Le figliuole di famiglie fornite di mezzi di fortuna non potevano nei chiostri attendere agli studii letterarii; ricevevano invece questa istruzione da maestri, dati forse loro in comune coi fratelli. Non ê un'esagerazione il dire, che le donne bennate nel XV e nel XVI secolo avevano una coltura più soda e più erudita di quella del tempo nostro. La ragione di ciò è da riporre non nella vastità, ma ben piuttosto nel carattere esclusivo e nella limitazione della coltura d'allora. Le mancava quel patrimonio immenso e veramente incalcolabile di materiali di civiltà, che lo svolgimento e il progresso dello spirito europeo nel corso di tre secoli ha generati. La coltura della donna nella Rinascenza si concentrava essenzialmente nell'antichità classica. Si lasciava da banda come di niun valore tutto quanto potesse allora meritare il nome di moderno. Per tanto era una coltura dotta. In quella vece la coltura odierna della donna non è più classica; ma trae esclusivamente alimento dal tesoro delle cognizioni moderne. Se non che appunto la varia e multiforme natura di queste le toglie oggi quel carattere posato e sicuro, facilmente ottenibile dalla donna della Rinascenza in una cerchia limitata di educazione. L'istruzione odierna delle donne, anche nella Germania, tanto lodata per le sue scuole, è suppergiù senza fondo e superficiale, anzi scientificamente nulla. Tutt'al più si riduce ad imparare un paio di lingue viventi e a suonare il pianoforte; e per questo si spende un tempo sterminato. L'eccessiva lettura de' giornali, de' libri di amena letteratura e de' romanzi quasi non lascia più agio alle nostre donne di acquistare una cultura seria. Nella Rinascenza il pianoforte non si conosceva; ma ogni donna bene educata usava suonare il liuto. Il romanzo era appena su' primi albori. Ancora oggi l'Italia è il paese, ove si produca e legga il meno in quel genere letterario. Ebbe, dopo il Boccaccio, novelle; ma anche queste piuttosto con parsimonia. Le poesie furono numerosissime; ma per metà scritte in latino. Il commercio librario e la stampa erano bambini. Il teatro sorto appena; e solo una volta l'anno, nel carnevale, si davano rappresentazioni drammatiche, e non su pubbliche, ma su scene private. Ciò che noi oggi chiamiamo letteratura o coltura internazionale, consisteva allora nello studio de' classici, cui si attendeva con passione. Quel luogo che nella educazione delle nostre donne hanno preso le lingue straniere, era tenuto allora dalla conoscenza delle lingue latina e greca.
Agl'Italiani della Rinascenza non entrava in mente il pregiudizio, che la famigliarità con queste ultime lingue, che il sapere erudito rompa il fascino della natura femminile; e che le donne in genere debbano tenersi in una sfera inferiore di coltura. È un pregiudizio codesto, come alcuni altri penetrati nelle società nostre, d'origine germanica. Ideale della natura della donna ai Tedeschi parve sempre l'amoroso governo della madre nella cerchia della famiglia. Per lunga pezza le donne tedesche schivarono ogni esistenza pubblica per un sentimento di pudore e di moralità. Le attitudini loro restaron nascose, tranne il caso che peculiari condizioni, specialmente vivendo in Corte o per ragioni dinastiche, non le costringessero a mostrarle. Riandando, anche sino ai tempi moderni, la storia della coltura dei popoli germanici, non si trova un numero così grande di caratteri di donne pubblicamente famose, quali l'Italia, la terra prediletta della personalità, ha possedute nella Rinascenza. L'influenza, esercitata da donne di alto intelletto sulla vita socievole italiana ne' secoli XV e XVI, e nel tempo posteriore in Francia sullo svolgimento spirituale e sociale, fu ignota in Inghilterra e in Germania.
Nulladimeno più tardi le condizioni della coltura femminile nei paesi germanici e nei latini si sono invertite. Si elevò in quelli, mentre in questi diè giù, massime in Italia. La donna italiana, che durante la Rinascenza si poneva a fianco dell'uomo, e gareggiava con lui per la palma della coltura, e prendeva amore ad ogni progresso spirituale, restò poscia indietro e in basso. Da due secoli in qua si tenne indifferente ed estranea del tutto alla più elevata sfera della vita nazionale. Divenne piuttosto, nelle mani del prete, istrumento di servitù spirituale. In cambio, alle donne germaniche la Riforma rese maggior libertà personale. E a cominciare soprattutto dagl'inizii del secolo XVIII anche la Germania e l'Inghilterra han potuto esporre la loro serie di donne largamente colte e anche erudite. Non è colpa della Chiesa, ma della moda, delle abitudini sociali, e un po' anche del manco di ricchezza nelle famiglie, se in Germania la coltura delle donne è in generale mediocre.
Ai nostri tempi in una scuola tedesca superiore, nella Svizzera, è stato fatto un primo tentativo di rinnovamento di quell'antica coltura erudita per le donne; quale fu intesa in Italia. L'impresa fallì, perchè si volle aggiungervi altri scopi, oltre quello della coltura, e perchè non fu tutta opera di donne germaniche. Ma per dubbioso e incerto che dovess'essere l'esito di tale tentativo scolastico, rispetto alle abitudini e disposizioni della donna, fu pur forse il segno di una incipiente riforma nella istruzione femminile.
Una donna dotta, per la quale oggi gli uomini sentono d'ordinario più avversione che rispetto, noi Tedeschi la chiamiamo, massime se scrive libri, dottoressa.[21] Nella Rinascenza la si chiamava Virago, predicato ch'era titolo d'onore. Jacopo da Bergamo nello scritto Sulle donne celebri, composto nel 1496,[22] l'adopera sempre come segno di distinzione. Raramente quella parola trovasi in scrittori italiani usata per significare quel concetto che comunemente sveglia in noi Tedeschi. Chiamavasi a quel tempo Virago la donna, che per coraggio, intelligenza e coltura si levava al di sopra delle altre. Tanto era più festeggiata, se con simili doti accoppiava grazia e bellezza. Imperocchè l'erudizione e la classica coltura presso gl'Italiani non eran nemiche delle grazie femminili. Piuttosto quelle davano a queste nuova e maggior forza. Dell'una donna o dell'altra Jacopo mai non tralascia di notare, che, quantunque volte mostravansi in pubblico come poetesse od oratrici, ciò che affascinava l'uditorio era appunto l'incredibile pudore e la decenza loro. Loda così Cassandra Fedeli; e di Ginevra Sforza ammira l'eleganza della forma, la grazia straordinaria in ogni movimento della persona, la franca regal maniera e soprattutto la morale bellezza. Altrettanto dice di Ippolita Sforza, moglie d'Alfonso d'Aragona, che in sè riuniva coltura finissima, meravigliosa eloquenza, bellezza rara e nobilissimo pudore femmineo. Ciò che allora chiamavasi pudore (pudor), altro non era che la colta grazia naturale di una donna altamente dotata: in una parola, la grazia svolta e perfezionata. Lucrezia Borgia ne era fornita a dovizia. Nella donna rispondeva a quel che nell'uomo era il decoro del perfetto cavaliere. Forse non senza maraviglia si leggerà, che alcuni contemporanei lodavano in Cesare, nell'uomo di sì trista fama, la modestia, come una delle qualità sue più spiccate. Ma anche ciò bisogna intendere sotto il rispetto della coltura della personalità, della quale era essenzial forma di educazione e di manifestazione la modestia nell'uomo, nella donna il pudore.
Certo nel secolo XV o nel XVI sui banchi delle scuole pubbliche in Bologna, Ferrara e Padova non sedettero donne emancipate, quali, non ha molto, se ne videro a Zurigo per attendere a studii pratici professionali. Ma le scienze stesse umanistiche, coltivate da giovani e da uomini, erano una necessità anche per l'alta coltura femminile. Come nel Medio Evo tènere fanciulle dedicavansi ai Santi del chiostro per divenir monache, così nella Rinascenza bambine straordinariamente dotate venivano offerte alle Muse. Jacopo da Bergamo, a proposito della Trivulzia di Milano, contemporanea di Lucrezia, che già a 14 anni suscitava per l'eloquenza sua incredibile ammirazione, dice: «Allorchè i genitori si accorsero delle straordinarie facoltà della bambina, la dedicarono quando aveva appena sette anni alle Muse, e la confidarono a loro, perchè la educassero.»
Gli studii scientifici delle donne comprendevano allora le lingue classiche e i tesori letterarii delle stesse, l'eloquenza, la poesia, l'arte cioè di versificare, e la musica. Il dilettantismo nelle arti del disegno nacque naturalmente di per sè. La grande copia di creazioni artistiche della Rinascenza porgeva modo ad ogni donna colta italiana di acquistare senza fatica gusto e senso pel bello artistico.
Filosofia e teologia entravano esse pure nella coltura perfetta della donna. Dispute intorno a problemi relativi a tali discipline avevan luogo nelle corti e nelle sale delle Università tutti i giorni; e non mancavano donne aspiranti alla gloria di prendervi parte e illustrarvisi. La veneziana Cassandra Fedeli, un miracolo del tempo, sullo scorcio del secolo XV era tanto addentro nella filosofia e teologia quanto ogni dotto uomo. Essa disputava in pubblico con molta grazia, tra l'entusiasmo degli ascoltatori, in presenza del doge Agostino Barbarigo, e sovente nella pubblica scuola di Padova. La bella moglie di Alessandro Sforza di Pesaro, Costanza Varano, era versata nella poesia, eloquenza e filosofia. Scrisse molti dotti trattati. «Aveva quotidianamente tra mano gli scritti di Agostino, Ambrogio, Jeronimo e Gregorio, quelli di Seneca, Cicerone e Lattanzio.» Egualmente erudita la figliola, Battista Sforza, la nobile moglie di quel coltissimo uomo di Federico da Urbino. E della famosa Isotta Nugarola di Verona si racconta, che fu pienamente familiare coi libri dei Padri della Chiesa e dei filosofi. Nè erano poi sconosciuti ad Isabella Gonzaga ed Elisabetta di Urbino, per non dire di altre che subito dopo vennero del pari in celebrità, quali Vittoria Colonna e Veronica Gambara. I nomi di queste e di altre donne indicano il culmine della coltura femminile nella Rinascenza. E quando pure l'ingegno e l'istruzione loro fossero stati per ogni tempo eccezionali, è certo che quegli studii, che in sì alto grado si appropriarono, non entravan punto per eccezione nella sfera di coltura delle donne bennate. Eran coltivati invece per complemento della personalità e per render più adorna l'esistenza socievole. La frivolezza delle conversazioni nostre è veramente sconfinata: a siffatta vuotaggine si cerca rimedio nel canto e nel suono del pianoforte. Certo nelle sale stesse della Rinascenza le cose non saranno sempre ite come nei simposii platonici; e quelle dispute nelle conversazioni sarebbero oggi per noi motivo di noia insopportabile. Non di meno i bisogni d'allora eran diversi. Un discorso bello e pieno di spirito tra gente di valore e finamente educata, dandogli una tinta e un carattere di classicismo, introducendovi pensieri tolti da antichi autori; ovvero svolgere e compiere dialogizzando un discorso sopra un dato tèma: era questo l'altissimo de' diletti per la socievolezza d'allora. Questa forma di conversazione propria alla Rinascenza, toccò più tardi in Francia la vera altezza dell'arte. Il Talleyrand la chiamava la più bella e più grande felicità dell'uomo. Il dialogo classico rifiorì, con questo progresso, che vi pigliavan parte anche donne altamente istruite. Come modelli di siffatta elegante e geniale socievolezza valgono il Cortegiano del Castiglione e Gli Asolani, che il Bembo dedicò a Lucrezia Borgia.
La figlia di Alessandro non ebbe grido fra le donne italiane classicamente colte; mentre sembra l'educazione di lei non essersi di molto levata oltre il livello comune. Ma pel tempo suo ricevette istruzione compiuta. Aveva imparato le lingue, la musica e le arti del disegno; e più tardi in Ferrara la sua abilità artistica nel fare bei ricami in seta e oro fu oggetto di ammirazione. «Parlava spagnuolo, greco, italiano e francese, un tantino anche e correttamente latino; e in tutte queste lingue scriveva e faceva versi:» così di lei il biografo del Bayard nel 1512. Sotto l'influenza del Bembo e dello Strozzi, Lucrezia potè più tardi, nel periodo più tranquillo della vita sua, perfezionare la sua educazione. Pure è certo che dovette averne gettate le basi in Roma. Essa era ad una volta spagnuola e italiana; e delle lingue de' due paesi fu interamente padrona. Delle lettere sue al Bembo due sono scritte in spagnuolo: le molte altre — più di 100 — che ancora di lei rimangono, sono in italiano di quel tempo, semplici nell'espressione e spigliate nel concetto. Per contenuto non hanno importanza di sorta: v'appariscono l'animo e il sentimento, ma nessuna profondità spirituale. La calligrafia non è sempre uguale: talvolta ha tratti duri e forti, che ricordano la maniera di scrivere tutta piena di energia del padre; tal'altra è netta e fine come quella di Vittoria Colonna.
Nessuna delle lettere prova che Lucrezia comprendesse il latino; e il padre stesso ebbe una volta a dire com'ella non ne fosse padrona del tutto. Ad ogni modo doveva essere in grado d'intendere le scritture latine; altrimenti Alessandro non averebbe potuto più tardi farla sua rappresentante in Vaticano, con facoltà di aprire le lettere. Similmente gli studii di lei nel greco non devono essere stati molti serii; pure non è a dire che l'ignorasse affatto. Nella sua gioventù fiorivano ancora in Roma le scuole di letteratura greca, che vi andarono crescendo dopo il Crisolora e il Bessarione. Nella città dimoravano sempre molti Greci, parte esuli dalla Grecia, parte venuti con la regina Carlotta di Cipro. Questa principessa così vaga di avventure visse, sino alla morte, nel luglio 1487, in un palazzo del Borgo Vaticano, ove teneva corte e forse raccoglieva a sè d'intorno la gente dotta di Roma, come appunto usò molto più tardi la colta regina Cristina di Svezia. Nella casa di lei il cardinal Rodrigo doveva aver conosciuto, fra gli altri nobili Ciprioti, anche Ludovico Podocatharo, che fu poi suo secretario. Forse fu questi che insegnò il greco ai bambini Borgia.