodrigo sia nominata anche la madre. È l'iscrizione sepolcrale nella chiesa di Santa Maria del Popolo in Roma, ove Vannozza è chiamata madre di Cesare, Giovanni, Jofrè e Lucrezia. Del maggiore di questi figliuoli Don Pierluigi e di Girolama non si parla punto.

Del resto Rodrigo ebbe pure una terza figliuola, di nome Isabella; e di questa neanche può essere stata madre la Vannozza. Egli la maritò il primo aprile 1483 col nobile romano Piergiovanni Mattuzi della regione Parione.[13]

IV.

La relazione del cardinale con Vannozza continuò forse sino all'anno 1482, perchè questa, dopo Lucrezia, gli diede ancora un figliuolo, Jofrè, nato il 1481 o 1482.

Poscia la passione del Borgia per questa donna quasi quarantenne s'estinse. Nullameno riguardava in essa la madre dei figliuoli suoi, e la confidente di molti dei suoi misteri.

Vannozza, del resto, al marito suo Giorgio de Croce aveva partorito un figliuolo, a nome Ottaviano: per lo meno il bambino passò per figlio di colui. Essa, grazie agli aiuti del cardinale, crebbe di molto le sue entrate. In documenti legali ci si presenta qual locataria di alcune osterie in Roma; e presso Santa Lucia in Selce nel quartiere della Suburra acquistò una vigna e una casa di campagna, a quel che pare, da' Cesarini. Giorgio de Croce s'era fatto ricco; in Santa Maria del Popolo fondò una cappella per sè e per i suoi. Egli morì il 1486, e l'anno medesimo morì pure il figlio Ottaviano.[14]

La morte di lui addusse un mutamento nelle relazioni di Vannozza. Il cardinale incalzava, perchè la madre dei suoi figliuoli passasse a seconde nozze. Così avrebbe avuto chi potesse difenderla, ed assicurare alla casa una esistenza decente. Secondo marito fu un mantovano, Carlo Canale. Prima di venire a Roma, s'era già fatto conoscere per la sua cultura ne' circoli umanistici di Mantova. Abbiamo ancora la lettera di Angelo Poliziano, nella quale il giovane poeta raccomandava al Canale il suo Orfeo. Il manoscritto di questo primo tentativo drammatico, col quale s'iniziò la rinascenza del teatro italiano, era di fatto nelle mani del Canale. E questi, riconoscendo il merito del lavoro, incoraggiava il poeta ancora pauroso e di sè incerto.[15] Poliziano aveva composta la poesia a richiesta del cardinale Francesco Gonzaga, grande favoreggiatore della bella letteratura, e distesala in due giorni soltanto: e Carlo Canale era cameriere del cardinale. L'Orfeo fu composto verso il 1472. Morto nel 1483 il Gonzaga, il Canale andò a Roma, e si pose al servizio del cardinale Sclafetano di Parma. Qual confidente e suddito dei Gonzaga si tenne sempre legato con questa casa principesca.[16] Nella sua nuova condizione appoggiò le pratiche di Ludovico Gonzaga, fratello di Francesco, quando nel 1484, fatto vescovo di Mantova, venne a Roma per ottener la porpora.[17]

Il Borgia aveva già conosciuto il Canale sin da quando era al servizio del Gonzaga; e lo incontrò dappoi in casa Sclafetano. Se lo destinò a marito della sua vedova amica, fu in grazia dell'ingegno e delle aderenze di lui che potevano essergli utili. Dall'altra parte il Canale non potè annuire alla proposta di farsi marito della Vannozza se non per avidità di guadagno; e l'aver accettato mostra che la condizione sin allora tenuta di cortigiano di cardinali non l'aveva arricchito.

Il nuovo contratto di nozze fu rogato l'8 giugno 1486 dal notaio di casa Borgia, Camillo Beneimbene. Furon testimoni Francesco Maffei, scrittore apostolico e canonico di San Pietro, Lorenzo Barberini de Catellinis, cittadino romano, Giuliano Gallo, un noto mercatante romano, i signori Burcardo Barberini, De Carnariis, e altri molti. Come dote la Vannozza portava allo sposo, oltre altri donativi, la somma di 1000 fiorini d'oro, e il diploma dato gratuitamente al posto di sollecitatore delle Bolle papali. Nell'istrumento il matrimonio di Vannozza è espressamente indicato come il secondo. Ed è chiaro, si sarebbe invece parlato di terze o in generale di nuove nozze, ove quelle pretese prime con Domenico di Arignano avessero realmente avuto luogo.[18]

Nel contratto come abitazione di Vannozza, dove le nozze furono stipulate, è indicata la casa sua nel quartiere Regola, a Piazza de Branchis, nome che la piazza porta ancora da una estinta famiglia De Branca. Ciò mostra che dopo la morte del primo marito essa aveva dovuto abbandonar la casa a Pizzo di Merlo e passare in quest'altra a Piazza Branca. La quale doveva essere di proprietà di lei; mentre il secondo marito pare uomo sprovvisto di sostanze, che solo col matrimonio e con la protezione del potente cardinale sperava far fortuna.