Lucrezia passò a Pesaro un giorno, senza lasciarsi vedere. Permise che la sera le dame del suo seguito con quelle di Pesaro ballassero; ma al ballo essa non prese parte. Come il Pozzi informava il duca Ercole, «essa restò sempre nella sua stanza sì per attendere a lavarsi il capo, e sì per essere di natura sua assai solitaria e remota.» Se non che il contegno in Pesaro potrebbe forse spiegarsi meglio con i pensieri malinconici ond'era assediata.[180]
In tutte le città del duca di Romagna ebbe uguale accoglimento. Per ogni dove i magistrati venivano alle porte a presentarle le chiavi della città. In nome di Cesare essa era ora accompagnata da Don Ramiro d'Orco, luogotenente di colui in Cesena, quella stessa ferocissima tigre che Cesare medesimo, appena un anno dopo, fece squartare.
Per Rimini e Cesena si giunse a Forlì il 25 gennaio. La sala del palazzo di questa città era decorata di preziosi tappeti e anche le soffitte coperte di drappi variopinti. Una tribuna era stata elevata per le dame. I magistrati fecero regali in viveri, confetti e candele di cera. Non ostante il rigido governo, che i rettori di Cesare, e soprattutto Ramiro, tenevano in Romagna, pure bande di masnadieri rendevan malsicure le strade. Temendo che l'audace bandito Giambattista Carrara non avesse a piombare addosso al corteo, nel passaggio presso Cervia, si mandò una scorta di 1000 fantaccini e 150 cavalieri; dando, del resto, a credere si trattasse solo di un accompagnamento d'onore voluto dalla popolazione.[181]
A Faenza Lucrezia disse, che si fermerebbe ad Imola tutto il venerdì per lavarsi il capo; mentre non avrebbe potuto ciò far di nuovo che più tardi, finito il carnevale. Questa lavanda del capo, che abbiamo già più volte avuto occasione di menzionare come uno degli atti proprii all'acconciatura di quel tempo, dev'essere stata connessa con speciali procedimenti nel modo di curare i capelli.[182] L'ambasciatore ferrarese dava notizia al suo signore di questi disegni di Lucrezia, come d'impedimento deplorabile, pel quale l'ingresso di madonna in Ferrara doveva esser differito sino al 2 febbraio. E Don Ferrante scriveva similmente da Imola, aver quivi Lucrezia desiderato un giorno di riposo per mettere in ordine i suoi ornamenti e lavarsi il capo; la qual cosa, com'essa diceva, non aveva più fatta da otto giorni e cominciava perciò ad avere dolor di testa.[183]
Riposatasi ad Imola, la cavalcata il 28 gennaio si pose in via per Bologna. Giunta sul confine del territorio della grande città e de' suoi signori, fu ricevuta da tutti i figliuoli del Bentivoglio e della moglie Ginevra con uno splendido seguito. E a due miglia dalla porta venne Giovanni stesso ad incontrarla.
Il tiranno di Bologna, che la salvezza sua da Cesare doveva solo alla protezione di Francia, non risparmiò nulla per fare onore alla sorella del nemico suo. Con parecchie centinaia di cavalieri la condusse quasi in trionfo per la città, che egli aveva, a così dir, seminata delle armi dei Borgia, di Cesare, del Papa, di Lucrezia, e di quelle di Francia e degli Este. Sulla porta del suo sontuoso palazzo la superba matrona Ginevra era con molte gentildonne a ricevere la sposa. Come questa celebre donna, zia di Giovanni Sforza di Pesaro, doveva in cuor suo odiare la Borgia! Pure nè Alessandro nè Cesare, ma Giulio II Della Rovere doveva, dopo solo quattro anni, scacciar lei e tutta la schiatta sua per sempre da Bologna.
Tra pompose feste si passò colà il 30 gennaio. La sera i Bentivoglio diedero un ballo e un convito.
Il giorno dopo accompagnarono Lucrezia fuori di città, volendo questa proseguire il viaggio per la già prossima Ferrara per acqua sul canale, che conduceva allora da Bologna al Po, prima che fosse tagliato dalla posteriore deviazione del Reno.
La sera dello stesso giorno 31, Lucrezia giunse al castello Bentivoglio a 20 miglia da Ferrara. V'era arrivata appena, che a un tratto v'apparve il marito Alfonso. Profonda fu la commozione di lei; pure si compose prestamente e lo accolse «con gran segno di devozione e con grazia;» al che egli corrispose con molta galanteria.[184] Il principe erede di Ferrara aveva insino allora mantenuta verso la sposa un'attitudine riservata e mutola. Gli uomini di quel tempo non avevan sentore di quella entusiastica felicità della passione, ovvero di quel sentimentalismo tutto proprio all'età nostra. Ma anche così, è pur sempre strano che non appaia assolutamente segno alcuno di corrispondenza epistolare tra Lucrezia ed Alfonso durante il tempo, in che il matrimonio fu trattato e quindi concluso, e nel quale, d'altra parte, troviamo molte lettere tra Lucrezia e Ercole. Ora in fine, fosse per sommissione al padre, per cortesia o per curiosità, questo ruvido e taciturno Alfonso usciva dalla sua ritenutezza. Egli era venuto travestito. Restò due ore, quindi tornò a Ferrara.
Questo breve incontro valse a sgravare l'animo di Lucrezia d'un peso opprimente. E quelle due ore probabilmente bastarono anche, se non a disarmare Alfonso del tutto, a fargli almeno sentire il fascino della giovane sposa. Non avevano avuto interamente torto i galanti cittadini di Foligno nell'attribuire a Lucrezia il pomo di Paride. Di quell'incontro un cronista di Ferrara dice: tutto il popolo gioì, e ancora più furono contenti la sposa ed i suoi, che Sua Altezza sentisse il desiderio di vederla e l'accogliesse tanto volentieri; e questo fu segno ch'ella sarebbe ben ricevuta e meglio trattata.[185]