»Sua Santità, Signor Nostro, prende tanta cura per Sua Signoria, che ogni dì e ogni ora vuole intendere dei progressi; e questa deve da ogni luogo di propria mano farle sapere della sua salute. Ciò conferma quello che già più volte è stato scritto a Vostra Eccellenza, che Sua Santità l'ami più che alcun'altra persona del suo sangue.
»Noi non saremo negligenti, se avremo modo di tener avvisata Vostra Eccellenza di giorno in giorno del viaggio e delle cose che accadranno.
»Fra Terni e Spoleto, nella Valle della Strettura, uno staffiero dell'illustre Don Sigismondo venne a parole rissose con un altro del nobile romano Stefano de' Fabii, ch'è nella comitiva della duchessa, per causa assai lieve di certi tordi. L'uno e l'altro posero mano alle armi. Sopraggiunse a cavallo un certo Pizaguerra, anch'egli de' famigliari di Don Sigismondo, e ferì al capo il palafreniero del nominato Stefano. Di che questi, di natura impaziente, collerico e insolente, tanto si commosse e dolse da mostrare di non voler andare più avanti. E quando s'andò nella rôcca di Spoleto, passò a lato agli illustri Don Ferrante e Don Sigismondo senza salutarli e senza far loro attenzione. Tuttavia, perchè la natura del fatto era stata inopinata e casuale e noi tutti ne eravamo molto dolenti; e perchè Pizaguerra ed anche lo staffiero di Don Sigismondo eran fuggiti, sicchè non v'era da far più nulla; il cardinale di Cosenza, madonna Lucrezia e tutti diedero torto a Stefano. Ed egli acquetato e pacificato tirò via con gli altri. Ci raccomandiamo alla grazia di Vostra Eccellenza. Da Foligno il 13 gennaio 1502. — Giovanni Luca e Gerardo Saraceni.
»PS. Il cardinale di Cosenza, per quanto apprendiamo sin qui, non andrà oltre i confini degli Stati del signor duca di Urbino.»[177]
In Foligno convennero i Baglioni di Perugia per salutare Lucrezia e darle una scorta d'onore. S'andò, per Nocera e Gualdo, a Gubbio, una delle più notevoli città del Ducato di Urbino. A due miglia dalla città Lucrezia fu incontrata dalla duchessa Elisabetta, che poi la condusse al Palazzo civico. Le due donne non si separarono più, avendo Elisabetta mantenuta la promessa di accompagnare Lucrezia a Ferrara.
Il cardinale Borgia da Gubbio ritornò a Roma; e quelle andarono innanzi verso Cagli nella comoda lettiga, regalata da Alessandro. Ne' pressi di Urbino, il 18 gennaio, la cavalcata fu salutata dal duca Guidobaldo, venuto all'incontro con tutta la corte sua. Egli condusse Lucrezia nella sua residenza, il superbo palazzo di Federigo, ove furono ospitati anche i principi d'Este; mentre egli stesso e la duchessa per cortesia n'uscirono. Sì in Urbino come in altri luoghi del suo territorio, il gentile Guidobaldo aveva fatto innalzar le armi de' Borgia e del re di Francia.
Il matrimonio di Lucrezia aveva sempre ripugnato ai Montefeltri. Ma oramai facevano onore all'ospite loro, per riguardo a Ferrara, come anche per tema del Papa. Conoscevano Lucrezia sino da Roma, ove Guidobaldo, qual condottiero del Papa, aveva tanto infelicemente guerreggiato contro gli Orsini; e la conoscevano pure da Pesaro. Ora potevano sperare che la sicurezza di Urbino troverebbe valido sostegno nell'influenza e nell'amicizia di lei. Ma pochi mesi appena, e Guidobaldo e la moglie sua, diabolicamente ingannati e traditi dal fratello dell'ospite, tra angosce mortali dovevano essere scacciati dal loro paese.
Dopo un giorno di riposo, Lucrezia e la duchessa lasciarono Urbino, il 20 gennaio, accompagnate per un tratto da Guidobaldo sulla via per Pesaro. Quivi la cavalcata non giunse che la sera in sul tardi. La via, che unisce le due città, è oggi una comoda strada carrozzabile attraverso amene colline; ma allora non era accessibile che a' cavalli; epperò i viaggiatori giunsero a Pesaro proprio affranti e sfiniti.
Lucrezia v'entrò col cuore pieno di sentimenti penosi. Lì difatto doveva starle dinanzi la figura del ripudiato marito, Giovanni Sforza, che viveva in esilio a Mantova, spirando vendetta, e che poteva fors'anche andare a Ferrara per disturbare le feste nuziali. Pesaro era ora proprietà del fratello Cesare. Questi aveva dato ordine di ricevere splendidamente la sorella in tutte le città del suo territorio ch'ella toccasse. Cento fanciulli, vestiti co' colori di lui, giallo e rosso, con rami d'olivo in mano, la salutarono innanzi alla porta di Pesaro, al grido: «Duca! Duca! Lucrezia! Lucrezia!» I magistrati della città l'accompagnarono al palazzo, una volta sua residenza.[178]
Le più nobili donne furono a ricevere la loro antica signora con grandi dimostrazioni di gioia. Era tra loro anche Lucrezia Lopez, un tempo sua dama di corte e ora moglie di Gianfrancesco Ardizi.[179]