Caterina Sforza morì in un monastero di Firenze nell'anno 1509. Alla patria lasciò un figlio della stessa tempra sua, Giovanni Medici, l'ultimo gran condottiere italiano, divenuto famoso nella storia della guerra come capitano delle bande nere. Una figura marmorea di questo capitano dalla forza erculea e dalla nuca di Centauro sta ancora assisa all'angolo della Piazza di San Lorenzo in Firenze.

XVI.

Caduti i Riarii d'Imola e Forlì, tutti i tiranni dello Stato della Chiesa tremarono di Cesare. Anche principi più potenti, come Este e Gonzaga, che non eran punto, o solo in parte, feudatarii della Chiesa, s'arrovellavano per aver l'amicizia del Papa e del suo formidabile figliuolo. Cesare, come alleato di Francia, erasi assicurati i servigi di quei due principi; e, a cominciare dall'anno 1499, ne aveva ricevuto aiuto nelle sue imprese in Romagna. Mantenne viva corrispondenza con Ercole d'Este, che egli, uomo giovane e immaturo, trattava da suo pari, come fratello ed amico. Comunicò a colui i suoi successi, e n'ebbe in risposta congratulazioni con parole piene egualmente di confidenza, ognuna delle quali era una menzogna diplomatica dettata dalla paura. La corrispondenza tra Cesare ed Ercole si conserva ancora nell'Archivio Este a Modena: contiene molte lettere e comincia dal 30 agosto 1498, quando Cesare era ancora cardinale. In quella prima lettera, scritta in latino, Cesare informava il duca della sua prossima partenza per la Francia e pregavalo per un cavallo da sella.

Una corrispondenza non meno intima ebbe Cesare con Francesco Gonzaga. Con questo strinse forte relazione, che durò sino alla fine di lui. Nell'Archivio di casa Gonzaga a Mantova esistono ancora 41 lettere di Cesare al marchese e alla moglie Isabella. La prima porta la data del 31 ottobre 1498 da Avignone; la seconda del 12 gennaio 1500 da Forlì; la terza da Roma del 24 maggio 1500 è del tenore seguente:

«Illustrissimo Signore, onorando come fratello. — Dalle lettere di Vostra Eccellenza abbiamo appreso la desiderata e felice natività del suo illustrissimo figlio con non minore esultanza che per la nascita di un nostro proprio figliuolo. Poichè noi per intima e fraterna benevolenza siamo desiderosissimi di ogni sua prosperità e felice successo, così volentieri accettiamo esser padrino. E a tal effetto costituiamo nostro speciale procuratore quello tra i consiglieri suoi, che a Vostra Eccellenza piacerà scegliere. In nostro luogo e parte intervenga egli a levare il bambino dal sacro fonte. Noi preghiamo nostro Signore Iddio, perchè lo voglia conservare a seconda de' nostri desiderii comuni.

»Non rincresca a Vostra Eccellenza di presentare anche per noi le nostre congratulazioni alla eccellentissima sua consorte. Con questo figliuolo, speriamolo, essa avrà dato principio a numerosa prole e a perpetua posterità di parenti così chiarissimi e generosi. Roma nel Palazzo Apostolico il 24 maggio 1500. — Cesare Borgia di Francia, duca di Valenza e gonfaloniere e capitan generale della Santa Chiesa Romana.»[109]

Il figlio del marchese di Mantova nato il 17 maggio 1500 era Federico, principe erede. Due anni dopo, quando Cesare era all'apogeo della potenza, gli stessi Gonzaga sollecitarono l'onore di impegnare la mano del loro figliuolo con Luisa, piccola figlia di colui.

Cesare passò in Roma parecchi mesi per procacciarsi danaro per le sue imprese in Romagna. Un accidente minacciò di mandare in aria in un sol momento tutti i suoi disegni. Il 27 giugno 1500 il padre corse pericolo di rimaner schiacciato sotto un camino caduto in Vaticano; ma fu tolto da' rottami leggermente ferito. Egli non volle esser medicato che da sua figlia. Quando l'ambasciatore veneziano andò il 3 luglio a visitarlo, trovò presso di lui madonna Lucrezia, Sancia e il marito Jofrè e una damigella della corte di Lucrezia, ch'era la favorita del Papa. E questo Papa aveva 70 anni. Attribuì la sua salvezza alla Vergine Maria, proprio come Pio IX a' dì nostri, uscito sano dal precipizio di una casa presso Sant'Agnese, attribuì la sua alla Santa stessa. E in onore della Vergine Alessandro fece cantare il 5 luglio messa solenne. Più tardi, ristabilitosi, si fece portare in processione a Santa Maria del Popolo, ed offrì alla Vergine del Cielo un calice pieno di 300 ducati. Il cardinale Piccolomini sparse con ostentazione l'oro sull'altare in presenza del popolo.

I Santi del Cielo s'erano interposti tra un muro che cadeva nel Vaticano e un gran peccatore; ma lasciarono che tranquillamente si compisse un gran misfatto contro un innocente, 18 giorni soltanto dopo quella caduta. Invano e i presentimenti proprii e i consigli di amici avevano un anno prima spinto il giovane Alfonso di Bisceglie a mettersi in salvo con la fuga. Come vittima espiatoria, egli aveva seguito la moglie in Roma per ivi cadere sotto il pugnale di sicarii, dal quale colei non potè salvarlo. Cesare lo odiava, come odiava tutta la casa d'Aragona. Di più, il matrimonio della sorella con un principe di Napoli aveva ora perduto ogni importanza, come già un tempo era accaduto di quello con lo Sforza di Pesaro. Era anzi diventato ostacolo ai disegni di Cesare, il quale aveva già in mente per Lucrezia altro matrimonio per lui stesso più vantaggioso. Ma il matrimonio col duca di Bisceglie non era rimasto infecondo, e per conseguenza non poteva essere sciolto. Onde Cesare decise uno scioglimento radicale e violento.

Il 15 luglio 1500 Alfonso andava dal suo palazzo al Vaticano, ov'era la moglie. Potevano essere le undici di notte. Sulla scala di San Pietro uomini mascherati, armati di pugnali, gli furono addosso. Ferito gravemente al capo, al braccio, alla coscia potette il principe trascinarsi sino all'appartamento del Papa. Alla vista del marito tutto grondante sangue Lucrezia cadde svenuta.