Successore del marchese fu il primogenito Federigo. Nel 1530 l'imperatore Carlo V lo fece primo duca di Mantova. Un anno dopo s'unì in matrimonio con Margherita di Monferrato. Era questi quel Federigo stesso destinato tempo innanzi a diventare marito di Luisa, la figliuola di Cesare. La celebre Isabella madre sua visse vedova sino al 13 febbraio 1539.

Alfonso aveva trovato al ritorno sua moglie in condizioni di salute molto travagliose. Ella s'approssimava allo sgravo. Il 14 giugno 1519 partorì una bambina morta. Prevedendo la sua fine, scrisse in capo a otto giorni una lettera a papa Leone. È l'ultima; e, concepita sotto l'impressione di una prossima morte, è profondamente sentita. Leggendo questo suo addio alla vita, si guarda nel fondo dell'anima sua, attraverso la quale passavano per l'ultima volta ancora le rimembranze del passato, quando già il terrore e gli erramenti di quel tempo non giungevano più a turbarla.

«Santissimo Padre e Beatissimo signor mio. — Con ogni possibile reverenza d'animo bacio i santi piedi di Vostra Beatitudine, e umilmente mi raccomando alla sua santa grazia. Dopo che per una difficile gravidanza ebbi molto sofferto per più di due mesi, partorii, come a Dio piacque, il 14 di questo mese, sul far del giorno, una bambina; e speravo, liberatami col parto, che anche il mio male si dovesse alleviare. Ma è successo il contrario; sicchè m'è forza cedere alla natura. E tanto è il dono che il nostro Creatore clementissimo m'ha fatto, che ho coscienza della fine della mia vita, e sento che fra poche ore, avendo però prima ricevuti tutti i Santi Sacramenti della Chiesa, ne sarò fuori. In questo punto come cristiana, benchè peccatrice, mi son ricordata di supplicare Vostra Beatitudine che per sua benignità si degni darmi del tesoro spirituale qualche suffragio, dispensando all'anima mia la sua santa benedizione. Di che la prego devotamente. E alla sua santa grazia raccomando il mio consorte e i miei figliuoli, tutti servitori di Vostra Beatitudine. — In Ferrara, il 22 febbraio 1519, nella 14ma ora. Di Vostra Santità umilissima serva Lucrezia d'Este.»[283]

La lettera è scritta con animo così sereno e dignitoso, e libero tanto da qualsiasi sovreccitazione di sentimento, ch'è lecito dimandarsi, se avrebbe potuto scriverla, sul letto di morte, una donna, la cui coscienza fosse effettivamente sotto il peso di quell'enormezze, ond'è stata accusata la figliuola di Alessandro.

Lucrezia morì il 24 giugno, nella notte, in presenza di Alfonso. La morte fu immediatamente annunziata dal duca con lettera autografa al nipote Federigo Gonzaga.

«Illustrissimo Signore, onorandissimo fratello e nipote. — A Dio, Signor Nostro, è piaciuto di chiamare a sè in quest'ora l'anima dell'Illustrissima Signora Duchessa, mia consorte carissima. Non posso fare di non comunicarla a Vostra Eccellenza per l'amore nostro mutuo, il quale mi fa credere che i piaceri e le avversità dell'uno siano anche dell'altro. Non posso scriver questo senza lacrime, tanto m'è grave vedermi privo di sì dolce e cara compagna, poichè tale ella era per me, per i buoni costumi suoi e il tenero amore che era fra noi. Per sì acerbo caso vorrei ben domandare aiuto di consolazione da Vostra Eccellenza. Ma so che anch'ella n'avrà la parte sua di dolore. E a me sarà più caro avere chi a me s'accompagni col pianto che chi mi consoli. E alla Signoria Vostra mi raccomando. — Ferrara, 24 giugno 1519, ora quinta della notte. Alfonso duca di Ferrara.»[284]

Il marchese Federigo mandò suo zio Giovanni Gonzaga a Ferrara; e di lì questi scrisse: «Non si maravigli Vostra Eccellenza, se dico partir domani di qua, perciocchè le esequie non si fanno, ma solamente nelle parrocchie son detti gli ufficii. È vero però che il signor duca accompagnò personalmente alla sepoltura l'illustrissima sua consorte. Questa è stata sotterrata al Monastero delle Suore del Corpo di Cristo, nella sepoltura medesima ove fu deposta la madre del duca. A tutta la città è rincresciuto molto della morte di lei, soprattutto al duca stesso. Egli dimostra veramente averne avuto singolare cordoglio. Qui si dicono cose grandi della vita sua, e che da forse dieci anni la portava il cilizio; è circa due anni che ogni giorno la si confessava, e comunicavasi da tre a quattro volte il mese. E di nuovo mi raccomando continuamente alla buona grazia di Vostra Eccellenza. — Ferrara, 28 giugno 1519. Giovanni de Gonzaga marchese.[285]

Le tombe di Lucrezia, d'Alfonso e di molti altri membri della casa d'Este in Ferrara sono scomparse. Indarno cerchi colà o a Modena il ritratto della famosa donna. Neppur uno n'è rimasto; e nondimeno è certo che pittori di grido la ritrassero. Ed in Ferrara non era difetto di pittori: v'era il Dossi, il Garofalo, il Cosma ed altri. Anche il Tiziano avrà dipinto la bella duchessa. Il ritratto da lui fatto d'Isabella d'Este Gonzaga, l'emula, quanto a bellezza, della Lucrezia, si conserva nella Galleria Belvedere a Vienna. È un'avvenente figura di donna d'un bello ovale e dalle linee molto corrette, dagl'occhi bruni e dall'espressione di femminile dolcezza. Manca un ritratto di Lucrezia per mano dello stesso maestro; mentre quello della Galleria Doria attribuito a lui o da altri a Paolo Veronese, tuttochè questo artista non sia nato che il 1528, è una delle tante invenzioni solite a incontrarsi nelle gallerie. Così pure nella Galleria stessa v'è una figura di grandezza naturale di donna dalle forme di amazzone con elmo in mano, che si attribuisce a Dosso Dossi; e s'è affermato senza tanti discorsi essere il ritratto della Vannozza.

Ad alquanta verosimiglianza potrebbe piuttosto pretendere un ritratto ad olio, proprietà di monsignor Antonelli, direttore del Gabinetto numismatico di Ferrara, non perchè porti in caratteri alquanto antichi il nome di Lucrezia Borgia, ma perchè alcuni lineamenti sembrano rassomigliare a quelli del medaglione. Ad ogni modo, questo non è ritratto autentico, come non sono tampoco i due su maiolica posseduti dall'inglese Rawdon Brown in Venezia; lavori, secondo l'ipotesi di costui, di Alfonso stesso, dilettante di pittura delle maioliche. Quando anche tale opinione potesse esser fondata, il che non è, simili ritratti puramente decorativi appena offrirebbero qualche somiglianza.

Altri ritratti certi di Lucrezia Borgia non vi sono, tranne quelli nella medaglia, impressa nel periodo della sua vita in Ferrara. Uno è in fronte di questo libro: è il più perfetto di tutti, e può dirsi anche ch'è una delle più notevoli impronte della Rinascenza. Pare ne sia stato autore Filippino Lippi nell'anno 1502, dopo il matrimonio di Lucrezia con Alfonso. Il rovescio porta un'immagine caratteristica non solo pel tempo, ma per Lucrezia stessa: Amore con le ali mezzo strappate, legato ad un lauro; accanto un violino, e più sotto carte di musica; la faretra dell'amoroso Iddio infranta pende a un ramo dell'albero; e l'arco per terra con la corda spezzata. Intorno l'iscrizione: Virtuti Ac Formae Pudicitia Praeciosissimum. Con tali simboli l'artista volle forse significare che il tempo de' liberi ludi amorosi eran passati, e con l'albero d'alloro alluse forse alla gloriosa casa degli Este. Se codesta allegoria, alquanto ardita, poteva nulladimeno convenire per una sposa qualunque, per Lucrezia Borgia poi fu davvero la più appropriata che potesse immaginarsi.[286]