Vannozza morì in Roma il 26 novembre 1518. La morte sua non passò inosservata, come lo mostra questa lettera di un Veneto:
«Avantieri morì madonna Vannozza, una volta amica di papa Alessandro e madre del duca Valentino e della duchessa di Ferrara. In quella notte mi trovai in luogo, donde mi fu dato intendere il grido per la morte, secondo il costume romano, con queste formali parole: — Messer Paolo fa la parte, perchè è morta madonna Vannozza, la madre del duca di Gandia; la trapassata appartiene alla Confraternita del Gonfalone. — Ieri fu sotterrata in Santa Maria del Popolo, ove fu portata con ogni pompa, quasi come un cardinale. Aveva 66 anni. Ha legato tutta la sua fortuna, che non era piccola, a San Giovanni in Laterano. A' funerali assistevano i camerieri del Papa, cosa non solita in altri casi.»[281]
Marcantonio Altieri, uno degli uomini più ragguardevoli di Roma, lasciò di lei una specie di elogio funebre. Egli era guardiano della Confraternita del Gonfalone ad Sancta Sanctorum; e, in tal qualità, fece nel 1525 l'inventario de' beni del sodalizio. Nel manoscritto, conservato nell'Archivio della Confraternita, l'Altieri disse:
«Noi non possiamo nemmeno dimenticare le amorevoli fondazioni, fatte dalla molto stimabile ed onorevole donna, madonna Vannozza di casa Catanei, avventurosa madre d'illustrissimi signori, del signor duca di Gandia, del signor duca Valentino, del principe di Squillace e di madonna Lucrezia duchessa di Ferrara. Volendo essa dotare la Confraternita di beni terreni, le lasciò molti gioielli di non piccolo valore e v'aggiunse altri soccorsi, pei quali la Confraternita, pochi anni dopo, potè liberarsi da alcune obbligazioni e soprattutto per mediazione de' gentiluomini messer Mariano Castellano e del mio carissimo messer Raffaele Casali, che furono non molto addietro guardiani. Ella fece specialmente un accordo col distinto e celebre orafo Caradosso, pel quale, dandogli 2000 ducati, costui doveva con le sue peregrine opere d'arte rispondere al desiderio di quella nobilissima e onorandissima donna. Quindi per fare ornamenti e poterli completare, ella ci lasciò tanta proprietà da ricavarne per sempre l'annuo reddito di 400 ducati, co' quali alimentiamo il numero pur troppo grande dei poveri e dei bambini. Per gratitudine verso cosiffatti sentimenti suoi tanto devoti e pii e pe' soccorsi così abbondanti ed amorevoli in pro dei bisognosi, la nostra onorevole Confraternita decise all'unanimità e molto volontieri non solo di solennizzare le esequie di lei con ogni splendidezza di onori e di pompa, ma anche di ricordarne la memoria con magnifico e grandioso monumento. Quindi per pubblica acclamazione fu anche presa la risoluzione di festeggiarne, d'allora in poi, il giorno dell'esequie, in Santa Maria del Popolo, ove quella fu sotterrata, con messe e cerimonie, con concorso di gente, con molti ceri e torce e con ogni devozione; e ciò non solo per raccomandare a Dio la salute dell'anima sua, ma anche per mostrare al mondo che noi abbiamo in odio e in abominazione l'ingratitudine.»
Esser portata al sepolcro con sfarzosa solennità era stato l'orgoglio di quella donna. Il giorno dell'esequie tutta Roma dovette parlar di lei, dell'amante di Alessandro VI e della madre di figliuoli cotanto famosi. Leon X, facendovi intervenire la Corte, diede ai funerali carattere pubblico, anzi con tale distinzione riconobbe officialmente Vannozza qual vedova di Alessandro, o almeno qual madre della duchessa di Ferrara. Del resto, tutta la città vi fu rappresentata, mentre alla Confraternita del Gonfalone appartenevano i membri più ragguardevoli della nobiltà e della borghesia di Roma. Vannozza fu deposta in Santa Maria del Popolo nella sua Cappella gentilizia, accanto al suo infelice figlio Don Juan di Gandia. Non si sa se le sia stato eretto un sarcofago di marmo, ma l'esecutore testamentario pose sulla tomba queste superbe parole:
«A Vannozza Catanea, nobilitata dai figliuoli suoi, i duchi Cesare di Valenza, Juan di Gandia, Jofred di Squillace e Lucrezia di Ferrara; alla donna altamente illustre al tempo stesso per l'onestà, la pietà, l'età e la saggezza sua, e tanto benemerita dell'Ospedale lateranense, pose Jeronimo Pico, fidecommissario ed esecutore testamentario. Visse anni 77, mesi 4, giorni 13. Morì nell'anno 1518 il 26 novembre.»
Sicuramente Vannozza se n'andò via da questo mondo nella fermissima credenza di aver con oro ed argento e con pie istituzioni lavate le colpe e i peccati suoi, e d'essersi compro il regno de' cieli. Non aveva forse potuto comprarsi la pompa funeraria e una menzogna sulla pietra del sepolcro? Per più di 200 anni i frati di Santa Maria del Popolo cantaron messe in requie dell'anima sua, sino a che l'Autorità ecclesiastica non gli fece smettere, meno forse pensando che l'anima di quella donna n'avesse già abbastanza, e più per una coscienza critica e storica, che cominciava a levare il capo. Più tardi un sentimento di odio e a un tempo di vergogna ha fatto sparire ogni traccia di quella pietra sepolcrale.
XII.
Le condizioni dello Stato di Ferrara s'erano fatte di nuovo difficili assai. Leon X aveva preso a seguitare le orme di Alessandro VI. Anch'egli cercava raccozzare un regno pel nipote Lorenzo de' Medici. Già nel 1516 lo aveva creato duca d'Urbino, dopo aver con la forza delle armi scacciato di colà il legittimo erede di Guidobaldo. Francesco Maria Della Rovere, la moglie, la madre sua adottiva Elisabetta trovavansi in Mantova, in quell'asilo di tutti i principi fuggiaschi. Leone ardeva dal desiderio di scacciare anche gli Este da Ferrara. Solo la protezione di Francia guarentiva Alfonso da una guerra col Papa. Visto che quest'ultimo, in disprezzo del trattato, non consegnava le città di Modena e Reggio, il duca andò nel novembre 1518 alla Corte di Francesco I per raccomandargli le faccende sue. Tornò a Ferrara nel febbraio 1519. Apprese quivi la morte del cognato, il marchese Francesco Gonzaga di Mantova, seguita il 20 del mese stesso. Lucrezia scrisse l'ultimo di marzo alla vedova Isabella nel modo che segue:
«Illustrissima Signora, cognata onoratissima. — L'acerbità del caso della morte dell'illustrissimo consorte dell'Eccellenza Vostra, di buona memoria, m'è stata per infiniti rispetti di tanta mestizia e dolore, che avrei io bisogno di esser consolata più di quel che possa consolare altrui, soprattutto l'Eccellenza Vostra, ch'è pur quella che per la troppo grande perdita ha dovuto sentire gravissimo affanno. Io dunque mi rattristo e dolgo con Vostra Eccellenza per questo disgraziato caso, che non potrei mai esprimere quanto mi gravi e prema. Ma poichè non v'è oramai riparo ed è così piaciuto al Signor Nostro, uopo è conformarsi alla volontà sua. E per tanto prego e conforto Vostra Eccellenza a voler tollerare questo caso con fermezza e come alla saviezza sua si conviene. E son certa che ella saprà farlo. Null'altro le dirò per ora, se non che me le raccomando e offro per sempre. — Ferrara, l'ultimo di marzo 1519. Cognata Lucrezia duchessa di Ferrara.»[282]