Guardando quella testa attraente, da' lunghi capelli disciolti, un senso di maraviglia t'assale. Niun contrasto maggiore di quello che passa tra l'immagine reale e l'immagine che ciascuno si sarà fatta di Lucrezia Borgia, secondo la rappresentazione tradizionale del carattere di lei. Quell'effigie presenta un aspetto d'infantile candore, di una espressione singolare, senza linee classiche nel profilo. Bello non si direbbe nemmanco. Diceva il vero la marchesana di Cotrone, scrivendo a Francesco Gonzaga, che Lucrezia non aveva nulla di particolarmente bello, ma ciò che si chiama dolce ciera. La testa di lei ha punta o poca somiglianza con quella del padre, quale le migliori medaglie lo raffigurano; meno forse nel naso fortemente profilato. La linea frontale di Lucrezia è prominente, mentre in Alessandro VI è depressa; e il mento scende in quella alquanto indietro, in questo invece sta con la bocca sulla stessa linea.

Un'altra medaglia non rappresenta Lucrezia co' capelli disciolti, ma col capo avvolto da una rete e dalla lenza, un nastro ornato di pietre preziose o di perle. La chioma copre l'orecchio; e quindi dalle spalle in giù una lunga treccia, proprio nella forma allora in uso, come può, ad esempio, vedersi in una bella medaglia di Elisabetta Gonzaga d'Urbino.[287]

I documenti, che hanno fornito i materiali a questo libro, pongono ogni lettore in grado di formarsi un giudizio su Lucrezia Borgia. Questo sarà forse approssimativamente giusto o per lo meno più giusto di quello omai trasmesso e per tradizione accettato. Gli uomini del passato sono problemi pe' giudici loro. Se giudicando di contemporanei a noi conosciuti, diamo ne' più madornali errori, quanto più non siamo esposti ad errare appena che vogliamo comprendere la natura di uomini, che ci stanno dinanzi solo come ombre. Tutte le condizioni personali alla loro vita e tutto l'intreccio delle circostanze di luogo, di tempo, di persone, nel cui mezzo s'andaron formando, e i più intimi secreti dell'esser loro giacciono lì, qual serie di fatti tutti scissi e divisi; e da questi frammenti uopo è per noi ricostruire un carattere. Per chi guardi alla legge di causalità, la storia è la giustizia del mondo. Ma non di rado la storia scritta è per sè il più ignorante de' tribunali. Molti caratteri storici vedrebbero ne' ritratti loro fatti ne' libri come tante caricature, e di cuore riderebbero del giudizio sul conto loro portato.

Lucrezia Borgia forse consentirebbe con chi attenendosi a' documenti del tempo osasse affermare, ch'ella fu donna leggiera, amabile e infelice insieme. L'infelicità sua in vita furono gli avversi casi da lei in parte immeritati; e, dopo morte, l'opinione che s'andò formando intorno il suo carattere. Il marchio d'infamia sulla sua fronte impresso seppe ella stessa, come duchessa di Ferrara, cancellare; ma apparve di nuovo, poichè fu morta. E come presto riapparisse, lo mostra il giudizio che davano di lei i Della Rovere in Urbino. Nel 1552 Guidobaldo II, figlio di Francesco Maria e di Eleonora Gonzaga, doveva sposarsi con Giulia Varano; ma domandò invece la mano di una Orsini. Il padre gli oppose i matrimonii di principi con donne indegne di loro; fra gli altri, quello di Alfonso di Ferrara. Costui — diceva egli — s'è disposato con Lucrezia Borgia, con una donna di quella sorta che pubblicamente si sa, e ha dato anche a suo figlio un mostro (Renata). Guidobaldo confermò cosiffatto giudizio: rispose che egli sapeva d'avere un padre, che giammai non lo vorrebbe costringere a prendere una sposa come Lucrezia Borgia, di quella mala sorta che fu quella, e con tante disoneste parti.[288] Così l'opinione continuò a propagarsi, e Lucrezia Borgia divenne il tipo di ogni abiezione femminea, sino a che Vittor Hugo nel suo dramma e il Donizetti nella sua opera non la portarono sulle scene appunto sotto quei colori.


Ancora, per concludere, qualche parola intorno ad Alfonso e alla discendenza sua e di Lucrezia. Il duca di Ferrara sopravvisse alla moglie altri 15 anni, che furono difficili e procellosi. Seppe non pertanto con prudenza resistere e mantenersi contro l'odio papale de' Medici. Si vendicò di Clemente VII col sacco di Roma, cui resero possibile i soccorsi suoi all'esercito imperiale. Ebbe da Carlo V Modena e Reggio; e di tal guisa fu in grado di trasmettere agli eredi suoi gli antichi Stati di casa d'Este nella integrità loro. Non passò ad altre nozze. Ma Laura Eustochia Dianti, bella e giovane ferrarese, gli fu compagna. Questa gli partorì due figliuoli, Alfonso e Alfonsino. Egli morì il 31 ottobre 1534 di 58 anni, quando i fratelli lo avevano già preceduto nel sepolcro, il cardinale Ippolito nel 1520 e Don Sigismondo nel 1524.

Da Lucrezia Borgia ebbe cinque figliuoli. Ercole fu suo erede al trono. Ippolito fu cardinale; morì il 2 dicembre 1572 in Tivoli, ove suo monumento è la Villa d'Este. Eleonora fu monaca nel monastero del Corpus Domini, e vi morì il 15 luglio 1575. Francesco fu marchese di Massalombarda, e morì il 22 febbraio 1578. In fine Alessandro, morto, come s'è detto, varcata appena l'età di due anni, il 10 luglio 1516.

Il figlio di Lucrezia Ercole II regnò sino all'ottobre 1559. Suo padre nel 1528 avevalo sposato con Renata, la brutta, ma molto intelligente figliuola di Luigi XII. Lucrezia non aveva visto mai la sua nuora, e non mai sospettato neppure che Renata potesse divenir tale. La vita di questa celebre duchessa costituisce un importante episodio nella storia di Ferrara. Essa fu seguace entusiastica di quella Riforma, che finalmente penetrò nel mondo, intesa ad emancipare lo spirito da una Chiesa, a capo della quale erano stati i Borgia, i Della Rovere e i Medici. E per questo i Della Rovere la chiamavano un mostro. Per un certo tempo Renata tenne nascosti alla corte sua Calvino e Clemente Marot.

Un caso strano occorse: appunto alla corte del figliuolo di Lucrezia nel 1550 apparve un uomo, che valse a rinnovar la memoria della storia della famiglia Borgia, già quasi diventata un mito per la generazione allora vivente. Era Don Francesco Borgia, duca di Gandia, e ora, nell'anno 1550, gesuita. La sua inattesa comparsa in Ferrara ci porge occasione di fare un cenno delle vicende di casa Gandia.

Di tutti i discendenti di Alessandro VI i più fortunati furono appunto quei che tolsero l'origine dall'ucciso Don Juan. La vedova donna Maria visse un pezzo in grande reputazione alla Corte della regina Isabella di Castiglia. Poscia, presa da malinconia e da bigottismo, andò a chiudersi in un monastero. Morì l'anno 1557. Il suo unico figlio Don Juan, ancora bambino, era successo allo sciagurato padre nel Ducato di Gandia, ed aveva anche serbati i possedimenti nel Napoletano. Questi comprendevano un territorio esteso in Terra di Lavoro con le città di Sessa, Teano, Carinola, Montefuscolo, Fiume, e altre. Il giovane Gandia nel 1506 le cedette al re di Spagna, e ne fu compensato pecuniariamente: il gran capitano Consalvo ebbe il Principato di Sessa.