Le relazioni intime con la Giulia, gl'illeciti legami del padre con colei, de' quali la Lucrezia era ogni giorno testimone, se non le furono proprio scuola del vizio, la fecero stare con questo in continuo contatto. In tale atmosfera poteva mai una fanciulla di soli 14 anni mantenersi pura? Non doveva l'elemento della immoralità, nel cui mezzo era costretta a vivere, avvelenare i sentimenti suoi, attutire o falsare in lei ogni idea di morale e di virtù, e quindi penetrare anche tutta la natura sua?
IX.
Sul finire dell'anno 1493 Alessandro VI aveva largamente provvisto all'avvenire de' figli suoi. Cesare era cardinale; Juan duca in Spagna; Jofrè fu presto principe a Napoli. Questo più giovane figliuolo del Papa si sposò con donna Sancia in Napoli il 7 maggio 1494, il giorno stesso in cui suo suocero Alfonso, qual successore di re Ferdinando, salì al trono e fu incoronato dal cardinale legato Giovanni Borgia. Don Jofrè restò a Napoli: egli divenne principe di Squillace. Anche Don Juan ricevette grandi feudi in quel reame, e portava per questo i titoli di duca di Sessa e principe di Teano.
Il marito di Lucrezia dimorò ancora un pezzo a Roma, ove il Papa avevalo preso al suo soldo, conforme al preesistente trattato d'alleanza con Ludovico il Moro. Del resto, lo Sforza era al tempo stesso anche uno de' condottieri di quest'ultimo. Ma già la condizione di lui alla Corte d'Alessandro cominciava a farsi ambigua. Gli zii suoi l'avevano sposato con Lucrezia, per fare del Papa un partigiano e complice della loro politica, che mirava ad una rivoluzione in Napoli. Ed ora invece Alessandro si legava strettamente con la dinastia Aragonese; dava al re Alfonso l'investitura del regno; e dichiaravasi contrario alla vagheggiata spedizione di Carlo VIII.
L'imbroglio per lo Sforza non era quindi piccolo. Sui primi d'aprile 1494 informava lo zio Ludovico della sua disperata condizione.
«Vedendo (così scriveagli) queste bandiere contro ogni debito dirizzarsi ad un cammino, che non mi piace, nè mai avrei creduto, tutto perplesso, come colui che non vorrei maculare la fede mia, nè contravvenire alle obbligazioni, che ho per capitoli col Pontefice e con l'Eccellenza Vostra, non avendo altro rifugio, non altro signore nè padrone qui che il Reverendissimo Cardinale Vicecancelliere (Ascanio Sforza), il quale mi fermò a' comuni stipendii, mi rivolsi a lui e lo supplicai che nel caso presente si degnasse consigliarmi e drizzarmi a quel cammino che più salutifero per me gli paresse e pel quale io venissi a conservare la fede mia, che mentre vivrò intendo mi sia una dote di ricchezza. E il cardinale mi rispose che ne parlassi al Pontefice, e facessi che Sua Beatitudine ne parlasse a lei; chè ella vedrebbe di assettare i fatti miei; e così feci. E ieri, dicendomi Sua Santità al cospetto di esso cardinale: «Ben ecco qua messer Gio. Sforza, che vuo' tu mo dire?» Gli risposi: «Padre Santo, per tutta Roma si tiene che la Santità Vostra sia d'accordo col Re (di Napoli), il quale è inimico dello Stato di Milano. Quando così sia, io mi trovo a un mal partito. Perchè, essendo ai comuni stipendii di Vostra Santità e di tale Stato, quando le cose andassero innanzi di questo passo, non vedo poter servire ad uno che non disserva all'altro. E spezzare la compagnia io nol vorrei fare. Supplico Vostra Beatitudine si degni ordinare la condizione mia in modo che non resti inimico al sangue mio, nè debba contravvenire alle obbligazioni che ho per capitoli.» Mi rispose, ch'io volevo intender troppo de' fatti suoi, e che togliessi la prestanza dall'uno e dall'altro, e non cercassi dai coppi in su. E così commise al detto cardinale ne scrivesse all'Eccellenza Vostra, come più diffusamente ella intenderà dalle lettere dello stesso, alle quali mi rimetto. — Signor mio, se avessi creduto venire a termini tali, avanti di essermi legato per questa via, sarìa stato a mangiarmi la paglia sotto. Io mi getto nelle braccia vostre. Prego l'Eccellenza Vostra non mi voglia abbandonare, ma considerare lo stato in che io mi ritrovo, e non mi mancare dell'affetto suo ed aiutarmi, favorirmi e consigliarmi, perchè io resti buon servitore dell'Eccellenza Vostra; e mi conservi il credito e quel poco di mio, che grazie allo Stato di Milano mi hanno lasciato i miei progenitori; e il quale, insieme con la propria persona e genti d'armi, io manterrò sempre agli ordini dell'Eccellenza Vostra.
»Roma.... aprile 1494.
»Giovanni Sforza.»[50]
La lettera rivela anche altri più profondi e più ascosi timori circa la durata del dominio su Pesaro. Sin d'allora i propositi del Papa di far sparire dallo Stato della Chiesa tutti quei tirannelli e vicarii eran già in qualche modo trapelati.
Poco tempo dopo, il 23 aprile, il cardinal Della Rovere fuggì da Ostia e andò in Francia per spingere Carlo VIII alla spedizione in Italia, non tanto per rovesciare l'ordine di cose esistenti in Napoli, quanto per trascinare quel Papa simoniaco innanzi a un Concilio e deporlo.