Da una lettera del nominato Ludovico Gonzaga, del 19 febbraio 1488, risulta che il nuovo matrimonio di Vannozza non fu sterile. Il vescovo di Mantova incaricava il suo agente in Roma di fare in vece sua da padrino a Carlo Canale, che di tale onore avevalo richiesto. La lettera non aggiunge altro: pure ciò non può essere inteso che nel senso indicato.[19]

Non si sa in qual tempo Lucrezia abbandonasse la casa della madre e andasse per determinazione del cardinale in tutela ad una donna, che su lui e su tutta la famiglia Borgia esercitava grande influenza.

Questa era Adriana della casa dei Mila, figlia di Don Pietro, uno dei nipoti di Callisto III e cugino di Rodrigo. Quale stato costui tenesse in Roma, ignoriamo.

Egli sposò la figliuola Adriana con un membro della nobile casa degli Orsini, Ludovico, signore di Bassanello presso Civitacastellana. Essendosi Ursino Orsino, nato da questo matrimonio, ammogliato nell'anno 1489, è da tenere che la madre Adriana sia divenuta moglie almeno 16 anni prima. In quell'anno stesso 1489 il marito Ludovico Orsino era già morto.

Nello stato matrimoniale e poscia nella vedovanza Adriana abitò in Roma uno de' palazzi degli Orsini, probabilmente quello a Monte Giordano, di qua da Ponte Sant'Angelo. Di fatto più tardi nella eredità di suo figlio Ursino si nomina la parte, cui egli aveva diritto appunto su tal palazzo.

Il cardinale Rodrigo viveva in istrettissima relazione con Adriana. Essa era per lui più che congiunta: la confidente de' peccati suoi, de' suoi intrighi e de' suoi disegni, e tale la ebbe sino alla morte.

A lei affidò anche sin dalla tenera età la figliuola Lucrezia, perchè la educasse. Di questo fatto non si può dubitare. Si rileva da una lettera dell'ambasciatore di Ferrara in Roma, Giannandrea Boccaccio, vescovo di Modena, indirizzata al duca Ercole nell'anno 1493. A proposito di Madonna Adriana Ursina dice, che questa ha sempre tenuta ed educata Lucrezia in sua propria casa.[20]

Secondo il costume italiano, mantenutosi insino ad oggi, l'educazione delle figliuole era affidata a monache. D'ordinario le fanciulle, passati alquanti anni in un monastero, andavano poscia a marito ed entravano nel mondo. Se non che, se è vera la descrizione che l'Infessura ci porge delle condizioni dei monasteri di donne, anche il cardinale dovette esitar molto prima di confidare la sua figliuola a quegli stinchi di sante. V'erano nulladimeno anche monasteri, ove tanta indisciplinatezza non era penetrata, come forse San Silvestro in Capite, nel quale i Colonna facevano educare alcune delle loro figlie, ovvero Santa Maria Nuova o San Sisto sulla via Appia. Essendo il Borgia papa, Lucrezia scelse appunto l'ultimo di questi chiostri per asilo, forse per la ragione che già bambina v'aveva per un pezzo ricevuta l'educazione religiosa.

Fondamento della educazione di una donna italiana fu in ogni tempo la devozione per la Chiesa. Quella non era già rivolta a formare il cuore e l'animo; ma una bella forma di contegno religioso, mercè la quale la fede potesse dare una certa ritenutezza alla morale. Il peccare in sè non rendeva brutta niuna donna; ma dalla peccatrice, fosse pure la più dissoluta, il costume esigeva che adempisse tutti gli obblighi della Chiesa, e si mostrasse all'apparenza una cristiana ben composta. Donne scettiche e di libero spirito, si può dir, non ve n'erano; in quelle condizioni di socievolezza sarebbero state impossibili. Quell'empio tiranno, che fu Gismondo Malatesta di Rimini, edificò una magnifica chiesa, e in essa una cappella in onore della sua amante Isotta. E Isotta sicuramente non fu a nessuna seconda quanto a praticar in chiesa. Vannozza fece costruire e ornare una cappella in Santa Maria del Popolo. Fu in voce di donna devota, e non mica dopo la morte di Alessandro VI. Suprema delle sue cure materne, come di Adriana, fu, senza dubbio, di dare alla figliuola quel decente contegno cristiano; e Lucrezia se l'era appropriato tanto per bene, che più tardi un ambasciatore di Ferrara potè lodarsi delle sue maniere rigorosamente cattoliche.

È erroneo credere che qui si tratti di una ipocrisia. Questa implicherebbe un pensiero indipendente intorno ai problemi religiosi o un processo interiore e morale, ch'è estraneo affatto alle donne di quel tempo, e che in massima parte tal è tuttora alle donne italiane. La religione era ed è in Italia forma di educazione; e, per minimo che fosse il suo valore etico, era pur sempre una specie di bella formalità, nella quale la vita quotidiana era rinchiusa e assicurata come in una cornice.