Tuttochè la potenza dei Borgia fosse scaduta, e i figli suoi fossero morti o lontani; pure, sinchè Vannozza visse, la città portò sempre l'impronta della grandezza di quelli. Appunto per questo passato ella divenne uno degli esseri più notevoli, del quale ogni uomo era bramoso di far conoscenza. E se è lecito qui un paragone di relazioni diverse per proporzioni, ma identiche per destino e significato, può dirsi che la condizione di Vannozza fu allora in Roma pari a quella che vi tenne madama Letizia Ramolini dopo la caduta del suo potentissimo figliuolo.

Con orgoglio fissava lo sguardo suo sulla figlia Lucrezia, la duchessa di Ferrara, la plus triomphante princesse, come la chiamò il biografo del Bayard. Di vederla però non le fu più concesso, non avendo ella ardito di andare alla corte di Ferrara; ma intrattenne con lei carteggio epistolare. Nell'Archivio di casa d'Este sono nove lettere di Vannozza degli anni 1515, 1516 e 1517, delle quali sette sono dirette al cardinale Ippolito, e due a Lucrezia. Esse riguardano tutte interessi o domande di carattere pratico e privato.

Le disposizioni d'animo ed anche lo stato della Vannozza appariscono dal modo di firmarsi in tali lettere: «La felice ed infelice Vannozza Borgia de Cathaneis;» ovvero: «Vostra felice e infelice madre Vannozza Borgia.» Il nome di famiglia se l'era appropriato anch'essa non nelle relazioni ufficiali, ma nelle private.

L'ultima lettera a Lucrezia del 19 dicembre 1515 si riferisce all'antico segretario di suo figlio Cesare, Agapito d'Amelia, e dice così:

«Illustrissima Signora, salute e raccomandazione. — Vostra Eccellenza deve ben ricordarsi la servitù della buona memoria di messer Agapito d'Amelia verso il già duca nostro, e l'amore ed affezione sempre porti a noi in ispecie. Per il che non in minima cosa soltanto, ma in ogni altra di qualunque sorta fosse meritano i suoi di essere aiutati e favoriti. Ora prima di morire egli rinunziò in favore de' nipoti suoi tutti i beneficii a Giambattista Dell'Aquila; tra i quali alcuni di poca valuta nell'Arcivescovado di Capua. Il defunto fece questo a maggior vantaggio dei nipoti, non potendo pensar mai che costoro sarebbero molestati dal reverendissimo cardinale arcivescovo. Se ora Vostra Eccellenza vuol farmi cosa grata, la prego si degni per tutti gli anzidetti rispetti di favorire gl'indicati nipoti presso Sua Eminenza. A pieno, come di bisogno, sarà Vostra Eccellenza informata dal latore della presente, Nicola, anch'egli nipote del detto Agapito. E si tenga forte l'Eccellenza Vostra, alla quale anch'io mi raccomando — Roma, il 19 dicembre 1515.»

«Postscripta. Vostra Eccellenza farà in questo affare come meglio crederà, essendomi stato forza lo scrivere. Epperò si faccia solo quello che torni ad onore di Monsignore; e quanto alla presente darà risposta qual meglio le pare. — Di vostra Eccellenza Illustrissima perpetua oratrice Vannozza.»[279]

Si vede che Vannozza faceva onore alla scuola diplomatica de' Borgia.

Agapito, autore di tante scritture di Cesare, era, come dalla lettera apparisce, rimasto irremovibilmente fedele ai Borgia, e morto a Roma. Sicuramente Vannozza aveva visto altri antichi amici, adulatori e parassiti della casa venir meno e voltarsi altrove. Pure alcuni, e anche persone ragguardevoli, dovettero rimanerle devoti. Già, come madre della duchessa di Ferrara, godeva sempre di una certa influenza. E poi viveva in condizioni facoltose, qual signora rispettabile, chiamata la magnifica e nobile Madonna Vannozza. Mantenne pure relazioni con alcuni cardinali, spagnuoli e parenti di Alessandro VI o creature di quest'ultimo; ma sopravvisse alla più parte di loro. De' cardinali Borgia, i due Giovanni erano già morti negli anni 1500 e 1503; Francesco e Lodovico morirono nel 1511 e 1512. Nel 1510 era anche morto il cardinale Giuliano Cesarini. In realtà Vannozza vide morir tutti i favoriti e le creature di Alessandro nel Collegio cardinalizio, ad eccezione del Farnese, di Adriano Castellesi e dell'Albret, cognato di Cesare.

Ella si procacciò novelli amici, mercè quella specie di pietà devota, solita trasformazione di tutti i tempi nella vita delle peccatrici invecchiate. Divenne una bacchettona tutta premurosa e sollecita di sante pratiche. Bazzicava frequentissima in chiesa e col confessionale, e la si vedeva famigliare ed intima con istituzioni pie e con ospedali. Così trasformata ebbe a conoscerla Paolo Giovio, e la chiamò donna dabbene. Ove avesse vissuto ancora un decennio, è molto probabile che sarebbe anche venuta in odore di santità. Fece molte fondazioni di beneficenza per gli ospedali di San Salvatore al Laterano, di Santa Maria in Portico e della Consolazione, per la Confraternita dell'Annunziata alla Minerva e per San Lorenzo in Damaso, come risulta dal suo testamento del 15 gennaio 1517.[280]

Per lungo tempo furon lette negli ospedali di Laterano e della Consolazione iscrizioni commemorative delle fondazioni di lei e dell'obbligo insieme di dir messe in eterno, ne' giorni della morte de' suoi due mariti e di lei stessa.